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Gli invisibili dell’Università italiana

03/11/2008

Tema scottante quello della scuola. Scottante perché gli interessi sono contrapposti e spalmati su più livelli: confessionale, politico, culturale, sociale, economico, ...

di Massimo Panzini


La scuola è stata utilizzata da destra e da sinistra anche come un ammortizzatore sociale. Il sistema oggi è collassato per mancanza di fondi. I lavoratori impegnati in 57.514 scuole (infanzia, primarie, secondarie di primo e secondo grado) sono 1.300.000 circa e potrebbero diventare 1.400.000. Gli insegnati sono circa 950 mila. Una enormità rispetto ai circa 9 milioni di alunni. Con uno stuolo così nutrito di operatori gli allievi dovrebbero essere coccolati, formatissimi e preparatissimi.


Invece secondo le indagini Ocse e a sentire le risposte che hanno dato alle interviste effettuate da alcuni giornalisti in occasione dei numerosi e continui cortei di protesta c’è proprio da vergognarsi come cittadini, come genitori e – perché no? – proprio come insegnanti. Volendo ignorare gli aspetti meramente informativi e nozionistici, emerge, sotto il più importante profilo della formazione, la mancanza di quella forma mentis che dovrebbe indurre chiunque a verificare sia le notizie provenienti dai media o reperite in internet sia i contenuti di quanto appreso sui testi o direttamente dai docenti. I più sono andati in corteo come ad un festino perché qualcuno a suon di slogan ha detto loro che questo in prospettiva era per il loro bene, come in altro campo e in altri tempi affermava il grande inquisitore Torquemada.


La gioventù un po’ più cresciuta, quella che frequenta le università, non è in questo particolarmente atipica. Chiedere se hanno letto la riforma Moratti (legge n. 53 del 2003) o quella Mussi del 26 luglio 2007, o la finanziaria del 2006 predisposta da Tommaso Padoa-Schioppa, o le poche pagine del decreto Gelmini n. 137 del 1° settembre 2008 o il tagliatutto n. 133 del 6 agosto provoca il più delle volte facce attonite. Mario Giordano, direttore de Il Giornale, riferisce che agli esami per magistrati schiere di laureati (meglio: l’aureati) hanno riempito i loro temi di «ogniuno», «comuncue», «l’addove», «un’altro», «qual’è» e «risquotere».


Ci si chiede: “ma che competenze forniscono le facoltà universitarie? Chi e quanti le frequentano? Come vengono preparati ed esaminati gli studenti? Quali sbocchi danno sul mercato del lavoro? Come si adeguano le singole facoltà alle esigenze delle imprese pubbliche e private? Come pubblicizzano i loro laureati nel territorio del lavoro?”


L’ufficio di statistica del Ministero dell’Università e della Ricerca indica per l’anno accademico 2006-2007 la presenza nelle facoltà di 19.845 docenti ordinari, 19.083 associati e 23.046 ricercatori per un totale di 61.974. L’Istat segnala in poco più di un milione e ottocentomila gli studenti iscritti e fornisce la media di 1 docente ordinario o associato ogni 40 iscritti. Dimentica sia i ricercatori impegnati nella docenza sia soprattutto i 42.154 docenti con contratto annuale titolari di un insegnamento ufficiale e/o attività didattiche integrative.


Questi invisibili, ignorati anche dagli ultimi decreti e invisi ai ricercatori che ne subiscono la concorrenza, nell’anno accademico 2007-2008 sono stati 48.797. A 33.008 è stata affidata la titolarità di un insegnamento ufficiale: per 12 mesi questi esperti hanno svolto le funzioni di docenti universitari tenendo lezioni, presenziando sessioni d’esame, ricevendo gli studenti, assegnando tesi e partecipando alle commissioni di laurea per ricevere in cambio una retribuzione attorno ai mille euro ad incarico.


Il decreto del 21 maggio 1998 articolava la docenza a contratto solo nel caso in cui le università avessero dovuto “sopperire a particolari e motivate esigenze didattiche”.
In realtà gli Atenei con l’entrata in vigore del sistema “3+2” hanno assicurato l’insegnamento di migliaia di corsi a costi irrisori ricorrendo proprio ai docenti a contratto. In sei anni i corsi di laurea sono lievitati da 2.444 a 5.400 di cui 37 con un solo studente e 66 con meno di sei.


Il ministro Mussi aveva definito i contrattisti “lo zoccolo duro dell’università” per il fatto che senza di loro sarebbero stati chiusi molti insegnamenti e diversi studenti non avrebbero potuto laurearsi. Eppure, grazie all’ex ministro e alla sua azione di razionalizzazione e semplificazione, dall’anno accademico in corso la presenza dei docenti a contratto è stata radicalmente ridimensionata: per ogni corso di laurea le università devono garantire la didattica con almeno il 50% di docenti di ruolo, obiettivo raggiungibile con la riduzione dell’offerta formativa e la concentrazione degli studenti sui corsi obbligatori e sugli attualmente pochi a scelta libera.


Eppure, grazie agli attuali ministri, i finanziamenti all’Università, si contraggono per e con altre logiche anche pavide: meglio colpire tutti – giustizia bendata – anziché punire qualche pessimo amministratore. E’ evidente che alcune facoltà entreranno in crisi: se Medicina e Chirurgia a livello nazionale dispone del 21,4% di professori incardinati, o Scienze Matematiche Fisiche e Naturali del 16,2% altre sono povere di questa risorsa: Scienze della Comunicazione fa affidamento sullo 0,3% (il ministro Gelmini, che avrebbe bisogno di imparare a comunicare, la stronca con un “Meglio qualche iscritto in meno all’Università dove fanno tanti corsi in scienze della comunicazione che sfornano solo disoccupati”), Scienze Motorie dello 0,5%, Scienze Statistiche Demografiche e Attuariali dello 0.5%, Scienze Sociali dello 0,7%, Psicologia dell’1,2%.


A proposito dei docenti a contratto osservo che sono proprio loro, in quanto inseriti nella società civile nella quale operano, a portare nelle università quell’aggiornamento che il mercato stesso li obbliga ad effettuare quotidianamente in modo che le loro aziende risultino vincenti o, di questi tempi, sopravvivano. Se è vero che molti possono avere ricevuto incarichi per motivi amicali o che li abbiano ricercati per impreziosire il loro biglietto da visita è altrettanto vero che moltissimi hanno aderito ai bandi di incarico per passione, per donare la loro esperienza agli universitari attraverso insegnamenti calibrati con le reali esigenze del mercato.


Sono questi professionisti che hanno riscosso quell’apprezzamento e quella riconoscenza dagli studenti esercitando una missione formativa e di ricerca per il bene comune. Questo bagaglio di conoscenze teoriche affinato e validato dalla pratica in possesso dei docenti a contratto, veri intellettuali disorganici, è ormai compromesso dalle riforme dei governi che si sono succeduti in questi anni. Ora, purtroppo, chi vorrà imparare un qualche mestiere manageriale richiesto dal mercato dovrà andare a bottega come nella Firenze del ‘200 e pagare di tasca propria l’apprendistato (leggi: università e master privati).

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