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Al nonprofit servono competenze

16/07/2015

Rossella Sobrero

“Il buon cuore non è né sufficiente, né tanto meno giustificante. Il terzo settore ha bisogno di professionalità. La differenza sta nell’approccio e nella testa di chi fa le cose. La comunicazione gioca di certo un ruolo fondamentale e contribuirà ad allargare la forbice tra chi farà e chi no.” Lo ha detto Elena Zanella, fundraiser e blogger, tra i collaboratori del progetto di crowdfunding di Ferpi, Luce sul Sociale!, in un’intervista con Rossella Sobrero.

Elena Zanella, fundraiser e blogger, è tra i professionisti che hanno collaborato a Luce sul Sociale!, il primo crowdfunding di Ferpi che ha come obiettivo la realizzazione di un eBook con il glossario 365 parole per comunicare il sociale e un cruscotto di indicatori di misurazione dell’efficacia e dell’efficienza delle capacità di relazione delle organizzazioni non profit. Dona qui!

 

Dal tuo osservatorio privilegiato e in base alla tua esperienza, quanto bisogno hanno le organizzazioni non profit di migliorare e professionalizzare l'attività di comunicazione?
Proprio in questi giorni pensavo di scriverne perché sui social nei quali sono presente ho postato una serie di sollecitazioni a questo proposito e le risposte sono state molto interessanti. Il terzo settore necessita di professionalizzazione in genere per fare bene e la comunicazione è un ambito nel quale l’attenzione va posta seriamente. O quanto meno, va considerato il prenderla in considerazione. C’è un problema di fondo che è legato al non conoscere e non ha a che fare con quest’ambito specifico. La superficialità è purtroppo trasversale perché figlia di un nonprofit di vecchia concezione, quello che “si fa tanto per” e tutto va bene perché il buon cuore è di per sé sufficiente e, al tempo stesso, giustificante. Bene, non è così: non è né sufficiente, né tanto meno giustificante. La comunicazione è una disciplina che in linea generale è vissuta ancora come vezzo e quindi sacrificabile. Questo è il problema. Ma comunicare male o con un eccesso di timidezza non significa fare bene. Per il nonprofit in particolare, non significa nemmeno dimostrare di essere umili, perché non si raggiungono gli obiettivi e all’inefficacia si affianca l’inefficienza, ovvero lo spendere male quel poco che si ha. Questo impatta anche in termini di fondi raccolti: come a dire, comunicare poco e male o non comunicare affatto si ripercuote sulle cassa in tempi brevi con effetti immediati sulla capacità di far fronte ai propri progetti di missione. Esserci o non esserci, come organizzazione costituita e che funziona, intendo dire, sarebbe quindi indifferente.

Il progetto Luce sul sociale! - al quale hai partecipato  - è stata un'esperienza anche di condivisione. Quali sono stati i passaggi del percorso che ritieni più interessanti?
Luce sul sociale! è stata un’esperienza interessante sotto diversi punti di vista. La condivisione e la cultura alla comunicazione sociale sono gli aspetti che ho apprezzato di più. Entrambi sono legati a doppio filo perché il confronto aperto con i colleghi aiuta il settore a maturare. Sembra un paradosso, ma dobbiamo ancora imparare, noi che operiamo nel sociale, ad aprirci con serenità allo scambio. Dalle buone pratiche c’è solo da imparare. Arroccarsi è controproducente in primis per noi e a perderci sono sia le nostre organizzazioni – che potrebbero fare di più e meglio rispetto a quanto già fanno – sia per i destinatari dei nostri servizi che potrebbero essere di più o ai quali potremmo fornire un servizio più allargato. Questo semplicemente si chiama benchmark. Vale la pena provarci.

Come vedi il futuro della comunicazione sociale anche in relazione alla difficoltà crescente di raccogliere fondi?
Io, personalmente, seguo con attenzione quanto fanno i colleghi che lavorano nelle grandi organizzazioni e hanno a disposizione budget sicuramente interessanti da investire. Allo stesso tempo, sono colpita e vedo con favore il lavoro pregevole che fanno alcune organizzazioni più modeste e con budget più contenuti. La differenza, quindi, sta nell’approccio e nella testa di chi fa le cose. Certo: con più risorse si possono fare tante cose e tante cose belle, ma è vero anche il contrario. La comunicazione gioca di certo un ruolo fondamentale e contribuirà ad allargare la forbice tra chi farà e chi no. La verità è che chi comunica e continuerà a comunicare, nonostante le difficoltà, raccoglierà sempre e comunque perché continuerà a mantenere saldo il legame con il donatore che tornerà donare, una volta si ricostituiranno le premesse, se abituato a farlo o predisposto a farlo. La non sollecitazione al dono ha invece l’effetto contrario. Il tempo fa dimenticare e il donatore è volatile, anche se affezionato (ne scrivevo qui). Questo è un aspetto che non va dimenticato.

 

 

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