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Anonymous for the Voiceless: fra persuasione e turbamento

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19/05/2020

Roberta Sartori

Per difendere i diritti sono spesso necessarie azioni di protesta rumorose. Ma cosa succede quando si difende qualcuno che non possiede la voce per potersi battere? Anonymous for the Voiceless si schiera dalla parte degli animali con un attivismo mai visto prima. Ma una manifestazione di disaccordo diretta e pungente sensibilizza o intimorisce? La riflessione di Roberta Sartori.

Cambiare le abitudini e il modo di pensare delle persone è senza dubbio una delle sfide più ardue che ogni comunicatore possa affrontare, soprattutto se si tratta di schemi mentali e di routine radicate nella storia e nella tradizione. Un compito arduo ma non impossibile, specialmente se si è in possesso di una strategia comunicativa ben strutturata. È il caso di Anonymous for the Voiceless (AV), un’organizzazione non profit per i diritti degli animali che si occupa di sensibilizzare le persone verso lo sfruttamento animale.

Ma cosa distingue AV dalle altre organizzazioni che si battono per i suoi stessi obiettivi? Sicuramente una tecnica comunicativa estremamente diretta e fuori dal comune. Il messaggio di AV viene trasmesso principalmente attraverso l’attivismo di strada, in particolare tramite quello che viene definito “Cube of Truth”. In centinaia di piazze, attivisti schierati uno a fianco all’altro in modo da formare un cubo, immobili e in silenzio per ore, vestiti di nero, con i volti coperti dalla maschera di Guy Fawkes. Tra le mani tablet che mostrano ai passanti filmati su animali uccisi e maltrattati.

Una manifestazione statica che vuole dare una scossa alla mentalità del pubblico. Le persone che si dimostrano incuriosite dalla “performance” degli attivisti vengono raggiunte da volontari esterni al cubo. Inizia così un confronto di idee in cui i membri di AV cercano di far riflettere il pubblico interrogandolo sulle proprie abitudini alimentari e sulle ripercussioni che queste hanno su altri esseri viventi.

Lo scopo di questa tecnica? Persuadere il pubblico ad adottare uno stile di vita vegano. Parlare con le persone è essenziale per ottenere un cambiamento, ma la strategia comunicativa di AV non si limita a questo. AV non lascia via di scampo: le reazioni dei passanti alla visione dei filmati rivelano tristezza, dolore e senso di colpa.

Ma se l’intensità di questi sentimenti portasse a un effetto opposto a quello desiderato? Le immagini proposte da AV sono estremamente violente e impressionanti, in una parola raccapriccianti. Nonostante rappresentino il vero, la maggior parte delle persone non vuole confrontarsi con una realtà così cruda.

Studi come quello condotto da Janis e Feshbach nel 1953 hanno mostrato inizialmente come la forza persuasiva della paura abbia gradi di efficacia diversi in base alla sua intensità. Queste teorie si sono poi evolute fino a ipotizzare che messaggi duri che inducono spavento abbiano effetti persuasivi fino a un certo livello. Se si oltrepassa questa soglia la paura smette di convincere e produce effetti di rimozione.

Non c’è modo, quindi, di sapere quante delle persone rimaste paralizzate alla vista di animali maltrattati e uccisi abbiano veramente modificato il proprio stile di vita abbracciando la dieta vegana e quante di loro abbiano, invece, cercato di dimenticare al più presto per poter cenare senza sensi di colpa.

La forza comunicativa posseduta da AV ha comunque dimostrato di poter ottenere dei risultati, ma potrebbe essere resa molto più efficace promuovendo un cambiamento graduale, puntando prima a proporre una dieta vegetariana – solo infine quella vegana – e utilizzando le immagini più crude in momenti maggiormente mirati. Un ideale di tale importanza e ambizione non può che realizzarsi per gradi, così com’è successo per tanti diritti di uomini e donne nel corso della storia.

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