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Malati di afasia. Stiamo perdendo la capacità di raccontarci?

23/06/2015

Andrea Ferrazzi

Qual è il rapporto tra lentezza e comunicazione, in un’epoca caratterizzata dalla velocità, dal flusso continuo di informazioni e dalla frenesia digitale? È questo uno degli interrogativi di fondo della prima edizione di Slow Brand Festival, che si è svolta lo scorso 11 giugno a Milano. Il commento di Andrea Ferrazzi.

Qual è il rapporto tra lentezza e comunicazione, in un’epoca caratterizzata dalla velocità, dal flusso continuo di informazioni e dalla frenesia digitale? E’ questo uno degli interrogativi di fondo della prima edizione di Slow Brand Festival, che si è svolta giovedì 11 giugno a Milano (qui il racconto della manifestazione): un’iniziativa promossa dal direttore di brandforum.it Patrizia Musso, in collaborazione con l’Associazione Vivere con Lentezza, fondata da Bruno Contigiani, e con la partecipazione della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, per quest’anno partner scientifico dell’iniziativa e anche prestigiosa location della serata.

Il Festival, dedicato al concetto di Slow Brand - teorizzato da Patrizia Musso nel suo volume “Slow Brand. La gestione socio-economica della marca contemporanea”, è stato un momento di incontro e riflessione partecipata sulla maturità del fenomeno Slow in Italia, valorizzando grandi e piccoli Slow Brand presenti nel panorama aziendale italiano. Invitato a portare un mio contributo alla tavola rotonda in apertura di serata, avevo preparato un intervento che poi, stimolato dalla discussione animata dal moderatore Andrea Turi, ho preferito lasciare da parte, anche se era un tentativo di rispondere alla domanda iniziale sul rapporto tra lentezza e comunicazione.

Avevo preso spunto da un recente articolo pubblicato da IL (Magazine del Sole 24 Ore), nel quale Raphael Glucksmann sostiene c’è un male profondo che corrode le élite europee (anche se sarebbe interessante capire se esistono ancora le élite… ma questo è un altro discorso), un male che si chiama afasia. E’ l’incapacità di dire. E soprattutto di dirsi. Di pensare ed esprimere cosa siamo e verso cosa andiamo. Insomma: di avere una prospettiva. Lo stesso Glucksmann rileva che siamo diventati bravissimi a cambiare canale. E sottolinea l’insostenibile leggerezza con la quale l’ondata di sdegno per l’attentato omicida a «Charlie Hebdo» si è infranta e dispersa sugli scogli di un’informazione sempre più istantanea, improntata sull’attimo presente, sull’ultima notizia che crea scalpore, provoca reazioni a catena sui social. Passiamo da un’emergenza all’altra, da un caso all’altro, da una storia all’altra con estrema facilità. Basta – si fa per dire ovviamente - che un aereo si schianti sulle Alpi francesi o che un terremoto devasti il Nepal, per dimenticarci dell’attentato di Parigi. E così, allo stesso modo, bastano un’elezione, casi di cronaca a forte impatto emotivo, uno scandalo nel mondo della politica o dello sport per scordarsi dell’aereo e, peggio, della devastazione del terremoto, con le migliaia di vittime. Ci lasciamo trasportare dalle correnti dell’informazione che si generano in rete, dai trend topic su Twitter, dalle tendenze del momento che ci fanno vivere appiattiti sul presente, condizionati dalla frenesia dell’istante.

Ha ragione Glucksmann: siamo bravissimi a cambiare canale. E non siamo più capaci di raccontare e di raccontarci, perché abbiamo smarrito la profondità, la prospettiva, la consapevolezza che esiste un passato e, soprattutto, un futuro. C’è un collegamento tra questi due elementi, cioè tra la facilità con la quale facciamo zapping informativo e l’afasia della quale soffriamo?

A mio avviso, sì. A tal proposito, Douglas Rushkoff, uno dei più importanti studiosi al mondo di cultura digitale, parla di «collasso narrativo» e si chiede come sia possibile raccontare storie e trasmettere valori quando siamo privati del tempo per descrivere un percorso lineare. Per Rushkoff «ogni grande narrazione del ventesimo secolo dipendeva dalla fede che la teneva in piedi». Erano tutte ideologie che promettevano qualcosa di meglio per il futuro, anche in cambio di un presente difficile. «Il fine giustificava i mezzi: la guerra di oggi era la liberazione di domani, la sofferenza di oggi la salvezza di domani, il lavoro di oggi la ricompensa di domani [...] Erano proprio tutte queste storie a sorreggerci economicamente, politicamente e persino spiritualmente: offrivano alle nostre vite, nazioni culture e fedi la possibilità di convergere in una narrazione. Avevamo adottato un modo di sperimentare e vivere il mondo basato sulle storie che sapevamo raccontarci».

Avevamo una prospettiva, insomma. Nell’epoca della rivoluzione digitale prevalgono invece l’atemporalità e l’istantaneità. E’ il presentismo, che – avvisa Rushkoff - trova applicazione, ad esempio, in serie tv come “I Soprano” o “Lost”. Viviamo in un flusso rapido e continuo di informazioni, alimentato dal web, che incide – ad esempio - anche sul modo di prendere le decisioni: c’è un’autentica ossessione per l’informazione real time che porta i decision-maker ad agire valutando le reazioni istantanee dell’opinione pubblica. Siamo in preda alla velocità. All’ossessione per il «qui» e «ora». Alla tirannia dell’istante. All’accelerazione continua. Non c’è più tempo per lo stile lineare e cumulativo, né per i ragionamenti lenti e sistematici. Né per la complessità.

Il filosofo Byung-Chul Han osserva come la cultura digitale si basi sul «dito che conta», è additiva, non narrativa. Né i tweet, né le informazioni online si combinano in un racconto. Non solo: in sintonia con Nicholas Carr, ritiene che, con l’essere sempre connesso, l’individuo disimpara a pensare in maniera complessa. Lo smartphone – scrive Byung-Chul Han , nel suo ultimo libro “Nello sciame. Visioni del digitale” – fa avvizzire le forme comportamentali che richiedono ampiezza temporale o lungimiranza, esige rapidità e miopia e dissolve ciò che è lungo e lento.

Anticipando queste considerazioni, l’antropologo norvegese Thomas Hylland Eriksen sollevava, già una decina di anni fa, due interrogativi che, dopo oltre un decennio di grandi innovazioni tecnologiche, mantengono inalterate la loro attualità e la loro rilevanza. Primo: perché non esistono prospettive valide, politicamente informate per il futuro, in una società infatuata dall’oggi o dal domani immediato? Secondo: non avviene forse che sempre più persone si abituino a vivere in un mondo in cui svolazzano frammenti multicolori di sapere, privi di direzione e di coesione, e che non lo considerino più un problema?

Ecco l’afasia. Figlia della velocità.

 

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