Elena Salzano, Consigliera Nazionale
Dalla promozione delle destinazioni alla responsabilità di costruire relazioni, identità e futuro. Il ruolo strategico delle Relazioni Pubbliche nella sfida del turismo generativo.
Ci siamo abituati a raccontare il turismo attraverso i numeri. Arrivi, presenze, pernottamenti, capacità ricettiva, spesa media, crescita dei flussi. Indicatori importanti, certamente, ma non sufficienti a comprendere il reale impatto di un fenomeno che, prima ancora di essere economico, è profondamente sociale, culturale e relazionale.
Perché il turismo non attraversa semplicemente i territori. Li trasforma.
Modifica il modo in cui le città vengono vissute, influenza le economie locali, orienta gli investimenti, ridefinisce gli spazi pubblici, cambia le abitudini delle comunità. Può alimentare nuove opportunità, ma anche produrre squilibri, omologazione e perdita di identità.
Ed è proprio in questa complessità che si apre una riflessione particolarmente importante per chi si occupa di comunicazione e Relazioni Pubbliche.
Possiamo continuare a considerare il successo di una destinazione prevalentemente in termini di attrattività, oppure dobbiamo iniziare a interrogarci sulla qualità delle trasformazioni che il turismo produce?
È una domanda che ho voluto porre al centro del tavolo “Turismo sostenibile e valore dei territori: identità, fruizione e sviluppo locale”, che ho avuto il piacere di moderare nell'ambito delle iniziative del Forum Innovazione e Sostenibilità, promosso dall'Associazione "For Human Community".
Un confronto tra professionalità ed esperienze differenti che ha offerto l'occasione per allargare lo sguardo oltre le tradizionali categorie del marketing turistico.
Per molti anni abbiamo considerato la sostenibilità come il principale orizzonte verso cui orientare le politiche turistiche. Ridurre gli impatti ambientali, contenere il consumo delle risorse, distribuire meglio i flussi, preservare il patrimonio.
Obiettivi fondamentali, che restano imprescindibili. Ma forse oggi possiamo compiere un passo ulteriore. Non limitarci a chiedere al turismo di non danneggiare i territori, ma pretendere che contribuisca attivamente a migliorarli.
È in questa prospettiva che assume significato il concetto di turismo generativo: un modello nel quale il valore prodotto non si esaurisce nella transazione economica o nell'esperienza del visitatore, ma si traduce in nuove competenze, opportunità imprenditoriali, patrimonio culturale, qualità della vita, relazioni e capitale sociale.
Un turismo capace di lasciare tracce positive e durature, di attivare energie che continuano a produrre effetti anche quando i visitatori sono ripartiti.
La differenza non è soltanto terminologica. È una diversa idea di sviluppo.
E soprattutto una diversa idea di responsabilità.
I territori non sono prodotti. Sono comunità.
C'è un rischio che attraversa molte strategie di promozione turistica: quello di considerare i territori come prodotti da confezionare, posizionare e vendere.
Costruiamo narrazioni sempre più sofisticate, promettiamo autenticità, unicità, esperienze memorabili. Ma cosa accade quando, nel tentativo di rispondere alle aspettative dei visitatori, finiamo per modificare proprio ciò che rende un luogo autentico?
Quando le botteghe diventano esclusivamente negozi per turisti, le abitazioni si trasformano in strutture ricettive, le tradizioni vengono adattate alle esigenze del mercato e gli spazi della quotidianità perdono progressivamente la loro funzione originaria?
Il paradosso è evidente: possiamo rendere un territorio sempre più attrattivo e, contemporaneamente, sempre meno abitabile.
Per questo l'identità non può essere ridotta a un elemento di storytelling.
È il risultato di una stratificazione di storie, persone, attività economiche, paesaggi, consuetudini e relazioni. È qualcosa che evolve continuamente e che proprio per questo richiede ascolto, conoscenza e rispetto.
La sfida non consiste nel conservare i luoghi come immagini immobili, ma nel governarne il cambiamento senza interrompere il legame con le comunità che li rendono vivi.
Un territorio che perde la propria comunità perde, prima o poi, anche la propria capacità di raccontarsi in modo autentico.
È qui che le Relazioni Pubbliche possono e devono assumere un ruolo più incisivo.
Per troppo tempo la comunicazione turistica è stata identificata soprattutto con la promozione delle destinazioni: campagne, eventi, contenuti, reputazione, visibilità mediatica, destination branding.
Attività indispensabili, ma che rappresentano soltanto una parte del nostro possibile contributo.
La comunicazione non dovrebbe intervenire soltanto quando una strategia territoriale è stata definita, per renderla riconoscibile e desiderabile. Dovrebbe contribuire a costruire quella strategia, mettendo in relazione interessi, bisogni, aspettative e responsabilità.
Significa favorire il dialogo tra amministrazioni pubbliche, imprese, operatori turistici, residenti, associazioni, istituzioni culturali e visitatori.
Significa riconoscere che ciascuno di questi soggetti è portatore di una diversa idea di valore e che nessuna trasformazione può dirsi realmente sostenibile se non tiene conto di tali prospettive.
Significa anche affrontare i conflitti, non nasconderli dietro una narrazione rassicurante.
Perché la reputazione di un territorio non si costruisce soltanto attraverso ciò che raccontiamo, ma soprattutto attraverso la coerenza tra le promesse che formuliamo e le esperienze che le persone vivono.
In questa prospettiva, le Relazioni Pubbliche diventano una funzione di connessione, ascolto e mediazione strategica.
Non semplici strumenti di visibilità, ma infrastrutture immateriali capaci di generare fiducia, partecipazione e valore condiviso.
Anche il modo in cui misuriamo il successo delle nostre iniziative merita di essere ripensato.
Un evento che registra migliaia di presenze è necessariamente un successo? Una destinazione che aumenta i pernottamenti sta automaticamente migliorando il proprio benessere? Una campagna capace di raggiungere milioni di persone produce sempre benefici proporzionati per il territorio?
Non necessariamente.
Dovremmo iniziare a integrare gli indicatori tradizionali con altre dimensioni: quanta ricchezza rimane nelle economie locali, quante competenze vengono sviluppate, quali opportunità si creano per i giovani, quanto migliora la qualità della vita dei residenti, quali relazioni continuano a esistere dopo la conclusione di un progetto.
E ancora: quanto una comunità si riconosce nel racconto che viene fatto di sé?
Questa domanda riguarda direttamente la nostra professione.
Perché se siamo capaci di misurare impression, copertura mediatica, engagement e reputazione, dobbiamo essere altrettanto interessati a comprendere gli effetti sociali, culturali ed economici che la comunicazione contribuisce ad attivare.
Non basta misurare quanto un territorio viene visto. Dobbiamo comprendere quanto valore viene riconosciuto, condiviso e trattenuto.
Un'attenzione particolare merita il ruolo della cultura e degli eventi, ambiti nei quali la relazione tra comunicazione e sviluppo territoriale diventa particolarmente evidente.
Un festival, una mostra, una manifestazione culturale possono accendere i riflettori su una destinazione per alcuni giorni. Possono generare flussi, attenzione mediatica, investimenti e nuove occasioni di incontro.
Ma la loro portata più significativa si misura spesso dopo, quando i riflettori si spengono.
Nelle competenze organizzative che restano, nelle collaborazioni nate tra soggetti che prima non dialogavano, negli spazi restituiti alla collettività, nella partecipazione delle persone, nelle nuove opportunità che si aprono per le imprese e per le giovani generazioni.
È il tema della legacy, dell'eredità materiale e immateriale che un evento lascia dietro di sé.
Una dimensione che dovrebbe essere progettata fin dall'inizio, non raccontata soltanto a conclusione dell'iniziativa.
La cultura, in particolare, può diventare uno straordinario dispositivo di rigenerazione. Non soltanto perché attrae visitatori, ma perché produce nuove interpretazioni dei luoghi, favorisce il dialogo tra generazioni, valorizza patrimoni materiali e immateriali e contribuisce a costruire un senso di appartenenza condiviso.
In questo modo, un evento non si limita a occupare temporaneamente uno spazio o un calendario, ma può diventare parte di un processo di trasformazione più ampio, capace di alimentare relazioni, conoscenza e nuove progettualità.
Se il turismo è un sistema di relazioni, allora chi si occupa professionalmente di relazioni ha una responsabilità particolare nel contribuire alla sua evoluzione.
Una responsabilità che riguarda il linguaggio, ma soprattutto le scelte.
Dobbiamo avere il coraggio di superare una comunicazione che celebra indiscriminatamente ogni crescita dei flussi, ogni nuovo record, ogni incremento di visibilità, per costruire narrazioni più consapevoli e strumenti di confronto capaci di accompagnare le decisioni.
Dobbiamo aiutare le organizzazioni a comprendere che l'autenticità non può essere semplicemente promessa, che la sostenibilità non può ridursi a un'etichetta e che la reputazione non può essere separata dalla qualità delle relazioni con i propri stakeholder.
È una sfida che chiama in causa anche il ruolo di FERPI come comunità professionale: promuovere una cultura della comunicazione capace di contribuire alla qualità dello sviluppo, alla responsabilità delle organizzazioni e alla costruzione di fiducia tra istituzioni, imprese e società.
Perché il valore delle Relazioni Pubbliche non consiste soltanto nel dare voce ai territori, ma anche nel fare in modo che le diverse voci dei territori possano incontrarsi, riconoscersi e contribuire alle scelte che ne determineranno il futuro.
Forse è proprio questo il cambio di paradigma di cui abbiamo bisogno.
Smettere di considerare il turismo come un fenomeno che arriva dall'esterno e iniziare a riconoscerlo come parte integrante della vita di un territorio.
Un processo che non riguarda soltanto chi viaggia, ma anche chi accoglie, chi lavora, chi investe, chi amministra e, soprattutto, chi in quei luoghi sceglie di continuare a vivere.
Non si tratta di contrapporre turismo e comunità, crescita economica e tutela dell'identità, attrattività e qualità della vita.
Si tratta di costruire le condizioni perché queste dimensioni possano alimentarsi reciprocamente.
In fondo, la domanda più importante non è quale turismo vogliamo attrarre, ma quali territori vogliamo contribuire a costruire attraverso il turismo.
Territori capaci di accogliere senza perdere se stessi. Di crescere senza escludere. Di trasformarsi senza cancellare la propria memoria. Di generare economia senza impoverire il proprio capitale sociale.
Territori nei quali chi arriva non sia soltanto un consumatore di esperienze, ma possa diventare parte, anche temporaneamente, di una comunità di relazioni e responsabilità.
E nei quali chi resta possa riconoscere nel turismo non una forza che sottrae spazio, ma un'opportunità che amplia le possibilità.
È su questo terreno che la comunicazione può esprimere una delle sue funzioni più alte: non limitarsi a raccontare il valore dei luoghi, ma contribuire a generarlo.
Perché il futuro del turismo non dipenderà soltanto dalla nostra capacità di portare il mondo nei territori, ma dalla capacità di fare in modo che quell'incontro lasci territori migliori al mondo.