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L’inevitabile (e utile) distorsione dei media

14/10/2009

Come valutare se i media distorcono lo spazio destinato a fatti ed eventi? E, se distorcono, è un bene o un male? Un’attenta analisi di Maurizio Boscarol esamina il fenomeno della rappresentazione del mondo nell’industria dell’informazione attraverso uno strumento semplice ma utile: Google Trends.

di Maurizio Boscarol


Quanto distorte sono le notizie, e dunque la rappresentazione del mondo nell’industria dell’informazione, rispetto ai fatti, ai fenomeni reali? È sempre difficile stabilirlo. Un esperimento interessante può essere fatto però proprio usando un servizio di Google, Google Trends. In questo servizio si possono comparare i volumi di ricerca sul noto motore di alcune parole chiave. Così si ha una chiara impressione di quali termini sono più popolari, più cercati, rispetto ad altri. Ma Google Trends fa anche qualcosa di più: offre un’immediata comparazione visiva con il volume dei medesimi termini nelle news catalogate dal sito. In sostanza, quanto gli stessi termini sono ripresi dai media.


Il sistema è imperfetto: nelle news sono archiviate fonti molto disomogenee. Tuttavia alcune tendenze sono talmente marcate da essere chiare. Esemplificativo, ad esempio, il confronto di popolarità di alcuni fenomeni tecnologici recenti e meno recenti, come Second Life, Facebook e Twitter. Il mondo virtuale della Linden ha avuto una fiammata di popolarità tra il 2006 e il 2007, mentre Facebook, nato nel 2004, è letteralmente esploso nel 2007. Twitter ha avuto una vera esplosione solo quest’anno. Ma è sempre difficile farsi un’idea del peso relativo di queste tecnologie. Twitter è popolare quasi quanto Facebook? O come Second Life? Google Trends qualcosa ce lo rivela, come si vede dal grafico che produce.


Sebbene tutte le tecnologie siano molto chiacchierate, è evidente l’assoluto predominio, di diversi ordini di grandezza maggiore, di Facebook sugli altri. Non solo. L’esplosione nella popolarità di Facebook segue un andamento che ricorda più i fenomeni virali epocali (come la stessa emersione di Internet), che una graduale crescita di popolarità riscontrabile presso vari fenomeni più o meno effimeri.


Confrontato all’esplosione di Facebook, si nota che né Second Life, né Twitter sono andati nemmeno lontanamente vicini a quel grado di popolarità. Questo non significa nulla sulla bontà dei diversi servizi, naturalmente: ma indica quanto “di massa” essi siano. E dunque, non solo Second Life pare un fenomeno di nicchia: lo pare pure Twitter, per ora. Diciamo per ora, perché in realtà Twitter è già più popolare di quanto non sia mai stato Second Life, e teoricamente ha ancora tutto il tempo di evolvere in un vero fenomeno di massa (relativamente agli utenti internet).


Le news e la loro rappresentatività


La comparazione della consistenza dei diversi fenomeni fra loro non è l’unica indicazione che ci offre Google Trends. Il servizio ci offre anche un modo approssimato ma interessante di valutare se questa consistenza reciproca è riprodotta con una certa fedeltà nelle news presenti sui media. Il grafico in basso, infatti, ci indica proprio il volume relativo di news riguardanti i diversi termini comparati. Da cui si deriva che no, le news distorcono, eccome, l’importanza relativa dei termini rispetto alla realtà. Dalle news emerge che, per esempio, durante il 2007 a momenti si è parlato più di Second Life (almeno sui media registrati da Google News, che sono all’origine di questo grafico), che di Facebook, sebbene i volumi di ricerca fossero indiscutibilmente sempre maggiori, in quel periodo, per Facebook. In sostanza, i media hanno sovrarappresentato in certi momenti Second Life rispetto a Facebook.


Ma ancor più evidente è il trattamento relativo di Facebook e Twitter in quest’anno. Sebbene le news su Facebook siano in crescita, sono cresciute più rapidamente, fino a superarle, quelle relative a Twitter. Con il risultato che si è parlato, nei mesi recenti, di Twitter più che di Facebook, nonostante la realtà delle ricerche dimostra che Facebook è quasi 300 volte più popolare di Twitter.


Che significano questi dati? Ha un senso discuterne? Con tutti i limiti metodologici del caso, ritengo che sì, abbia un senso discuterne, per alcune buone ragioni. Ci dicono anzitutto che i fenomeni reali spesso sono rappresentati in maniera distorta nei media: non solo in quelli tradizionali (di dimensioni più contenute), ma anche nei media di tipo informativo/giornalistico, inclusi alcuni blog e webzine online, registrati da Google News. I fenomeni sono spesso sovra o sotto rappresentati in questo ecosistema allargato dei media online, rispetto alla realtà. In parte questo dipende dalla capacità di fare pubbliche relazioni degli uffici stampa e del marketing dei diversi servizi commerciali. Dalla capacità di far parlar di sé prima o a prescindere dei fenomeni reali. Dall’altra vi è un obiettivo problema, nell’ecosistema dei media, a rappresentare in maniera realistica, non troppo distorta, i fenomeni. E il caso di Facebook ce ne dà un esempio.


Mentre, infatti, il volume delle ricerche dipende dall’attività degli utenti e non ha un tetto teorico, lo spazio disponibile sui media non è infinito, ed è comunque limitato. Rappresentare dunque in maniera non distorcente, all’interno di uno spazio limitato come quello dei media, fenomeni che hanno ordini di grandezza così differenti, porterebbe a un paradosso: per mantenere la rappresentatività, quasi tutto lo spazio, se non tutto, dovrebbe essere assorbito da Facebook. Con l’effetto di perdere varietà, pluralità di temi. Per mantenere la rappresentatività, dovremmo praticamente annullare ogni discorso che non sia dedicato al “campione” del momento. L’effetto sarebbe di annullare ogni spazio a fenomeni emergenti, perché non possono evidentemente competere con il campione.


Scegliendo invece di distorcere (ridurre lo spazio al fenomeno di punta, aumentarlo ai fenomeni di nicchia), il sistema dei media svolge un ruolo molteplice: rende visibili fenomeni che sono potenziali nuovi campioni, e offre una panoramica più ampia, anche se necessariamente distorta, di tendenze differenti, anche non comparabili fra loro oggi, ma che possono esserlo domani, e che comunque arricchiscono la rappresentazione del mondo e della realtà. In sostanza, anche a tentare di mantener la rappresentatività, si distorcerebbe togliendo spazio ai fenomeni minori!


Queste brevi e forse controintuitive osservazioni vanno tenute presenti ogni qual volta si criticano i media perché distorcono la realtà. Oppure ogni volta che si immagina debbano rappresentare semplicemente la realtà com’è. Dobbiamo infatti ricordarci:



che non è possibile, perché lo spazio sui media è comunque ridotto, e dunque è necessario dividerlo fra le issue presenti nel bacino della “notiziabilità”;
che non è auspicabile, perché verrebbero occultate intere porzioni di realtà nascenti.



Gli abusi possibili


Naturalmente, questo fenomeno ineliminabile apre ad abusi. Ad esempio, alcune testate potrebbero volutamente sovrarappresentare alcuni fenomeni minoritari, per dar loro uno spazio che non meritano o che non è giustificato da criteri giornalistici o di interesse pubblico, e ignorarne volutamente altri. Insomma, le distorsioni possono essere fatte con intenzioni diverse. In effetti è quello che succede in presenza di buoni uffici stampa aziendali, di marchette giornalistiche, di accordi sottobanco fra proprietà editoriali e, ad esempio, realtà industriali e politiche.


Il difetto principale del sistema dei media, dunque, non è che è distorsivo: essere distorsivo è nella sua natura, e questo garantisce che alcuni fenomeni molto popolari non vengano rappresentati in maniera esclusiva, a scapito di altri minoritari ma presenti. Il che garantisce pluralismo. Il difetto principale è che non è facile distinguere fra distorsioni in buona e cattiva fede. Non è cioè possibile sapere a priori se, ad esempio, alcune testate o alcuni singoli parlino un sacco di Twitter (come un tempo di Second Life) perché sinceramente attratti, perché lo ritengono interessante, o perché vi siano scambi di favori (uso Twitter come esempio in ipotesi). Si possono facilmente immaginare esempi meno innocenti di Twitter, Second Life e Facebook.


A livello delle singole testate, conoscere gli editori e gli interessi che hanno, oppure chi sono i principali inserzionisti, aiuta almeno a capire se le distorsioni possano essere correlate a quegli interessi (suggerimento: possono). Ma immaginare che il sistema dei media debba essere un fotografo fedele della realtà significa prendere un abbaglio: non solo non può, ma nemmeno dovrebbe. Dovremmo tenerlo presente, ad esempio, anche quando si discute di spazi elettorali: se si adotta un criterio proporzionale per i candidati in base ai consensi elettorali, con la pretesa che questi fotografino la realtà meglio, ad esempio, della par condicio, si sta implicitamente distorcendo a favore dei più grossi, con l’effetto di polarizzare. La cosiddetta par condicio, invece, distorce a favore di una maggior equità fra i partecipanti e di una maggior chance per tutti i soggetti di informare correttamente i cittadini (il vantaggio per i più grossi è comunque marcato, perché in precampagna elettorale hanno ottenuto già i maggiori spazi: questo compensa la perdita relativa di spazio in campagna elettorale). Ed è solo un esempio.


Discutere di queste implicazioni, anche a partire da un servizio semplice e impreciso come Google Trends, ci aiuta a capire il ruolo che l’ecosistema dei media ha non come fotografo della realtà, ma come mediatore. E come tale, doverosamente e inevitabilmente distorsivo. È sbagliato prendersela con i media: è necessario invece sviluppare senso critico per capire dove le distorsioni siano dovute ad interessi occulti o di parte, e dove invece siano compiute in favore di un diritto di tribuna, di un ruolo di evidenziatore di tendenze interessanti e utili, svolto in maniera disinteressata, con un occhio al bene comune. Che è quanto di meglio potremmo, anche ai tempi di Internet, richiedere ai media.


Tratto da www.apogeonline.com

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