Giovanni Prattichizzo
Perché la comunicazione pubblica dei dati è l'ultima frontiera della fiducia.
Viviamo in un paradosso che ogni comunicatore pubblico conosce bene. Mai come oggi gli enti pubblici di ricerca e le pubbliche amministrazioni producono una mole di dati, report e analisi di qualità ineccepibile. Eppure, mai come oggi, questa "verità tecnica" rischia di affogare nel rumore di fondo.
Definisco questo fenomeno Datademia. Non è solo un eccesso di informazioni, ma una condizione strutturale in cui il dato ufficiale compete alla pari con contenuti verosimili ma non verificati, spesso generati da intelligenze artificiali che simulano competenza. Siamo nell'età dell'"epistemia", come scrive Walter Quattrociocchi, dove l'apparenza della conoscenza vale quanto la conoscenza stessa.
In questo scenario, un Ente Pubblico di Ricerca non può più limitarsi a "rendere accessibile il dato" (Open Data). Quella è la preistoria. La sfida oggi è costruire relazioni di senso. A tal proposito, condivido qui tre direttrici strategiche su cui ogni PA dovrebbe investire per trasformare la propria comunicazione da funzione di supporto a asset strategico.
1. Il coraggio della sottrazione: meno output, più outcome
La tentazione di ogni PA è rincorrere l'algoritmo: postare tutto, sempre, ovunque. È un errore strategico. In un contesto di overload cognitivo, l'autorevolezza si costruisce per sottrazione. La strategia vincente non è l'iper-presenza, ma la rilevanza. Significa passare dalla logica del "bollettino" (comunicare perché dobbiamo) alla logica editoriale (comunicare perché serve). Per un ente di ricerca, questo vuol dire selezionare i messaggi chiave e declinarli non per riempire un feed, ma per rispondere a un bisogno informativo preciso. La qualità deve vincere sulla quantità: meglio un contenuto che spiega e resta, piuttosto che dieci che scorrono e spariscono.
2. Umanizzare l'Istituzione: i ricercatori come "Media"
C'è un capitale inestimabile che le PA e gli enti pubblici di ricerca tengono spesso nascosto nei laboratori o negli uffici: le persone. Nell'era dell'AI, l'unico elemento non replicabile è l'umanità. Un ente pubblico deve avere il coraggio di "metterci la faccia", letteralmente. Non basta pubblicare un grafico: serve che il ricercatore o l'esperto lo racconti in video, con la propria voce e la propria passione. Questo non svilisce la scienza, la eleva. Trasforma il dato da entità fredda a materia viva, calda, coinvolgente. Autentica.
Vedere il volto di chi garantisce il metodo scientifico è il più potente antidoto alla disinformazione. L'umanizzazione non è una scelta estetica, è una strategia di trust-building.
Il "tocco umano" nella comunicazione pubblica dei dati, ad esempio, sta nel saper raccontare cosa c'è dietro il numero: le storie delle persone, l'impatto delle policy sulla vita quotidiana, le sfumature che la statistica cattura ma che solo la parola può spiegare. In un ecosistema digitale saturo di contenuti sintetici, l'autorevolezza istituzionale diventa un bene rifugio, a patto che sia esercitata con trasparenza radicale su fonti e metodologie.
3. L'Alleanza Narrativa: uscire dalla torre d'avorio degli algoritmi
Nessun ente comunica più da solo. L'idea che la pubblica amministrazione parli ex cathedra è finita. Il futuro (anzi il presente) è nelle Digital PR intese come costruzione di relazioni. Una realtà istituzionale contemporanea deve mappare e coinvolgere due tipi di alleati:
Gli Advocate Interni: I propri dipendenti sono i primi ambassador. Un loro post ha un indice di fiducia infinitamente superiore a quello di un logo istituzionale. Abilitarli alla comunicazione (come facciamo con programmi di employee advocacy) significa moltiplicare la propria voce per mille.
Content Creator win-to-win: Collaborare con divulgatori scientifici o influencer di qualità non significa "svendere" l'istituzione. Significa riconoscere che loro possiedono i codici linguistici e le grammatiche per parlare a comunità (come la GenZ) che noi fatichiamo a raggiungere. È uno scambio alla pari: l'Ente mette il rigore del dato, il Creator mette la capacità di ingaggio.
La nuova frontiera delle Digital PR nella PA è la traduzione del dato. Il comunicatore pubblico deve evolversi in un Data Translator: una figura ibrida capace di prendere l'evidenza scientifica (statistica, economica, demografica) e trasformarla in narrazione civica. Non si tratta di semplificare banalizzando, ma di rendere la complessità "navigabile". Utilizzare le collaborazioni ed un linguaggio chiaro non è una scelta estetica, ma un dovere democratico. Senza comprensione, non c'è partecipazione.
Per un Ente Pubblico di Ricerca, comunicare oggi significa accettare una rivoluzione copernicana: smettere di essere solo produttori di dati e diventare architetti di relazioni. I dati non sono il fine, sono il mezzo. Il vero obiettivo è la fiducia. E la fiducia, nell'era digitale, non si decreta per legge: si guadagna, una relazione (e un volto) alla volta.