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Dossier Marcegaglia: cosa c'entrano le Rp con la criminalità organizzata?

09/10/2010

Il valore sociale delle relazioni con i pubblici sta divenendo discriminante delle attività di comunicazione. Una riflessione di _Toni Muzi Falconi_ a margine della Conferenza Europea delle Rp di Kiev e a partire dall'affaire Marcegaglia.

di Toni Muzi Falconi
Mentre in Italia circolavano i primi boatos dell’ affaire Il Giornale – Marcegaglia mi trovavo, in rappresentanza della Global Alliance, a Kiev (Ucraina) alla Conferenza Europea delle Relazioni Pubbliche promossa dall’Associazione dei nostri colleghi di quel Paese.
L’argomento in discussione era la relazione fra reputazione, le imprese, le relazioni pubbliche e i media.
Fra i relatori, insieme a me erano Jon Williams, direttore di BBC World News; Nicholas Schmidle, Business Writer del New York Times; Paul Noble della Noble Inc. e del CIPR; Andreji Gogolev, direttore del periodico ucraino di business Komersant oltre ai miei più autorevoli colleghi Ucraini, del Belarus e Russi (potete leggere il programma qui).
Una discussione molto accesa, vivace e assai partecipata (duecento colleghi presenti… una bella comunità professionale e anche assai preparata…).
Quando abbiamo affrontato il tema delle relazioni fra media, relazioni pubbliche e imprese (con argomenti non dissimili da quelli di cui stiamo discutendo sul nostro sito come con il dibattito sulla riflessione di Eric Reguly) ho provato a tirare fuori il convitato di pietra e il tema dei suoi rapporti con gli altri tre soggetti del triangolo.
Ho esplicitamente parlato della criminalità organizzata.
Il giornalista ucraino, assai simpatico – e (mi hanno poi detto) molto sotto tiro dai poteri forti di quel Paese per il suo modello avanzato di giornalismo investigativo – mi ha subito e disinvoltamente chiesto se avessi in mente la situazione italiana… ahimè, a questo punto siamo arrivati.
Comunque non c’è stato il tempo per parlarne… vorrei però farlo qui nella speranza di una pacata e utile discussione.
Per non sentirmi accusare di voler sollevare l’ennesimo polverone senza capo né coda, provo a spiegare a cosa mi riferisco:

nessuno dubita che l’insieme del fatturato della criminalità organizzata rappresenti, in assoluto, il più importante settore economico del nostro pianeta;
naturalmente, mettere nello stesso canestro armi, droga, prostituzione, usura, tratta degli schiavi etc… non ha senso alcuno salvo quello di costringerci a prendere atto del fenomeno di giganteschi flussi economici che hanno come tratto comune e distintivo soltanto l’opacità;
questi ingenti flussi economici sono globali e locali; in parte del tutto clandestini, ma in grande parte si riversano e si mescolano con l’economia legale;
in qualche modo ciascuno di noi, come singola persona, ha nel tempo contribuito ad alimentare il fenomeno, ma senza necessariamente rendersene conto;
ci sono molti segnali in questi ultimi anni, e non solo in Italia naturalmente (ma anche in Italia) di una intensificazione dell’intreccio fra le due economia, e di una crescente visibilità di tale intensificazione mediante un uso sempre più frequente, e di cui si percepisce la piena consapevolezza da parte degli attori, sia dei media tradizionali che di quelli digitali;
e sappiamo fin troppo bene che dove c’è visibilità consapevole, ci siamo anche noi, operatori di relazioni pubbliche.

Dunque, partiamo da quest’ultimo punto… e partiamo anche subito da chi scrive.
In 50 anni di pratica professionale posso ricordare perlomeno una decina di circostanze in cui ho avuto il dubbio di non sapere per chi stessi veramente lavorando, e di non sapere che cosa le tante mani sinistre (a mia insaputa) stavano facendo mentre io lavoravo con la destra… salvo poi accorgermene a cose fatte, e in alcuni casi anche cammin facendo, e non credo affatto di essere un caso isolato.
Così come i confini delle altre professioni oltre alla nostra (dal medico, al docente, al commercialista, al notaio, all’avvocato) si vanno sbriciolando, in modo evidente si sbriciolano anche quei punti fermi deontologici ed etici che hanno tradizionalmente (e forse un po’ spocchiosamente, non ho difficoltà ad ammetterlo) consentito di distinguere fra le persone per bene e le altre.
Oggi, l’esaltazione continua e acritica delle malefatte che ogni minuto/secondo provengono dalla nostra cosiddetta classe dirigente fa sì che quel confine fra esercizio normale e criminale della professione sia venuto a mancare di punti di riferimento certi (inclusa la stessa legge dello Stato, che socialmente parlando è la cosa più drammatica).
Dunque perché stupirsi dei dossieraggi? Perché invece non indignarsi e operare per un rincivilimento dei costumi?
Siamo tutti colpevoli per avere tollerato le dinamiche che in questi ultimi mesi hanno trovato alimentazione e consenso nel generale disfacimento del tessuto di società democratica e civile che, pur con tutte le difficoltà e le tante contraddizioni, abbiamo costruito dal dopoguerra?
Naturalmente c’è chi ha maggiori responsabilità di altri, ma questo nulla toglie all’argomento che ci siamo dentro tutti.
E soprattutto ci siamo, fra quei tutti, anche noi che facendo il nostro lavoro facciamo finta di non sentire, di non vedere e rifiutiamo di essere consapevoli che è avanzata la contaminazione con questa pandemia che ha infettato il sistema di relazioni fra i nostri clienti e committenti, i giornalisti, noi e il potere pubblico (pubblico… nel senso che se è privatissima la spartizione economica, a tutti spetta però il dovere di contribuire alla raccolta delle risorse).
Una riflessione amara, certo; disperata, certo.
Eppure, come facciamo con i nostri clienti e datori di lavoro, di fronte ad una questione complicata, dobbiamo innanzitutto rendercene consapevoli e avviare un processo di comprensione, prima ancora di valutare se e come possiamo fare qualcosa per indebolirne le conseguenze negative.
Personalmente ritengo che nella nostra comunità professionale esista tutto e il contrario di tutto.
Basterebbe però riuscire a trovare un minimo consenso fra i nostri colleghi più sensibili e attenti, intorno a un programma di azione – con i comportamenti , prima ancora che con la comunicazione (anche se la nostra azione consiste soprattutto in produzione e propagazione di argomenti) – imperniato sul valore sociale e organizzativo che sappiamo produrre applicando una interpretazione autentica delle relazioni pubbliche.
Ferpi, se ci sei… batti un colpo.
Che ne dite?

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