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Débat public: il valore della comunicazione

12/09/2013

Se ieri i grandi progetti avevano come unico interlocutore le istituzioni, oggi sempre più i processi decisionali devono coinvolgere le comunità. Anche in Italia, il “dibattito pubblico” sembra essere entrato a far parte dell’agenda del Governo. E se attualmente solo le aziende più virtuose intessono un dialogo con il territorio, in futuro potrebbe diventare la prassi. L’analisi del Presidente Ferpi, _Patrizia Rutigliano._

di Patrizia Rutigliano
Esiste un fattore destinato a guidare sempre più le scelte degli operatori che realizzano grandi infrastrutture, siano esse energetiche, dei trasporti, delle telecomunicazioni o altre; ed è il rapporto tra le esigenze del Paese, quelle industriali degli operatori e quelle dei territori destinate a ospitarle. Un rapporto che guarda con sempre maggior attenzione alle implicazioni ambientali e sociali dei progetti.
Nessuno può ignorare oggi la profonda mutazione che la rappresentanza degli interessi sta subendo. Se ieri i grandi progetti avevano quale unico interlocutore le istituzioni, oggi queste sono portate a favorire una partecipazione sempre più attiva delle comunità nei processi decisionali che le riguardano. Se a questo aggiungiamo l’ormai consolidato fenomeno della sindrome Nimby, appare chiaro come i grandi progetti infrastrutturali debbano inevitabilmente confrontarsi con approcci innovativi o comunque finora poco esplorati.
Novità ben comprese a Bruxelles, dove recentemente è stato adottato un Regolamento sulle infrastrutture transfrontaliere e nel quale largo spazio è dedicato proprio alla necessità di conciliare le esigenze dei grandi progetti con quelle degli stakeholder coinvolti, anche di quelli più piccoli o più deboli sul fronte negoziale.
Ma anche in Italia i segnali positivi non mancano: dopo qualche importante approccio nelle precedenti legislature, l’attuale Governo sembra orientato a inserire nell’ordinamento il “dibattito pubblico”, perno fondamentale per l’interazione tra la volontà di accelerare il passo sulle grandi opere – necessario volano per l’economia – con la giusta attenzione e partecipazione richiesta dai cittadini.
Su questo fronte sono diverse le aziende italiane che possono vantare un attento approccio al territorio, frutto di esperienze consolidate e in qualche caso divenuto parte integrante dei processi operativi. Alcune infrastrutture infatti attraversano già oggi aree protette o di rilevante interesse storico e archeologico, o anche aree intensamente urbanizzate; e il grado di integrazione raggiunto in questi contesti testimonia in molti casi la dedizione che viene dedicata ad attività solo all’apparenza prettamente tecniche, ma che invece sono il risultato di un patrimonio di conoscenze applicato a un’opera di coinvolgimento degli attori presenti sul territorio.
In un futuro nemmeno troppo lontano, quelle che oggi sono prassi aziendali virtuose diventeranno probabilmente la regola per la realizzazione di tutte le grandi infrastrutture, con la necessità da parte degli operatori di implementare l’intera catena del processo, senza dimenticare che spesso il rapporto con i territori non si esaurisce con la chiusura dei cantieri.
Tuttavia, i processi di consultazione e coinvolgimento del pubblico non devono risolversi in un appesantimento delle procedure autorizzative o in un allungamento dei tempi. Perché sia davvero efficace, un sistema così concepito ha bisogno di regole chiare, di una legislazione puntuale e snella che miri ad agevolare e fare incontrare gli stakeholder coinvolti. E quindi sono necessari tempi certi, terzietà di chi gestisce il confronto, un aggravio economico e operativo contenuto e prevedibile. Solo con queste misure sarà possibile realizzare il duplice obiettivo di rilanciare le grandi infrastrutture e dare un contributo innovativo alla ridefinizione del processo della rappresentanza degli interessi e di creazione del consenso.
Fonte: Formiche

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