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Consenso

03/09/2013

La comunicazione _in_ politica sarà ancora la protagonista della nuova fase della vita italiana. Dalla comunicazione concepita soprattutto come strumenti e tecniche di trasmissione si dovrà passare alla comunicazione vissuta come costruzione di significati. Lo sostiene _Mario Rodriguez_ nel suo nuovo libro, con prefazione di _Ilvo Diamanti,_ di cui presentiamo in anteprima un estratto.

di Mario Rodriguez
La mia riflessione parte dalla definizione di comunicazione politica (dato che per risolvere un problema è necessario prima di tutto definirlo), e dalla constatazione che dopo le elezioni del 2013 stiamo vivendo un vero e proprio passaggio d’epoca, in cui i comportamenti elettorali consolidati sono entrati in crisi.
Il nuovo scenario, che si prospetta agli addetti ai lavori, implica uno sguardo su quello che ci lasciamo alle spalle, quello che permane, quello che muta. Come professionista, ho vissuto la trasformazione degli strumenti di lavoro, dall’uso dei media a quello della rete, con grandi fatiche di adeguamento per un non nativo digitale: in quanti anni l’homo sapiens ha imparato a usare il fuoco, quanto tempo abbiamo avuto noi per imparare a usare la televisione (e l’uso del telecomando pone ancora problemi), il telefonino, il computer?
Forse troppo poco per un’unica generazione. Per comprendere come la nostra vita quotidiana si sia trasformata, bisogna guardare ai cambiamenti tecnologici che hanno contraddistinto la grande stagione dell’identificazione della comunicazione con la visibilità mediatica e su come questi abbiano modificato in maniera sostanziale la società.
Ma accanto a questa sensata constatazione, mi è sembrato importante sottolineare anche il fatto che il ruolo della tecnologia e le innovazioni che hanno caratterizzato il nostro tempo di per sé non sono sufficienti a spiegare tutti gli avvenimenti: nelle culture resistono, a volte sotterraneamente, a volte inconsapevolmente, mentalità, abitudini, convinzioni. Gli uomini con strumenti nuovi fanno le cose che da sempre sono necessarie per dare senso alla loro esistenza.
Per questo, tutto il libro è attraversato dal dilemma principale che caratterizza il dibattito sulla comunicazione: la differenza tra due approcci, uno di tipo trasmissivo e strumentale, l’altro antropologico culturale. Il primo concentrato sulla forza innovativa degli strumenti nel plasmare come si fanno le cose, il secondo attento a far emergere le permanenze, le motivazioni di fondo dell’agire umano anche in politica che non appaiono mutate e che rimangono determinanti.
È vero che la politica è diventata pop e si è trasformata in una campagna elettorale permanente, che il modo in cui si fanno le campagne è cambiato così sostanzialmente da avere effetti sul significato stesso che ha assunto la parola politica o candidato nel nostro tempo, ma alla base di tutto questo resta la necessità di costruire una polis, di trovare decisioni condivise, di scegliere persone da legittimare a svolgere ruoli di governo e anche, non secondariamente, di vedere soddisfatte le proprie umanissime ambizioni.
Il problema, dunque, è offrire una chiave di costruzione di senso.
Comunicare efficacemente significa indurre comportamenti, persuadere le persone a vedere le cose in maniera diversa da come facevano prima, e questo si può fare solo attraverso la capacità di costruire significati che motivino gli individui all’azione. Sono loro i detentori di uno degli atti costitutivi della nostra libertà: scegliere.

Consenso
La comunicazione politica tra strumenti e significati
M. Rodriguez
I. Diamanti, prefazione
Guerini, 2013
pp. 142, 16,50 €

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