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Digital democracy: la teoria del cambiamento

22/09/2011

L’informazione e l’interconnessione sono alla base dell’attuale mondo globalizzato. Questi cambiamenti richiedono che le organizzazioni si fondino sulla trasparenza e su una gestione adeguata delle relazioni con i pubblici. Sono alcuni degli aspetti affrontati da _Mark Belinsky_ ed _Elizabeth Ghormley,_ nei seminari promossi da Ferpi a Roma nei giorni scorsi.

di Silvia Meazzi
“Crediamo che il cambiamento non venga dalla tecnologia, ma da come la gente la utilizza”. Da questo punto di vista, con questo approccio, la relazione tra le organizzazioni e le persone diviene centrale nella governance. E’ uno dei punti centrali di quella che Mark Belinsky ed Elizabeth Ghormley chiamano “la teoria del cambiamento”. I due giovani manager di Digital Democracy, la no profit statunitense che opera a livello internazionale nelle situazioni di crisi affinché gli strumenti digitali divengano opportunità di sviluppo e della partecipazione democratica, sono stati i protagonisti di due seminari di alta formazione promossi da Ferpi a Roma.
Giovedì 15 e venerdì 16 insieme a Toni Muzi Falconi sono stati relatori alla sesta edizione del corso in Public Diplomacy rivolto a 40 giovani diplomatici, che da tre anni Ferpi realizza in collaborazione con l’Istituto Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri. Venerdì mattina, invece, hanno tenuto un seminario su “Organizzare e governare il digitale” rivolto a manager e liberi professionisti, organizzato dalla Commissione Aggiornamento e Specializzazione Professionale (Casp).
In entrambi gli interventi formativi Belinsky e la Ghormley, partendo dalla loro personale esperienza e da case history su cui hanno lavorato, hanno sviluppato il tema dell’importanza del trattamento dei dati e della trasparenza nella governance delle organizzazioni, nel loro rapporto con i pubblici, ed in particolare con il sistema dei media. Due i concetti chiave: la centralità dell’informazione nella società che stiamo vivendo e l’importanza della trasparenza, lo stile che deve accompagnare lo sviluppo e la gestione delle relazioni pubbliche. “Data is the new story” e “trasparency is the new conversation” ha affermato con forza Mark Belinsky.

Parlando ai diplomatici, a proposito del ruolo strategico dell’informazione nella public diplomacy i due hanno sintetizzato il loro pensiero attraverso il “ciclo della digital democracy” che secondo loro caratterizzerà il XXI secolo: alfabetizzazione, organizzazione e governance del digitale (digital literacy, digitale organizing, digital governace). Eppure Belinsky e la Ghormley, rispettivamente fondatore/presidente e direttore sviluppo di Digital Democracy, che sul ruolo del digitale hanno costruito la loro fortuna affermano con decisione che “nei progetti di successo la tecnologia rappresenta solo il 10%”.
Nel corso dei due seminari tenuti presso l’Istituto Diplomatico del MAE, partendo dall’approfondimento del concetto di Public diplomacy, con le idee di soft e hard power, Mark Belinsky ed Elizabeth Ghormley hanno insistito sul ruolo strategico dei media digitali nella gestione delle relazioni, non solo diplomatiche, indicandolo come chiave di lettura per il futuro della comunicazione, da quella istituzionale a quella internazionale, fino ad analizzare la diplomazia nel nuovo ambiente digitale e le problematiche ad esso connesse, presentando casi operativi di digital governance in Nord Africa, Medio Oriente, Haiti e Georgia.
Nel pomeriggio di giovedì, poi, i due giovani professionisti, a conclusione della prima sessione del workshop, si sono intrattenuti sulle stesse tematiche in modo più informale con i soci Ferpi per un cocktail organizzato nei giardini dell’Istituto Diplomatico introdotto dai saluti e da alcune riflessioni del presidente Ferpi, Patrizia Rutigliano, e di Emanuela D’Alessandro, direttore dell’Istituto Diplomatico del Ministero degli Affari esteri.

Di taglio completamente diverso il seminario di alta formazione promosso dalla Casp venerdì mattina in cui Belinsky e la Ghormley, dopo una breve presentazione della loro esperienza, del progetto e delle attività di Digital Democracy hanno proposto una lettura dello scenario socio-economico in funzione della centralità dell’informazione e dell’importanza della trasparenza nelle relazioni che ad essa è strettamente collegata. “La rivoluzione post-industriale, che stiamo vivendo con l’era della conoscenza, esige un nuovo approccio al trattamento dell’informazione e delle informazioni” ha affermato Elizabeth Ghormley.

Il prossimo 31 ottobre, l’ONU si prepara a ufficializzare che gli abitanti della Terra saranno divenuti sette miliardi, mentre già ci sono cinque miliardi di telefoni cellulari. Mai nella nostra storia c’è stata una disponibilità di strumenti di comunicazione in una proporzione così vicina al numero di abitanti. Per non parlare ovviamente della Rete e degli altri media, digitali o meno, che consentono a ciascuno di noi di entrare in connessione con gli altri. L’accesso alle tecnologie, la facile fruizione di cellulari e internet. peraltro in drastico aumento in tutto il mondo pongono interrogativi serie e urgenti sul trattamento e la grestione dell’informazione. La domanda più attuale, secondo i due giovani esperti è: “Come questi strumenti possono essere sfruttati per un cambiamento di comunicazione in positivo?” Analizzando l’utilizzo dei social networking, delle blogsfere e della wikiscenza, hanno posto ai partecipanti al seminario alcune domande cercandone, poi, insieme le risposte: quale è il rapporto tra democrazia, forme di partecipazione sociale, relazione e formazione, abilitate dalle nuove tecnologie della comunicazione? L’orizzontalità della comunicazione in rete è davvero uno strumento di democrazia? I luoghi del web – blog, social network, wiki – possono divenire un “luogo” di reale partecipazione alle decisioni?

Le risposte sono in una sorta di decalogo dell’informazione (che abbiamo volutamente lasciato in inglese, NdR.)


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