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Con Internet siamo tutti media

27/05/2010

"Un magazine non sarà mai in concorrenza con Internet perché da un senso alla conversazione". E’ quanto sostiene _Riccardo Luna_, direttore dell’edizione italiana di Wired nell’intervista esclusiva che ci ha rilasciato. Con lui abbiamo discusso di alcuni temi di maggiore attualità, di scenari e sfide professionali, del rapporto giornalisti-comunicatori ma anche della candidatura di Internet al Premio Nobel per la Pace, che ha raccolto consensi in tutto il mondo e che è stata regolarmente accettata dal Nobel Committee di Oslo.

di Giancarlo Panico e Giovanni Ugo Patanè
Che significa fare un giornale come Wired sulla tecnologia, l’innovazione, la cultura del cambiamento, quando tutti questi temi sono accessibili quotidianamente sul web in migliaia di siti, blog, forum?
Un magazine non sarà mai in concorrenza con Internet sulla velocità e la quantità: se si cimenta in questi terreni è destinato a perdere sempre. E morire. Un magazine dà un senso alla conversazione, trasmette non solo parole ma emozioni, e nel nostro caso è una bandiera per gli innovatori. Wired, lo ripeto sempre, non è solo un magazine: è un movimento. Ed è il movimento di idee e incontri che dà un senso al resto.
L’annuncio dell’I-Pad e di altri Tablet ha aggiunto un altro tassello al dibattito sul futuro dei giornali: applicazioni o piattaforme? Wired è anche un complesso sistema online, molto più ricco della versione cartacea. Qual è il punto di incontro?
Credo che tutti gli editori, tutti, finora non abbiano capito le immense potenzialità delle rete. Sottovalutano la questione tecnologica, come se fosse indifferente andare in un posto sui pattini o col Suv. E finora hanno investito male i loro soldi. Ma stanno imparando. Per quanto ci riguarda lanceremo presto non un sito ma un sistema di siti che speriamo contribuisca a fissare un nuovo standard per fare editoria online. E lo faremo in assoluta trasparenza, sulla rete, facendo grande uso del crowdsourcing.
La diffusione e l’accessibilità alle tecnologie della comunicazione (ict) ha spostato e sposterà sempre di più la nostra vita online. Come fa un lettore a scegliere e quali sono gli elementi che fanno la differenza?
Il lettore sceglie in base alle situazioni, ci sono momenti in cui la carta è più adatta, altri il pc, altri ancora il telefonino. Le notizie e le informazioni ci seguono non siamo più noi a seguire loro. Anche se in definitiva credo che l’internet mobile avrà la crescita maggiore. Anche e soprattutto grazie alla tecnologia facile portata da oggetti quali l’iPhone e l’iPad.
Che riscontri avete dall’interazione con vostri lettori e quanto i dati che ne ricavate influenzano la produzione dei contenuti? Cosa cercano i lettori di Wired oggi? Storie o notizie?
Il riscontro è quotidiano ed eccellente. Si svolge in particolare su Facebook e su Twitter, che sono diventati un indispensabile luogo di incontro o anche solo di ascolto di quel che si muove attorno a Wired. E’ ovvio che ne teniamo conto, facendo attenzione a non confondere quelli che usano Twitter con tutti i nostri lettori che sono molti di più. Quanto alle richieste, le news si dice siano commodities, e in parte lo condivido. Quello che serve è il senso, ossia dare un senso a questa marea infinita di notizie e commenti.
Informazione gratis o a pagamento?
Dipende, alcune cose gratis altre, indispensabili a pagamento. Ma soprattutto un nuovo copyright che adotti creative commons. Faccio un esempio: i miei articoli vorrei che fossero copiati o condivisi il più possibile. Spesso il problema di chi scrive non è essere copiato, ma essere ignorato.
L’informazione si è spostata fortemente verso le specializzazioni, come, ad esempio, quella che fa Wired. Ai tempi di Internet, quanto secondo lei i media generalisti riescono ancora a formare e influenzare l’opinione pubblica?
In Italia, il 70 per cento delle persone si formano con la tv generalista. Non so quanto sia attendibile questo dato, ma credo che il cambiamento sia lento. Inevitabile ma lento.
Ne Lo specchio infranto, il libro-ricerca di Toni Muzi Falconi e Chiara Valentini, si indagano i rapporti tra relazioni pubbliche e giornalismo: una relazione indispensabile ma spesso problematica. Giornalisti che fanno i comunicatori e comunicatori che fanno i giornalisti. Che fare per uscire da queste ambiguità professionali?
Sono due mestieri diversi ma fratelli. Credo che sia un bene mantenere questa distinzione, anche se alla fine tutti competiamo per la stessa cosa: l’attenzione del lettore.
Cosa chiede ai suoi giornalisti nel rapporto con i comunicatori e con gli uffici stampa?
Spesso trovo uffici stampa impreparati e mi chiedo da dove vengano e perché stiano lì. Spesso, non sempre per fortuna. In genere chiedo di fare chiarezza subito: collaborazione totale ma marchette zero.
I media sono i principali intermediari tra le organizzazioni, la politica, il mercato e la società. Anche alla luce dei profondi cambiamenti degli ultimi anni e della diffusione di nuovi media, quali sono secondo lei gli scenari futuri?
Con Internet siamo tutti media. Non abbiamo più l’esclusiva noi giornalisti, né è comunicatori professionali. L’unica cosa che ci dà un senso è la professionalità, il saper fare davvero un mestiere. E farlo con passione. Su Internet spesso c’è molta più passione che in certi uffici.
Molti annunciano costantemente la morte dei giornali tradizionali. Cosa serve per rinnovarsi e come rispondere alle nuove sfide?
Amare questo lavoro, cercare il contatto con i lettori, voler essere letti. Su qualunque piattaforma. Non sono sentimenti così diffusi ancora.
In futuro la partita si giocherà sempre di più sui contenuti. Quali gli elementi per essere competitivi?
Autorevolezza e credibilità. Circola tanta spazzatura e quasi nessuno controlla più le fonti.
Lei si è fatto portavoce e promotore in Italia della candidatura di Internet a Nobel per la pace. Concordando sul valore di Internet perché l’Accademia dovrebbe assegnargli il Nobel?
Perché è la più grande piattaforma di comunicazione che l’umanità abbia mai avuto, perché quel dialogo costruisce in ogni istante una cultura di collaborazione. Perché sta cambiando in meglio il mondo in cui viviamo e nessuno sa nemmeno chi l’ha inventata. Vi pare giusto?
(Nella foto in basso: la redazione di Wired)

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