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Essere relazionali nell’era dell’IA

24/04/2026

Federica Zar, Consigliera Nazionale

Responsabilità e libertà nella comunicazione digitale nel saggio di Antonio Palmieri “Non è colpa dell’algoritmo!” edito da Egea

 

Il dibattito tra “apocalittici e integrati”, evocato da Umberto Eco negli anni Sessanta per interpretare l’impatto della cultura di massa, torna oggi con forza attorno all’intelligenza artificiale. Davanti all’IA e alle piattaforme digitali, la polarizzazione è evidente: da un lato chi ne denuncia i rischi sistemici, dall’altro chi ne celebra le opportunità senza riserve. Ma è davvero questa la dicotomia più utile per comprendere il presente?


A rimettere al centro il tema della responsabilità individuale è Antonio Palmieri – cofondatore e presidente della Fondazione Pensiero Solido – con il saggio Non è colpa dell’algoritmo! (Egea), che propone una lettura controcorrente del rapporto tra esseri umani e tecnologie. Il sottotitolo – Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale – chiarisce subito l’impostazione: non una riflessione tecnicistica, ma un invito a ripensare il nostro ruolo nell’ecosistema informativo contemporaneo.

 

Uno dei meriti principali del libro è la critica esplicita al cosiddetto “determinismo tecnologico”, ovvero alla tendenza a considerare algoritmi e piattaforme come entità autonome, capaci di orientare comportamenti e decisioni in modo inevitabile. Palmieri ribalta questa prospettiva: le tecnologie non agiscono da sole, ma sono progettate da esseri umani e alimentate quotidianamente dalle scelte degli utenti.


Questa narrazione – che ci vuole “vittime degli algoritmi” – è, secondo l’autore, tanto diffusa quanto rassicurante. Attribuire la responsabilità a un soggetto esterno (l’algoritmo) diventa infatti una scorciatoia cognitiva e culturale: solleva individui e organizzazioni dalla fatica di interrogarsi sulle proprie pratiche comunicative, sulle logiche di consumo dell’informazione e sulle dinamiche di partecipazione nei contesti digitali.

 

Il saggio non nega i rischi dell’ecosistema digitale: sorveglianza, polarizzazione, manipolazione e dipendenza sono fenomeni concreti e documentati. Tuttavia, come emerge anche dall’approfondimento pubblicato su Corriere Comunicazioni, il punto non è minimizzarli, ma evitare che diventino un alibi per sottrarsi a una responsabilità più ampia.


Per chi si occupa di comunicazione – e in particolare per la comunità professionale FERPI – questa prospettiva è particolarmente che la qualità dell’informazione, la costruzione del consenso e la gestione delle relazioni rilevante. Significa riconoscere non dipendono solo dagli strumenti, ma dalle scelte strategiche, etiche e operative di chi li utilizza.


Un passaggio centrale del volume riguarda la natura umana: non siamo soltanto esseri razionali, ma profondamente relazionali. Le tecnologie digitali – incluse le forme più avanzate di intelligenza artificiale, sia generativa sia relazionale – tendono ad amplificare proprio questa dimensione. Da qui nasce una delle intuizioni più interessanti del saggio: comprendere come funzioniamo come individui e come comunità è condizione necessaria per utilizzare consapevolmente gli strumenti digitali. Non si tratta solo di alfabetizzazione tecnica, ma di una vera e propria “educazione alla libertà”, che passa attraverso le micro-scelte quotidiane: cosa leggiamo, cosa condividiamo, come interagiamo.

 

Per i professionisti delle relazioni pubbliche, il messaggio è chiaro: “abitare il digitale senza subirlo”. In un contesto in cui l’IA entra sempre più nei processi di produzione e distribuzione dei contenuti, la sfida non è delegare, ma governare. E questo implica sviluppare consapevolezza critica sugli strumenti utilizzati; mantenere centralità del giudizio umano nei processi decisionali; promuovere trasparenza e responsabilità nella comunicazione; valorizzare la dimensione relazionale, che nessun algoritmo può sostituire pienamente.

 

In definitiva, Non è colpa dell’algoritmo! non è solo un saggio sull’innovazione, ma un invito a ridefinire il concetto stesso di libertà nell’era digitale. Una libertà imperfetta, ma decisiva, che richiede consapevolezza, esercizio e responsabilità. Per chi opera nella comunicazione, questo significa superare tanto l’entusiasmo acritico quanto il pessimismo deterministico, per adottare una postura più matura: quella di chi riconosce nelle tecnologie non un destino, ma uno spazio di azione. Una sfida culturale, prima ancora che tecnologica.

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