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Stefania Ricci a InspiringPR 2026

21/04/2026

Daniela Ballarini

Quando il racconto d’impresa diventa cultura. La direttrice del Museo Salvatore Ferragamo sarà a Venezia il 16 maggio. 

 

A Firenze, nelle sale di Palazzo Spini Feroni, il Museo Salvatore Ferragamo rappresenta uno dei casi più avanzati di come un’impresa possa trasformare la propria storia in cultura. Ciò che lo rende oggi particolarmente rilevante è la sua capacità di incarnare un concetto sempre più centrale nel dibattito contemporaneo: quello delle verità resistenti.
“Le verità resistenti non sono quelle che fanno più rumore, ma quelle che nel tempo costruiscono fiducia”.

 

Al centro di questa trasformazione c’è la visione di Stefania Ricci, direttrice da oltre venticinque anni, che ha guidato il museo oltre la dimensione celebrativa, costruendo un modello capace di durare.

 

La sua traiettoria prende forma molto prima della direzione. “Laureata in Lettere con indirizzo in Storia dell’Arte all’Università di Firenze, inizia nel 1984 a collaborare con la Galleria del Costume di Palazzo Pitti e con Pitti Immagine, curando mostre e cataloghi che raccontano la nascita e l’identità della moda italiana, come La Sala Bianca: nascita della moda italiana ed Emilio Pucci”.

 

Il punto di svolta arriva nel 1985, quando cura a Palazzo Strozzi la prima mostra retrospettiva dedicata a Salvatore Ferragamo. Da lì prende forma un percorso internazionale che porta la storia Ferragamo nei principali musei del mondo, dal Victoria and Albert Museum al Los Angeles County Museum of Art, fino a Tokyo e Città del Messico.

Parallelamente, prende avvio un lavoro meno visibile ma decisivo: l’organizzazione dell’archivio aziendale.

 

Dal 1995, con la nascita del Museo Salvatore Ferragamo, Ricci ne assume la direzione e la responsabilità degli eventi culturali a livello internazionale. Il suo lavoro si colloca così nel punto di incontro tra ricerca, progetto espositivo e dimensione globale, una direzione che costruisce ciò che dura.

 

Nel lavoro di Stefania Ricci, il museo non è mai stato un esercizio di memoria fine a sé stessa, è diventato uno spazio in cui la storia dell’impresa viene interrogata, riletta e messa in relazione con il presente.

 

Il Museo Ferragamo ha scelto una strada complessa, di costruzione dei contenuti che non si esauriscono nel momento, ma mantengono valore nel tempo.
Questa è una prima forma di verità resistente.

 

Sotto la sua direzione, il museo si configura come un centro di ricerca, dove l’archivio è uno strumento vivo, ma è anche uno spazio curatoriale, capace di connettere moda, arte, cinema e società, una piattaforma culturale che interpreta il contemporaneo attraverso il patrimonio aziendale, restituendolo anche attraverso convegni, premi e nuovi linguaggi come il podcast.

 

Le mostre non si limitano a celebrare l’azienda, il fondatore e le sue creazioni sono messe in dialogo continuo con il mondo.

Ed è qui che emerge una seconda verità resistente: la credibilità non nasce da ciò che si dichiara, ma da ciò che si dimostra nel tempo.

 

Il lavoro di Ricci contribuisce a ridefinire anche il racconto del Made in Italy, non più una narrazione fatta di eccellenze dichiarate, ma un sistema fondato sulla qualità dei processi, sulla relazione tra sapere artigianale e innovazione, sulla connessione tra territorio e visione internazionale.

 

Attraversando le sale del museo, tra le teche che custodiscono le creazioni Ferragamo, emerge con chiarezza la testimonianza di un pensiero progettuale che ha attraversato il tempo senza perdere coerenza.

 

Nel tempo delle narrazioni fragili, il Museo Ferragamo dimostra che un’impresa può scegliere una strada diversa.

 

Il contributo di Stefania Ricci è stato decisivo in questo percorso. La sua direzione ha reso il museo un luogo in cui memoria e contemporaneità convivono, generando un racconto che non si consuma, ma si stratifica. Un racconto che attraversa icone senza tempo, da Marilyn Monroe a Greta Garbo, fino a Charlie Chaplin, e le restituisce come parte di una cultura progettuale.

 

Un insegnamento che va oltre il museo e che interroga direttamente il modo in cui oggi imprese, istituzioni e comunicatori scelgono di raccontarsi.

 

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