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Mian Daniela

21/06/2010

Donne e Relazioni pubbliche: cosa ne pensano gli iscritti del Triveneto

La stampa specializzata e non solo si sta occupando sempre più frequentemente della questione femminile. Studi e ricerche analizzano il ruolo delle donne nel mondo del lavoro cercando di verificare le diversità di genere che, stante una perdurante situazione di diseguale opportunità, si frappongono alla piena realizzazione professionale delle donne. Sono già trascorsi più di 10 anni dagli studi di K.Matsui su womenomics ma evidentemente la strada della capitalizzazione delle capacità e del talento femminili è ancora molto lunga. Di certo l’industria delle RP è tra quelle che per prima ha valorizzato al meglio le donne e le loro potenzialità evitando di sprecare risorse preziose. Ricerche internazionali sembrano, infatti, confermare una correlazione positiva tra la presenza femminile nelle aziende e le performance economico/finanziarie. Le donne sembra applichino nella gestione aziendale criteri etici più rigorosi e adottino profili di rischio/rendimento più adeguati. Sembra non ci siano più dubbi anche sul fatto che nel condurre le aziende le donne utilizzino doti innate, (es.: l’empatia, l’intelligenza emotiva), che consentono loro di relazionare e comunicare più efficacemente con i diversi stakeholders. Parliamo di leadership al femminile fatta di condivisione, mediazione e partecipazione. Una modalità multitasking sviluppata in anni di doppia attività (casa/lavoro), di complessità da affrontare, di capacità di problem solving maturate sul campo, di versatilità e di maggiore sensibilità. Se tutto ciò sembra una sorpresa per alcuni, di certo non lo è per gli addetti delle RP che da tempo conoscono e apprezzano il valore e le capacità femminili. Non è un caso che il settore risulti tra i più femminilizzati e che esprima anche a livello dirigenziale una presenza femminile non paragonabile ad altri settori. Questo successo quantitativo e qualitativo nasconde in realtà anche qualche criticità sulle quali si è indagato tramite una recente indagine esplorativa, svolta su un campione rappresentativo di relatori del Triveneto iscritti alla Ferpi. L’obiettivo era approfondire il rapporto Donne e RP, cercando di capire quanto, e se, il genere influenzi le scelte formative e professionali, e quali siano le vere ragioni che attraggono le donne verso le RP. L’indagine ha poi cercato di verificare l’esistenza e l’origine di modalità comunicative diverse tra uomini e donne, l’eventuale valore aggiunto femminile, ma anche i problemi professionali che le donne devono affrontare (discriminazioni, disparità salariali e di carriera, glass ceiling), i loro punti di forza e di debolezza. La ricerca svolta tra ottobre/dicembre 2009 ha coinvolto circa 90 iscritti alla Ferpi. Il campione che ha risposto al questionario, costituito da 36 domande, era composto per il 58% da donne e 42% da uomini, la stessa proporzione esistente a livello di iscritti Ferpi. Un campione particolarmente scolarizzato, l’85% degli intervistati è, infatti, in possesso di laurea e di questi il 35% ha seguito corsi post laurea e master. Il 65% del campione svolge attività autonoma, il 27% lavora alle dipendenze di aziende del settore profit e l’8% nel pubblico. Ben il 50% degli intervistati ha esperienza ultradecennale, il 35% decennale e solo il 15% dichiara di lavorare nelle RP da non più di 5 anni. L’età media del campione è pari a 40,8 anni. Dalle risposte emerge che le donne scelgono i corsi di laurea in RP perché attratte da un’attività che pensano essere gratificante (73%), perché si sentono fortemente predisposte verso ogni forma di comunicazione, ma anche perché trovano minori barriere all’ingresso, vale a dire minor competizione maschile. Il campione dichiara che la femminilizzazione della professione è frutto del riconoscimento di maggiori capacità e abilità delle donne nel settore (62%), risultato di ragioni biologiche e culturali, della maggiore offerta di laureate donne nei corsi di laurea specifici (46%), del minor interesse maschile nel settore (27%) causa anche delle minori attrattive economiche (12%) e, con un 23%, del riconoscimento del fattore estetico che sembra ancora privilegiare le donne nello svolgimento della professione (36% uomini, 13% donne). Le donne risultano comunicare in maniera “diversa”, e tra le caratteristiche citate dagli intervistati l’empatia (78%) ne è la prima causa, a seguire la disponibilità al colloquio e alla negoziazione. Il valore aggiunto che forniscono alla professione è dato da una maggiore ricerca di partecipazione e condivisione nelle relazioni (61%) e una maggiore attenzione all’etica e alla responsabilità sociale (39%). Pur considerando queste caratteristiche importanti per il successo nella professione, le ragioni che sembrano spiegare la maggioritaria presenza di donne ai vertici delle funzioni di RP sono però legate alla strategicità o per contro alla marginalità della professione. Il punto focale sembra essere proprio questo: secondo il 100% del campione intervistato, la managerialità delle RP non può essere messa in dubbio e la motivazione di ciò ricade nel fatto che esse sono strategiche per le scelte aziendali, creano valore e aumentano le performance. Questo assunto incontestabile sembra però non trovare un altrettanto indiscutibile riscontro nella realtà e spesso la funzione delle RP non riscuote la dovuta considerazione e credibilità tant’è che solo il 50% degli intervistati dichiara di partecipare alle scelte strategiche aziendali e che la funzione preposta alle RP solo per il 46% è in staff con la Direzione Generale e/o partecipa ai Comitati di Direzione. Non ricoprendo posizioni di vertice nell’assetto organizzativo delle aziende, le RP sembra non riescano ad attrarre l’interesse dei maschi studenti prima, e professionisti poi, decisi invece a incidere direttamente, con le proprie idee e decisioni, sul futuro della propria azienda e sul proprio reddito. Le donne per contro trovano l’attività molto vicina al proprio modo di essere e di agire e questo spinge le studentesse prima e le professioniste poi a inserirsi nel settore. Biologia cultura, e a volte stereotipi, ma soprattutto intuito (77%), tenacia e determinazione (65%), impegno, passione e versatilità finiscono per determinarne, lungo il cammino, i loro successi ma non c’è dubbio sul fatto che per anni le donne abbiano avuto la strada spianata verso i vertici anche grazie all’assenza degli uomini, meno interessati a una funzione non in grado di garantire il potere di governare. Il successo raggiunto è dunque, nei fatti, un magro premio di consolazione perché le donne reggono una funzione per ora, a torto, ancora poco considerata dai vertici aziendali e poco strategica per il futuro delle organizzazioni. In termini di principio le RP sono considerate dagli intervistati unanimemente attività manageriali, in termini pratici non lo sono e il fatto che siano governate da donne sembra esserne la dimostrazione più logica. Al di là delle ragioni reali di questo risultato, resta il fatto che questo esercito di donne, quasi il 70% degli addetti nella professione, rappresentano, pur con tutte le difficoltà e le disparità ancora esistenti, un esempio di come le potenzialità femminili, possono trovare giusta realizzazione contribuendo al raggiungimento degli obiettivi aziendali, al successo della professione e in ultima analisi allo sviluppo di una società più aperta alle relazioni, più attenta all’ascolto delle esigenze dei pubblici, più sensibile all’etica e alle tematiche della responsabilità sociale.

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