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Metamorfosi del blog: da raccolta di pensieri a narrazione strutturata

12/02/2010

Nell’era del web 2.0 e dei social media, i blog stanno diventando quasi un reperto storico. La mancanza di contemporaneità col reale non è in grado di soddisfare il desiderio di costante aggiornamento sul mondo dei cittadini digitali. Ma se i blog sono indubbiamente destinati a diminuire di numero, non sono però condannati a morte: diventeranno storie di vita, libri aperti di scrittori che hanno molto da raccontare.

di Luana Andreoni
A dieci anni è già vecchio. Il blog, così come lo conosciamo, sta progressivamente perdendo terreno rispetto alle possibilità relazionali offerte dal Web 2.0. A conferma di questa tendenza, che vede il predominio assoluto dei social network sul diario on line, arriva una ricerca del Pew Internet and American Life Project su 2.253 americani tra i 18 e i 29 anni e su 800 giovanissimi tra i 12 e i 17 anni. I dati parlano chiaro: teenagers e trentenni preferiscono aggiornare il proprio status su Facebook o connettersi attraverso dispositivi mobili e wireless, per inserire contenuti immediati e veloci, piuttosto che scrivere un post lungo e impegnativo, con un sistema macchinoso, complicato e prolisso. Il diario, la pagina dove lasciare un pensiero, una riflessione a sé stante sui più disparati argomenti si sta esaurendo.
La parola d’ordine è tutto e subito, questo vogliono i nuovi cittadini digitali. Un’immediatezza che il blog non può soddisfare. In un mondo sempre più veloce, chi scrive una sola volta al giorno, o anche meno, non ha alcuna attrattiva su un pubblico assetato di novità. A meno che…
A meno che il blog non si reinventi e non cambi la sua funzione originaria. Non più pagina bianca da riempire con pensieri e riflessioni eterogenei, sensazioni fugaci o discontinue, ma luogo di un progetto narrativo ben preciso e delineato, con tanto di data di inizio e di fine. Un evento importante della vita, ed esempio, come un matrimonio o una nascita, lo start up di un’azienda, la battaglia contro una malattia o la lotta contro la cassa integrazione, che i protagonisti vogliono raccontare e condividere con amici e parenti lontani. Oppure con perfetti sconosciuti, che stanno vivendo la loro stessa esperienza.
Una sorta di album dei ricordi virtuale, in cui annotare i momenti salienti di un’esperienza destinata a non ripetersi. Da riaprire e sfogliare a distanza di tempo, per riannodare il filo dei ricordi che il tempo potrebbe sciogliere. Chiunque, leggendo i post di questi “blog narrativi”, può ripercorrere a ritroso la storia di chi li ha scritti, trovando una linearità e una scorrevolezza completamente assenti nei blog tradizionali.
Proprio per questo, per la sua inclinazione a divenire un vero e proprio racconto, il blog si sta differenziando sempre più dai nuovi modi comunicativi offerti dai social media, in una dicotomia che sembra destinata a rafforzarsi. Da un lato i social media, frequentati da giovani e giovanissimi, con il loro bisogno dirompente di comunicare se stessi e tutto ciò che li circonda, in una sorta di pulsione a svelarsi quasi irrefrenabile. Dall’altro il caro vecchio blog, architettura in cui inserire come tasselli i capitoli di una storia ancora tutta da scrivere.
E gli scrittori, soprattutto tra i trentenni, non mancano di certo. Ecco perché il blog non morirà, ma farà una lenta e necessaria selezione tra i suoi autori. Resterà chi ha qualcosa da raccontare.
Tratto da www.cultur-e.it/blog

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