Caterina Banella, Consigliera Nazionale
La comunicazione ambientale come infrastruttura strategica della transizione tra fiducia, reputazione e sviluppo
L’ambiente è ormai il terreno in cui si incrociano tante grandi fratture del nostro tempo: climatica, economica, generazionale, sociale, etica. E raccontarlo è sempre più una responsabilità pubblica che richiede una vera ecologia della comunicazione: non solo trasferire messaggi, ma costruire cultura diffusa e capacità collettiva di interpretare la transizione.
Nessun attore, da solo, può reggere la complessità della sfida che chiama in campo alleanze profonde tra imprese, territori, mondo scientifico, politica, società civile. Con queste premesse si sono aperti a Roma gli Stati Generali dell’Informazione Ambientale promossi da Pentapolis ed Eco in città al Parlamento Europeo con l’adesione del Presidente della Repubblica e il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.
È dentro questo solco che FERPI ha portato la propria voce ribadendo il ruolo di una comunicazione ambientale di qualità come infrastruttura di fiducia, reputazione e sviluppo competitivo
Al centro della discussione, i risultati del Rapporto Eco Media 2025, giunto alla dodicesima edizione, che ha offerto una fotografia significativa del modo in cui i media italiani raccontano l’ambiente, con innovazione sociale e crisi climatica, le due tematiche più trattate, con oltre un milione di citazioni ciascuna.
Seguono economia, inclusa l’economia circolare, energia, risorse e biodiversità. Il web si conferma il canale prevalente, con oltre il 66% delle citazioni, ma il dato forse più interessante è la continuità dell’attenzione mediatica lungo tutto l’anno: l’ambiente non è più un tema occasionale, legato solo alle emergenze o alle ricorrenze, ma un campo stabile del discorso pubblico.
È proprio qui che si apre una responsabilità decisiva per chi comunica.
La sostenibilità non può essere trattata come un “tema green” da raccontare bene, né come un asse di posizionamento da attivare quando serve perché è ormai a tutti gli effetti un pilastro del modo in cui le organizzazioni stanno dentro la società e manifestano la loro postura reputazionale.
Per essere utile alla collettività e rilevante per i media, la comunicazione ambientale deve quindi offrire dati credibili, esperienze verificabili e chiavi di lettura capaci di spiegare fenomeni complessi e le connessioni reali con la vita delle persone e dei territori, producendo al contempo valore editoriale e leggibilità collettiva.
Per FERPI, questo passaggio è stato contestualizzato come pienamente coerente con un impegno che negli ultimi anni si è rafforzato su più fronti, come è stato ricordato durante l’evento: dalla call to action per l’inserimento del diciottesimo Goal dedicato alla comunicazione responsabile accanto ai 17 SDS dell’Agenda ONU al 2030, al lavoro sull’accountability e sul reporting di sostenibilità nell’ambito dell’Oscar di Bilancio, fino alla Roman Declaration sulla Green Communication di pochi mesi fa e alle progettualità più mainstream con RAI Sostenibilità.
Il filo conduttore è la convinzione che la comunicazione non sia il momento finale della sostenibilità, ma una componente essenziale della sua governance.
Anche il tema del greenwashing va letto in questa prospettiva, non più, quindi, un errore comunicativo ma un sintomo di debolezza strategica e immaturità organizzativa.
Per questo la sfida è anche quella di superare l’autoreferenzialità compiendo uno sforzo prima di tutto relazionale ed etico per costruire e coltivare fiducia presso il pubblico dei media, spesso ancora diffidente verso il sistema delle imprese, e rafforzare così anche quella degli stakeholder.
Nei prossimi anni lo scenario sarà ancora più complesso, basti pensare a questioni come l’adattamento climatico, il dissesto idrogeologico, le città sempre più calde, la distruzione della biodiversità e la riparazione degli ecosistemi che diventeranno temi sempre più centrali di accountability pubblica e privata.
FERPI ha già tracciato la sua rotta per fare la sua parte, insieme alle altre voci istituzionali, scientifiche e dell’impresa che vorranno portare le loro proposte o condividere le proprie progettualità: continuare a presidiare i temi della sostenibilità non come ambito specialistico, ma come cuore della reputazione d’impresa, della qualità delle relazioni con gli stakeholder e del patto tra generazioni e territori.
Perché la transizione ecologica, per diventare davvero leva di sviluppo competitivo, deve tenere insieme anche una transizione culturale e morale del Paese.