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Una riflessione sul nuovo libro di Daniele Chieffi: Il medIAtore.

09/10/2026

Beniamino Buonocore

Logica e strumenti della comunicazione e della reputazione ai tempi dell'Intelligenza Artificiale

 

C’erano una volta due persone che dialogavano tra loro, diciamo che possiamo immaginarci un mentore e un discepolo. Erano in relazione, a significare che il concetto di relazione ha lo stesso tempo dell’uomo.
Poi le cose sono andate avanti, il tempo ha cominciato a correre, e molte cose dell’uomo sono cambiate, e sono cambiate le relazioni con un soggetto nuovo: il mediatore.

 

Il senso del libro di Daniele Chieffi (Consigliere Nazionale FERPI), Il medIAtore (FrancoAngeli), è tutto qui. Dare modernità al tema dell’esistenza di un mediatore nella costruzione delle relazioni. Daniele fa un’osservazione attenta, puntuale, mostrandoci che le AI sono il mediatore di relazione della nostra generazione.

 

Una realtà che è utile tenere in considerazione.
L’originalità del testo di Daniele sta nel fatto di portarci nella realtà dell’uso che le persone fanno delle AI, delle quali si fidano. Nel libro ci sono pagine dedicate ai meccanismi cognitivi di questa fiducia. Questo tema della fiducia delle persone nelle AI, nell’uso quotidiano, è qualcosa con cui chi fa il nostro mestiere deve misurarsi.


Ci sono degli aspetti tecnici da considerare, che però lascio alla lettura del libro: la seconda parte è un manuale operativo, con venti strumenti. Poi ci sono delle considerazioni di opportunità che possiamo fare in questa sede perché riguardano le relazioni umane, non la tecnica: quelle con cui il nostro lavoro fa i conti.

 

Poi, tra il mentore e il discepolo, si è messo in mezzo qualcuno: un mediatore.
La mediazione, faccio un passo indietro, c’è sempre stata: è la forza di un’informazione presa da un libro che, pare, ha più valore di un dialogo tra pari; è la fiducia che abbiamo dato (e diamo) a quello che ci ha detto “un amico”; è l’attendibilità attribuita alle informazioni di Google perché piazzate lì in prima pagina, tra i primi risultati.

 

Ma c’è un ma.
E Daniele lo sottolinea: c’era la possibilità di risalire (se si voleva) alle fonti. Nel libro la bibliografia; in Google un clic che ti portava a un sito, a un blog, alla chat di un forum.
Il manuale di Daniele Chieffi parte proprio da qui, dal lettore che non arriva più, e i numeri di questo fenomeno.
Con le AI la fonte non serve, o meglio, la percezione è che la fonte non serva per il semplice fatto che possiamo continuare a dialogare nella conversazione che stiamo avendo e chiedere lì dettagli maggiori. Dimenticando però che le informazioni che le AI riportano non sono agganciate a delle nozioni, ma sono rilevanze statistiche che in una percentuale altissima dei casi funzionano.

 

E così ci troviamo a dover competere con un mediatore delle informazioni che non capisce il senso reale delle cose, non ha percezione della realtà, ma funziona molto bene a rappresentarti quello che ti serve. Qualcosa che, ad andare nel profondo, impatta sul nostro lavoro, ma di più sulla vita delle persone.

 

C’è un tema, che Daniele riprende da Watzlawick e che qui voglio amplificare: il primo assioma della comunicazione ci dice che “non possiamo non comunicare” e ci dice anche che la comunicazione è legata ai comportamenti, che sono il punto di partenza. Non possiamo non comunicare, perché non possiamo non comportarci. Daniele ne ricava che interpretiamo un mondo già filtrato da un mediatore che decide quali segnali ci arrivano: la cornice precede il giudizio.
Il passo che aggiungo io è questo: le parole, le informazioni, gli elementi della relazione che abbiamo con altri influiscono sui comportamenti, ovvero sulle scelte delle persone. Se le informazioni passano da un mediatore che definisce le cose statisticamente, senza conoscere la realtà e senza averne esperienza, e quelle informazioni poi influenzano le scelte e i comportamenti delle persone, allora c’è da considerare che la cosa meriti una grande attenzione. E un’assunzione di responsabilità.

 

E c’è un altro aspetto, meno scontato e più pragmatico
Se definiamo le informazioni solo per copertura statistica, ci perdiamo l’originalità e l’unicità di pensiero, che per loro natura non hanno valore statistico.
Quante volte le cose si sono evolute grazie all’intuizione del singolo, quante volte situazioni complesse di comunicazione si sono risolte per un’intuizione non scontata? Sulla valutazione, sul punto di vista a cui nessuno aveva pensato se non quell’unica persona.
Il pensiero evolve per somma di singole idee, e quella somma (solo dopo, però) diventa un’idea che le persone accettano, diventando così statisticamente rilevante. Su questo Daniele propone una regola: usare le AI per realizzare meglio le nostre idee, senza permettere loro di decidere quali debbano essere.

 

Il mestiere delle relazioni pubbliche è chiamato a confrontarsi con questa realtà? In termini di responsabilità etica: sì. In termini di responsabilità professionale, verso i clienti, anche.

 

Ed è un’assunzione di responsabilità che richiede, per essere accettata e resa momento di valore, due cose: consapevolezza della realtà in cui ci troviamo e metodo nel gestire la comunicazione ridisegnando regole, modelli, azioni. E il metodo parte dalla regola di prima: le idee restano nostre, le AI ci aiutano a realizzarle. Con un giusto equilibrio di pensiero critico e pragmatismo.

 

E il libro di Daniele Chieffi è la porta per entrare in questo nuovo mondo: dentro ci sono i meccanismi con cui ci fidiamo delle AI, il clic che non arriva più e un manuale operativo per muoversi.
Buona lettura e buon divertimento, c’è spazio anche per quello.

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