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Femminicidio, l’Italia all’avanguardia in Europa. Ora la sfida è prevenire

13/07/2026

Micol Burighel, Coordinatrice Commissione Relazioni di genere

Il riconoscimento giuridico del fenomeno rappresenta un importante avanzamento culturale, che ci ha permesso di essere all’avanguardia rispetto agli altri Paesi UE. Ora occorre rendere sempre più solidi gli strumenti capaci di intercettare la violenza prima del suo esito estremo.

 

La recente relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio riconosce la significativa evoluzione compiuta dall’Italia nel contrasto alla violenza contro le donne. Un percorso culminato nella legge n. 181 del 2025, che ha introdotto nel Codice penale il delitto autonomo di femminicidio, mentre gran parte degli Stati europei non dispone ancora di una fattispecie specifica. È un risultato importante, ma essere all’avanguardia non significa essere arrivati: semmai, significa avere una responsabilità in più. 

 

L’atto di nominare 

Le tutele legali sono fondamentali. L’introduzione del reato di femminicidio non ha rappresentato soltanto una scelta di politica penale: ha prodotto anche un cambiamento culturale.

 

Dare un nome a un fenomeno significa renderlo visibile, riconoscibile e finalmente distinguibile da un generico omicidio o da una presunta “tragedia familiare”. Le parole non sono un semplice rivestimento dei fatti: contribuiscono a determinare ciò che una comunità è in grado di vedere, comprendere e contrastare.

 

Riconoscere il femminicidio come esito di dinamiche di controllo, possesso, dominio e limitazione della libertà femminile aiuta quindi a superare interpretazioni che ancora troppo spesso lo descrivono come un gesto improvviso, inspiegabile o dettato da una passione fuori controllo. 

 

La protezione deve cominciare prima

Allo stesso tempo, concentrarsi esclusivamente sulla repressione rischia di lasciare sullo sfondo la sfida più difficile: evitare che si arrivi al femminicidio.

 

Non si tratta di contrapporre prevenzione e risposta giudiziaria. Occorre farle lavorare insieme, consolidando i centri antiviolenza e le case rifugio, la formazione di magistrati, forze dell’ordine, professionisti sanitari e personale scolastico, le iniziative di sensibilizzazione, gli strumenti di valutazione del rischio e i percorsi capaci di garantire alle donne autonomia economica e possibilità concrete di uscire da una relazione violenta. La stessa legge prevede interventi di prevenzione e formazione: ora è necessario renderli strutturali, omogenei e accessibili in tutto il Paese. 

 

Raccontare la sequenza, non soltanto l’epilogo

Anche la comunicazione ha una responsabilità precisa. Il femminicidio raramente è un fulmine a ciel sereno: può essere preceduto da isolamento, svalutazione, controllo economico, minacce, persecuzioni e violenze psicologiche o fisiche.

 

Raccontare soltanto l’ultimo atto significa rischiare di cancellare tutti quelli che lo hanno preceduto e lo hanno reso possibile. Informazione, istituzioni e professionisti della comunicazione devono invece aiutare la società a riconoscere quella sequenza, senza attenuanti linguistiche e senza spettacolarizzare il dolore.

 

L’Italia ha rafforzato l’ultima barriera di protezione. Il passo decisivo, adesso, è rendere più forti tutte le barriere che vengono prima.


foto ANSA

 

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