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Lo stato della comunicazione pubblica in Italia: l'editoriale di Alessandro Rovinetti

18/10/2004

Ecco l'editoriale della newsletter Comunicatori pubblici alla vigilia del Compa. E' un testo problematico, ricco di umori e di questioni solo in parte espresse. Forse è anche un testo sinceramente critico e autocritico. Forse è il momento di un nuovo inizio? Invitiamo i visitatori del sito a inviarci dei commenti.

Lo stato della comunicazione pubblica in ItaliaIl 3 novembre a Bologna, in occasione dell'apertura del Salone Europeo della Comunicazione Pubblica, dei Servizi al Cittadino e alle Imprese, il ministro Luigi Mazzella dirà certamente cose importanti e mi auguro positive sullo stato della comunicazione nel nostro Paese. L'occasione sarà la presentazione della ricerca nazionale promossa dal Dipartimento della Funzione Pubblica e realizzata dalla IULM di Milano insieme ad un gruppo di esperti e studiosi proprio per fare il punto al riguardo.In vista di questo appuntamento ritengo doveroso segnalare alcuni pericoli che, da troppo tempo, incombono sul futuro della comunicazione pubblica.E' del tutto evidente che, nell'ultimo decennio, grazie all'azione di migliaia di professionisti del settore, all'impegno del sistema universitario, ad una maggiore attenzione delle Istituzioni, l'importanza della comunicazione pubblica è cresciuta dentro e fuori le Amministrazioni. Come i privati, anche noi siamo consapevoli, almeno a livello teorico, dell'importanza dell'informazione e della comunicazione. A differenza di questi, però, non siamo ancora riusciti a dare un "valore" alla nostra azione comunicativa, che, troppo spesso, oscilla tra la sine-cura di apparati refrattari, se non ostili al cambiamento, e l'entusiasmo di pochi volenterosi. Insomma, quando il referente è la Pubblica Amministrazione, per la comunicazione sorgono le stesse difficoltà e gli stessi problemi che limitano l'utilizzo delle nuove tecnologie.Ci si misura con strumenti di grande potenzialità, importanti leve per la semplificazione e la modernizzazione di Istituzioni che la nostra società vorrebbe snelle, efficienti ed efficaci, ma non sempre con strategie e finalità adeguate. Basterebbe richiamare opinioni e pareri espressi, nell'ultimo anno, da amministratori e studiosi per esemplificare quanto sostenuto: "Gli URP debbono essere più diffusi", "Gli URP debbono considerarsi superati", "Occorrono professionisti per comunicare", "Non occorrono professionisti perché l'intera amministrazione deve comunicare", "L'ufficio stampa è una fonte informativa irrinunciabile", "L'ufficio stampa rappresenta una spesa inutile". E qui ci fermiamo.Normale dialettica tra posizioni diverse? Forse. Ma nelle organizzazioni gerarchiche un simile alternarsi di opinioni raramente produce una sintesi teorico-organizzativa. Quasi sempre finisce per parcellizzare il lavoro, moltiplicare strutture e ruoli, dare un'ulteriore spinta all'autoreferenzialità sempre in agguato nel mondo pubblico.Chi ha la responsabilità di interrompere questo cortocircuito che produce confusione, sfiducia e disincanto? Tutti coloro che pensano che se la comunicazione pubblica deve essere risorsa, strategia e servizio, allora è giunto il momento di introdurre massicce dosi di realismo nelle nostre Amministrazione. Cominciando, come ci chiede la legge 150, a praticare elementi di validazione ed efficacia nella comunicazione, a definire e riconoscere le nuove professioni, ad approvare le relative piante organiche.Questo vuol dire radicare la comunicazione più nelle normative del pubblico impiego e nell'azione quotidiana che nel, pur legittimo, dibattito teorico-accademico. Si tratta di attivare una forte assunzione di responsabilità e atti conseguenti da parte degli alleati della comunicazione pubblica. A cominciare dagli amministratori, dalle dirigenze più in sintonia con i processi europei di modernizzazione, per proseguire con il sistema universitario sollecitato a cercare e a realizzare nuovi e più adeguati percorsi formativi.Questa è la vera sfida da cui dipende non solo il futuro della comunicazione pubblica ma anche quello di migliaia di comunicatori pubblici e di tutti quei giovani laureati in Scienze della Comunicazione che vorranno misurarsi con questo settore.Insomma, o saremo capaci di far scendere dal "treno" della comunicazione pubblica certi improvvisati viaggiatori o saremo costretti a chiederci e a sentirci chiedere ancora per molti (troppi) anni: "qual è lo stato della comunicazione pubblica?".Alessandro Rovinetti, Segretario Generale dell'Associazione Italiana Comunicazione pubblica e Istituzionale - 15/10/2004

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