Vincenzo Manfredi, Direttore scientifico FERPILab
Recensione del libro “Estremi” di Gianluca Ansalone
Il libro di Gianluca Ansalone “Estremi, il mondo in bilico tra caos e polarizzazione” è un saggio importante per rimettere al centro del dibattito pubblico uno “sguardo altro” per uscire dalla paura e ridare speranza in un mondo in conflitto.
A pagina cinquanta Ansalone scrive che per la politica degli estremi la complessità è un fastidio. Che i fatti e le evidenze soccombono sotto i colpi della divisione tra ciò che è nostro e ciò che è loro. Dimenticando di fatto che l’appartenenza è più alta delle singole parti e che la guerra inizia proprio da una visione distorta della realtà. I relatori pubblici sanno bene che che con la complessità ci fa i conti ogni giorno: la complessità non è un difetto del sistema democratico, è la sua linfa vitale. Quando diventa un fastidio non si semplifica la politica ma la tentazione diventa quella di sopprimere la democrazia.
Il 29 maggio 2026, tre giorni prima del suo centoquattresimo compleanno, è morto a Parigi Edgar Morin. Ha impiegato l'intero corso di una vita eccezionalmente lunga per dissuadere il pensiero moderno dall'imboccare la via larga della semplificazione, che non è mai un metodo e che sempre esercita una forma di violenza sulla composita trama del reale.
Leggere Estremi in questi giorni significa inevitabilmente leggerlo con Morin in controluce, visto che la complessità è esattamente il fenomeno che il filosofo franco-marocchino aveva descritto, denunciato e combattuto per settant'anni: "La classe politica si accontenta dei rapporti di esperti, delle statistiche e dei sondaggi. Non ha più pensiero. Non ha più cultura. Non sa che Shakespeare la riguarda. Ignora le scienze umane. Ignora i metodi che sarebbero adatti a concepire e a trattare la complessità del mondo, a legare il locale al globale, il particolare al generale. Priva di pensiero, si è messa al rimorchio dell'economia. E come la civetta fugge il sole, la classe politica si allontana da qualsiasi pensiero che potrebbe illuminare il cammino del bene comune”. È un j'accuse che vale oggi esattamente quanto valeva quando fu scritto. Forse di più. Perché l'algoritmo – quella macchina che Ansalone individua come acceleratore degli estremi – ha aggiunto un ulteriore strato di semplificazione forzata sopra quello già esistente. La politica non solo non sa trattare la complessità: ha smesso di volerla anche solo incontrare. Ovviamente Morin non era un nichilista. Descriveva la complessità come qualcosa di costitutivamente dialogico, una tela che tiene insieme principi in tensione senza la pretesa di risolverli, ricorsiva, perché la causa produce effetti che retroagiscono su di essa e rendono vano ogni schema lineare. E aveva una visione molto concreta degli errori che si compiono quando si ignora questa natura delle cose: "Sono stato testimone di un buon numero di errori politici. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti inviarono sul posto un gruppo di economisti, senza mettere in conto il basso livello di 'fiducia sociale' di quel mondo. Al momento dell'invasione dell'Iraq, i vertici americani si trovarono impreparati di fronte alla complessità culturale di quel Paese." Il paradigma della semplificazione non produce solo pensieri sbagliati: produce catastrofi reali.
Ansalone arriva allo stesso punto attraverso un percorso diverso. Morin partiva dall'epistemologia e arrivava alla politica. Ansalone parte dalla politica e arriva all'epistemologia. Si incontrano a pagina cinquanta, in quella frase sulla complessità trattata come fastidio, che è insieme una diagnosi del presente e un testamento intellettuale.
Estremi. Il mondo in bilico tra caos e polarizzazione (Guerini e Associati, 172 pagine, 22 euro, prefazione di Francesco Rutelli) non è il solito libro di geopolitica che descrive il caos per poi lavarsi le mani. Gianluca Ansalone – manager di multinazionali, già collaboratore della Presidenza del Consiglio e del CoPaSiR, docente di Geopolitica alla Scuola Ufficiali Carabinieri e al Campus Biomedico – ci porta dentro il meccanismo attraverso sette tematiche: clima, politica, comunicazione, guerra, popolazione, religione, tecnologia. Un polittico del disordine globale nel quale ogni capitolo è leggibile autonomamente, ma tutti sono attraversati da una costante. In ogni ambito, la polarizzazione ha sostituito il pensiero. La terra di mezzo è stata evacuata.
Il capitolo sulla politica è il più incisivo. Ansalone arriva a un'affermazione che suona come atto d'accusa: "La politica ha smesso di fare la politica quando ha preferito inseguire i 'mi piace'”. La parola dell'anno 2025 secondo il dizionario di Oxford è stata rage bait, ovvero un contenuto creato appositamente per suscitare rabbia e indignazione. "Questo è ciò che fanno gli algoritmi: dividere e polarizzare. La politica non ha più alcun interesse a cucire ma trova più conveniente cavalcare questa rabbia, magari per offrire protezione."
Il fenomeno Trump, in questo quadro, non è un'anomalia ma la manifestazione più compiuta di una tendenza globale: "Trump è la manifestazione più esplicita di una radicalizzazione della risposta politica alla complessità di un mondo che si va scomponendo ma di cui non si intravede ancora un nuovo disegno." E poi, con immagine icastica: lo ha raffigurato bene il Time magazine con una copertina fatta di cappellini rossi e da una serie di "Make Nigeria great again" o "Make Turkey great again". Attenzione, dunque, a non confondere i sintomi con il fenomeno. Condivido questa diagnosi. Ma devo aggiungere che il degrado del discorso pubblico non nasce solo dagli algoritmi, nasce anche dalla nostra rinuncia collettiva alla complessità. La professione del relatore pubblico è, nel profondo, una professione di mediazione tra interessi in conflitto. Quando la polarizzazione diventa sistema, quella mediazione viene percepita come tradimento. È il momento esatto in cui la democrazia perde il suo motore.
Nel capitolo sulla comunicazione, Ansalone mostra come gli algoritmi, lungi dall'essere neutri, amplificano le contrapposizioni. La comunicazione diventa così un acceleratore degli estremi, non solo riflette la polarizzazione, ma la produce. Il dibattito pubblico si trasforma in un'arena dove, come scrive l'autore, "si è sempre al fronte". Le piattaforme non sono uno specchio del mondo ma diventano spesso un distorsore. E la distorsione non è casuale, è economicamente incentivata. Più rabbia circola, più tempo le persone restano connesse, più crescono i ricavi. La polarizzazione è, letteralmente, un modello di business. Nessun argine normativo ha finora saputo affrontarlo con sufficiente serietà.
Se c'è un capitolo che rompe ogni illusione postmoderna, è quello sulla guerra. Ansalone sostiene senza ambiguità che "è finita per sempre l'era della pace". E prosegue: "Nella dottrina delle relazioni internazionali bisogna prendere atto che l'arena globale è per definizione conflittuale, che gli Stati combattono per garantirsi spazio, risorse, potere. L'era della pace che ci ha accompagnati per settant'anni è finita per sempre. Dobbiamo dirlo senza nostalgia ma senza abbandonarci alla disperazione, sentimento altrettanto estremo”. È qui che si inserisce la trappola di Tucidide, il concetto reso celebre da Graham Allison: ogni volta che una potenza emergente minaccia il primato di quella dominante, la paura reciproca tende a rendere il conflitto sempre più probabile – anche in assenza di una volontà diretta di guerra. In 12 casi su 16 degli ultimi cinque secoli la trappola si è chiusa. Il meccanismo non è fatalità, è struttura. Ed è precisamente questa struttura che Ansalone ha il merito di nominare senza eufemismi.
Il libro cita la lettura di Huntington riletta da Karp. L'ascesa dell'Occidente non sarebbe stata il frutto della superiorità delle sue idee e dei suoi valori – compresi quelli religiosi – ma della sua capacità di applicare la violenza organizzata in modo più efficiente degli altri. Ansalone la nomina senza farne propria la conclusione. Ridurre cinque secoli di storia a una questione di coercizione militare significa perdere per strada qualcosa di essenziale: la forza normativa del concetto di persona elaborato dal pensiero cristiano, la cultura della responsabilità individuale, la distinzione tra potere temporale e spirituale che ha aperto lo spazio alla società civile, il principio di uguaglianza davanti a Dio che ha alimentato le rivoluzioni democratiche. Questi non sono ornamenti ideologici. Sono architetture di senso che hanno reso possibile un certo tipo di governo del mondo. La violenza organizzata, da sola, produce imperi, non istituzioni democratiche.
Uno degli apporti più originali del libro riguarda le grandi piattaforme tecnologiche. Ansalone le definisce "para-Stati": capaci di influenzare economia, politica e opinione pubblica. La tecnologia non è più solo uno strumento, ma un attore geopolitico. E, ancora una volta, un fattore di polarizzazione. "Le piattaforme non uniscono: dividono, segmentano, radicalizzano”. È una categoria concettuale che merita di entrare stabilmente nel lessico politico. I para-Stati tecnologici esercitano potere senza legittimità democratica, raccolgono risorse senza averne negoziato le condizioni, stabiliscono regole senza esserne responsabili. Sono la forma più compiuta di quel potere senza responsabilità che nella storia delle relazioni internazionali e delle relazioni pubbliche abbiamo sempre considerato la patologia più pericolosa.
La proposta di Ansalone si chiama "pragmatismo radicale". Non compromesso tiepido, ma sintesi audace: "Servono risposte radicali e pragmatiche al contempo. Sono favorevole alla costruzione di un grande muro di protezione da migrazioni di massa, purché abbia un grande cancello pronto ad aprirsi in base alle esigenze. Sono favorevole all'utilizzo di qualsiasi forma di energia, dalle rinnovabili al nucleare, purché serva a temperare il rischio di una catastrofe ambientale”. E ancora, con una proiezione concreta sul futuro: "Vorrei occuparmi di come costruire le città del futuro, che dovranno convivere con una temperatura media molto più elevata di oggi, di come destagionalizzare tutte le nostre attività, di come riconvertire industria e agricoltura: tra vent'anni la latitudine ideale per coltivare la vite e l'ulivo sarà quella di Copenhagen. Questo è pragmatismo. Il contrario è pura ideologia. E finirà con il distruggerci." Condivido la diagnosi. Ma il pragmatismo, da solo, rischia di diventare il travestimento laico dell'opportunismo. Ciò che lo rende davvero radicale è che deve essere fondato su qualcosa di più profondo degli interessi contingenti – su una gerarchia di valori. Ed è qui che torno alla mia obiezione su Huntington: se i valori vengono derubricati a variabile culturale tra le altre, il pragmatismo perde il suo ancoraggio e diventa navigazione senza bussola.
Ansalone scrive a pagina centosessantaquattro: "Quel filo sottile che teneva in piedi regole e valori comuni si è rotto definitivamente. Ma ciò non significa che al suo posto debba subentrare il caos. Piuttosto, occorre lasciare senza nostalgia la prospettiva del multilateralismo inefficace e ideologico e abbracciare quella di un plurilateralismo pragmatico ed efficace, ovvero la possibilità di costruire riunioni, gruppi e forum di Paesi allineati attorno ad agende concrete e operative sui grandi fatti del mondo. Si tratta evidentemente di una visione pallida delle grandi speranze di cooperazione alimentate negli ultimi vent'anni. Ma è un modo per non lasciare il vuoto attorno a noi. Gli Stati possono e devono continuare a cooperare e collaborare, ma è meglio se lo faranno da una prospettiva locale, affine e operativa. Un mondo plurilaterale può continuare a decidere, anche senza Washington, su questioni come commercio, sviluppo e protezione della biosfera. E chi sa che un giorno, nemmeno troppo lontano, gli USA avvertano il desiderio di tornare a sedersi a quei tavoli”.
Quella chiusura – "e chi sa" – è il tono giusto di chi ha sempre lavorato a favore di un atlantismo che era la soluzione storica più efficace dal secondo dopoguerra. Non la profezia, non il j'accuse, non la nostalgia: la possibilità, tenuta aperta con la discrezione di chi ha visto abbastanza da non escludere nulla. Gli Stati Uniti, che hanno scelto di abbandonare i tavoli del multilateralismo, potrebbero un giorno riscoprirne il valore, non per virtù, ma per necessità. La storia, suggerisce Ansalone, non è mai del tutto conclusa.
Qui Morin torna, per la seconda volta. Quello che Ansalone chiama plurilateralismo pragmatico ed efficace è, nella sua struttura metodologica, perfettamente coerente con ciò che Morin chiamava "politica della civiltà": una politica che deve ristabilire solidarietà e responsabilità, e mirare a una simbiosi tra le diverse civiltà planetarie, raccogliendo il meglio di ciò che ciascuna ha da offrire. Non l'ordine imposto da un'unica potenza egemone, non il consenso universale che non arriverà ma la costruzione paziente di connessioni operative tra chi condivide almeno un'agenda concreta. Un sistema non si governa eliminando le tensioni tra i suoi nodi, quelle tensioni sono la sua vitalità. Si governa creando le condizioni perché i flussi continuino a circolare anche quando alcune connessioni si allentano. Chi conosce la disciplina delle relazioni pubbliche e del public affairs comprende bene questa logica nel quotidiano. Un risultato non si costruisce attorno a una coalizione ideale: si costruisce attorno alla coalizione possibile, su un tema specifico, in un momento dato, con gli attori disponibili. Il contributo più originale di Ansalone è di avere applicato questa stessa logica operativa alla scala della governance mondiale: del resto è un grande esperto di Relazioni Internazionali.
Il plurilateralismo non è la rinuncia alle grandi speranze. È, come egli stesso ammette con onestà quasi malinconica, "una visione pallida" di quelle speranze. Ma è reale. E il reale, in questo momento storico, vale infinitamente più del bello. "Quello in cui si può sperare", diceva Morin, "non è il migliore dei mondi, ma un mondo migliore. La speranza non è sinonimo di illusione."
La conclusione di Ansalone sull'Europa è la più importante, e la più coraggiosa: "L'Europa rimane un punto di riferimento essenziale. Dobbiamo aggrapparci con tutte le nostre forze all'idea che questo spazio comune sia la nostra migliore protezione contro i pericoli della polarizzazione e la proliferazione di minacce estreme. Nel mondo del prossimo futuro varrà purtroppo solo la regola del più forte. Noi dobbiamo prenderne atto e pensare, agire e mobilitarci come una grande potenza, cosa che effettivamente siamo assieme."
E poi, con una fermezza che vale da sola come manifesto politico: "Chi non si sente parte di questo progetto, chi lo considera contrario ai propri interessi, chi lo denigra in nome e per conto di altri, non può più avere spazio in una casa comune nella quale le regole della convivenza sono chiarissime e sono state stabilite da tempo."
Estremi è un libro necessario. Non perché offra soluzioni definitive, e non pretende di farlo, ma perché pone le domande giuste nel momento giusto, con la precisione di chi ha visto da vicino come funziona davvero il potere. Descrive il mondo in cui operiamo, ne nomina le patologie con parole nette, ci ricorda che la complessità non è un problema da risolvere ma una condizione da governare. La trappola di Tucidide non è un destino ma una tentazione. Lo spazio di mezzo non è moderazione pavida, è il luogo dove si prende davvero la misura del coraggio politico. E forse – come suggerisce Ansalone nell'ultima scommessa del libro è ancora possibile che qualcuno torni a sedersi a quei tavoli. E chi sa.
Gianluca Ansalone, Estremi. Il mondo in bilico tra caos e polarizzazione, Guerini e Associati, 2026, pp. 172, € 22. Prefazione di Francesco Rutelli.