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Quella censura in nome del bene comune

15/12/2004

Libertà d'espressione o libertà dall'incitamento all'odio e alla violenza? Fin dove possono estendersi l'una e l'altra senza calpestarsi vicendevolmente? E in nome di quale libertà deve intervenire lo Stato? Dalla Francia al Venezuela due casi – diversi e controversi - di intervento pubblico sui media.

Al bando. E' quanto ha sentenziato lunedì il Consiglio di Stato francese nei confronti della rete televisiva Al Manar. L'operatore Eutelstat dovrà infatti far cessare le trasmissioni del canale satellitare arabo entro 48 ore. A meno che quest'ultimo non si ravveda, modificando la propria programmazione.
Così si è concluso il lungo braccio di ferro che ha contrapposto il governo di Parigi alla rete libanese controllata dalle milizie Hezbollah. Uno scontro iniziato oltre un anno fa, quando numerosi politici francesi avevano contestato la messa in onda, da parte di Al Manar, di programmi o dibattiti esplicitamente anti-americani, anti-israeliani e anti-semiti. Per poter censurare, anzi, per chiudere del tutto le trasmissioni dell'emittente (che in Francia sono veicolate dalla società Eutelstat all'interno di un bouquet di nove canali arabi), alle autorità mancava tuttavia una legislazione adeguata. Tanto che lo scorso luglio la Francia aveva cercato una scorciatoia legislativa per rendere più facile il bando di Al Manar.
Poi però era intervenuto il Consiglio di Stato, secondo il quale il network arabo poteva trasmettere liberamente almeno fin tanto che aderiva alle regole stabilite dal Consiglio superiore degli audiovisivi (Csa), l'organo di controllo nazionale. Detto, fatto: lo scorso mese l'emittente aveva ottenuto dallo stesso Csa l'autorizzazione ad operare in Francia, impegnandosi da parte sua a "non incitare all'odio, alla violenza o alla discriminazione sulla base della razza, del sesso, della religione o della nazionalità". La polemica sembrava parzialmente risolta: tuttavia quattro giorni dopo Al Manar mandava in onda un documentario in cui si accusava Israele di aver diffuso i virus dell'Aids e di altre malattie in tutto il mondo arabo. Si era di nuovo punto e a capo: indignazione, proteste e soprattutto la richiesta di fermare le trasmissioni che lo scorso lunedì è approdata al Consiglio di Stato per una decisione definitiva.
Un pasticciaccio che ha avuto strascichi imprevisti di natura diplomatica: Beirut infatti non è rimasta a guardare, ma ha chiamato a raccolta i media e gruppi di pressione degli altri Paesi arabi. In una riunione convocata per esprimere solidarietà ad Al Manar, il Consiglio per le trasmissioni audio-visive del Libano ha quindi minacciato ritorsioni, dichiarando di essere pronto a cancellare i privilegi concessi agli outlet dei media francesi nel Paese.
Cambiando continente e contesto politico, l'intervento censorio da parte del governo in nome della salvaguardia di alcuni valori pubblici si ripropone sotto altre spoglie. La definizione è di per sé accattivante: Legge per la Responsabilità Sociale nelle TV e nelle Radio. Siamo in Venezuela, e il provvedimento in questione – firmato dal presidente Chavez la scorsa settimana - limita la trasmissione via etere di contenuti violenti o a sfondo sessuale. Una restrizione che intende migliorare la qualità dei programmi e tutelare i telespettatori più piccoli, per il governo. Una legge-bavaglio che limita la libertà d'informazione, per i giornalisti. E proprio in segno di protesta il canale privato Globovisione, durante una rassegna stampa, ha sostituito con spazi bianchi le immagini di scontri di strada riportate dai quotidiani.
Carola Frediani - Totem

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