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CSR - Il clubmed di Total

14/06/2005

Un articolo di Paolo D'Anselmi.

Ti ci perdi dentro il Report 2003 di Total, dal cocottesco titolo Mettiamo insieme le energie (Sharing our energies). Con 110.000 persone ed un fatturato di 105 miliardi di euro (un 5-10% del pil italiano) pare un collegio elettorale. È la quarta compagnia del quadro concorrenziale in cui si muove Eni. Ti ci perdi anche se è cartesiano, un classico triple bottom line. È consapevole di tutte le questioni chiave: il dissenso sulla globalizzazione, "a social and economic order that is perceived as unfair, a source of instability, and untenable in the longer term"; la divisione della ricchezza nei paesi produttori, "combat corruption and enhance transparency". Dice con i fiori che c'è in giro una "unflattering opinion" del suo business: "Image is the Achilles heel of many large companies and Total is no exception."Si preoccupa del futuro anche se nell'ultimo anno ha scoperto giacimenti per un 45% maggiori delle estrazioni fatte. Non c'è la soluzione killer e si muove a largo spettro. C'ha pure le celle a combustibile di idrogeno, finanzia un centro di ricerca a Berlino (a proposito di autarchia) e lavora con Renault (e si capisce).Sul rapporto coi paesi produttori parla apertamente dei problemi di sicurezza e della pelosità di certe amicizie, per esempio con la Birmania, Myanmar, per la quale da conto di una "presenza positiva in un paese controverso", con tanto di lista delle cause penali in corso. Aderisce alla EITI Extractive Industries Transparency Initiative, del G8 di Evian, giugno 2003. Resta così a bocca asciutta il forse ingenuo desiderio di sapere quanto valga oggi il mitico 50/50 di Enrico Mattei.Si intrattiene di più sul problema micro, cioè sullo sviluppo locale delle comunità dove l'azienda è presente coi suoi siti estrattivi e produttivi. Spazia dall'Indonesia alla Nigeria, con studio di casi reali. Difficile sindacare: Congo e Canada, Angola, Iran, Syria, Russia, Filippine, Argentina. You name it, loro stanno in 130 paesi. Progetti ambientali, borse di studio, di tutto. Lo scopo è creare una economia del domani, quando non c'è più petrolio sotto terra mentre ad oggi le riserve sono buone per dodici anni. Tratta di sviluppo locale con la capacità che i francesi hanno di imbastire d'avventura anche la burocrazia. Fanno un grand projet di ogni comunità - politica, di preghiera o di lavoro che sia - e al profano trasmettono quel gradevole sapore di Club Mediterranée. Per ogni settore c'è pure la faccia del dirigente responsabile, il capo villaggio, il gentil organizateur. Il modo è un po' prolisso e verboso, ma rientra e monetizza le attività in 77 milioni di euro, peanuts per uno che ne ha 16.061 di utile operativo e 9.612 dopo le tasse. Si pone qui una esigenza generale: ci vuole un benchmark, ogni cifra vuole un denominatore. Meglio l'utile prima delle tasse, visto che sono spese detraibili nei costi, o il dividendo totale distribuito agli azionisti. Risolutivo sarebbe il confronto con i concorrenti: c'è molto da fare.L'ambiente è presidiato da altre vestali per cui veniamo agli incidenti sul lavoro. Non si chiude nel perimetro aziendale e conta anche tra i fornitori gli 11 morti nell'anno. Ironia del bilancio sociale che in tempi di outsourcing ricompatta la responsabilità oltre il nominalismo amministrativo. Magari crea sovrapposizioni, ma nulla cade nelle crepe del not in my backyard (a Napoli: a un palmo da me stesso). Insomma piace il club Total e anche se ignora la GRI, almeno non parla di via francese alla CSR. Meno male, perché ci sono già gli orfani della seconda che vanno in cerca della terza, via.Paolo D'Anselmi

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