Giuseppe de Lucia, Consigliere Nazionale
La sperimentazione annunciata dal Ministero della Difesa apre un tema politico e culturale: riconoscere il ruolo dei portatori di interesse nei processi decisionali, abbassare le barriere all’innovazione e costruire regole più trasparenti nel rapporto tra pubblico e privato.
È di qualche giorno fa l’annuncio da parte del Ministero della Difesa del lancio di una nuova piattaforma dedicata alle interlocuzioni tra imprese e amministrazione del dicastero. Un segnale politico e culturale che merita attenzione da parte di chi da anni si occupa di rappresentanza di interessi, trasparenza e regolamentazione del rapporto tra pubblico e privato.
Nel suo intervento, il ministro ha descritto la piattaforma come uno strumento nato per “aprire” la Difesa al dialogo con imprese, innovatori e portatori di interesse, rendendo al tempo stesso tracciabili e più sicure le interlocuzioni con l’amministrazione. Un progetto sul quale, ha raccontato, si lavora da oltre due anni e mezzo e che entrerà in funzione dal prossimo ottobre dopo una fase di sperimentazione.
Il punto centrale, però, è forse un altro. Per la prima volta uno dei ministeri più delicati dello Stato affronta apertamente il tema del lobbying senza rimuoverlo, senza nasconderlo dietro formule burocratiche o ambiguità lessicali. Al contrario, il ministro utilizza esplicitamente il concetto di “portatori di interessi” e rivendica la necessità che lo Stato si apra al confronto con chi porta competenze, innovazione, tecnologie e conoscenze utili al processo decisionale pubblico.
È un passaggio importante in un Paese che continua a vivere un rapporto irrisolto con la regolamentazione dell’attività di lobbying. In Italia, infatti, il tema viene ancora troppo spesso affrontato come un problema reputazionale o come un terreno opaco da circoscrivere, anziché come una componente fisiologica dei processi democratici contemporanei. Eppure tutte le grandi democrazie mature hanno ormai compreso che il punto non è impedire il dialogo tra istituzioni e interessi organizzati, ma renderlo trasparente, accessibile e regolato.
Da questo punto di vista, la piattaforma della Difesa rappresenta una sperimentazione interessante proprio perché prova a spostare il focus dal sospetto alla governance. L’idea di accreditare i soggetti che interagiscono con il Ministero, registrare le interlocuzioni e creare procedure condivise introduce infatti un principio semplice ma fondamentale: il rapporto tra decisore pubblico e portatore di interessi non deve essere occultato, bensì riconosciuto e disciplinato.
Nel discorso del ministro emerge chiaramente anche un altro elemento: la trasparenza non viene presentata soltanto come misura anticorruzione, ma come leva di innovazione. È forse questo il passaggio più moderno dell’intervento.
Quando il ministro sottolinea che realtà consolidate come Leonardo o Fincantieri hanno storicamente maggiore facilità di accesso rispetto a startup, PMI innovative o giovani imprese tecnologiche, individua un problema reale di molte amministrazioni pubbliche: la difficoltà di intercettare innovazione al di fuori dei circuiti tradizionali.
La piattaforma nasce quindi anche con l’obiettivo di abbassare le barriere d’ingresso, ampliare la platea degli interlocutori e favorire un confronto competitivo più aperto. Non è casuale che nel discorso ricorra spesso il riferimento alla velocità dell’innovazione, all’esperienza ucraina e alla capacità delle realtà più piccole di produrre soluzioni tecnologiche rapide ed efficaci.
In questo senso, il riconoscimento del portatore di interessi non appare come una concessione, ma come un elemento funzionale alla qualità stessa del policy making. Chi porta conoscenza tecnica, esperienza industriale, capacità innovativa o visione di mercato contribuisce infatti a rendere migliori anche le decisioni pubbliche. Naturalmente questo richiede regole, trasparenza e accountability. Ma proprio per questo esperienze come quella annunciata oggi meritano attenzione.
Da anni anche FERPI sostiene la necessità di superare l’ambiguità italiana sul lobbying, riconoscendo pienamente la legittimità delle relazioni istituzionali all’interno di un quadro regolato, trasparente ed eticamente definito. La piattaforma della Difesa sembra muoversi, almeno nelle intenzioni dichiarate oggi, in questa direzione.
Naturalmente molto dipenderà da come il sistema verrà implementato concretamente: dal livello reale di trasparenza, dall’accessibilità delle informazioni, dalle modalità di controllo e dalla capacità di evitare che l’accreditamento si trasformi in una nuova barriera burocratica. Ma il segnale resta significativo.
Perché il tema vero, oggi, non è se i portatori di interesse debbano dialogare con le istituzioni. Quel dialogo esiste già ed esisterà sempre. La questione è se farlo restare confinato in dinamiche informali e asimmetriche oppure costruire strumenti che rendano quel confronto più aperto, più pluralista e più trasparente.
Ed è proprio su questo terreno che la sperimentazione annunciata dalla Difesa può rappresentare qualcosa di più di una semplice piattaforma digitale: può diventare un primo passo verso una cultura finalmente adulta della rappresentanza di interessi in Italia.