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Ibm, la diversità serve al business: un articolo di Franco Carlini dal Corriere della Sera

18/10/2004

Dal Corriere della sera del 16/10/2004. Ibm, la diversità serve al business

La diversità è solo fonte di complessità e perciò di problemi organizzativi? Alla Ibm pensano invece che sia soprattutto una risorsa, un'opportunità anche per il business. E' dal lontano 1995, sotto la presidenza di Lou Gerstner, che la casa americana ha attivato un programma interno, di recente analizzato dalla Harvard Business Review, per valorizzare le diversità di genere, di etnia o cultura. Questo è un passo significativo che va oltre le tradizionali politiche del personale basate sulla non discriminazione: se l'uguaglianza dei diritti è la condizione di base da cui partire, al di sopra di questa "piattaforma" (per usare un termine del software) occorre prendere atto che una volta garantiti i diritti, le persone sono comunque diverse; questa molteplicità mentre crea eventualmente dei mal di testa a chi intenda le aziende in maniera fordista (tanti "addetti" alla catena), può diventare invece fonte di valore, se le diverse culture, esperienze e know how vengono socializzate e sviluppate.Il progetto è tuttora in corso, organizzato per gruppi di lavoro, e si è propagato in tutte le Ibm nazionali. Da allora le donne in ruoli dirigenti sono aumentate del 370%, le minoranze etniche del 233, e addirittura del 733 per cento è cresciuto il numero di coloro che esplicitamente si dichiarano gay, lesbiche o transgender (ovviamente a partire da valori assoluti molto bassi). E' significativo e forse non casuale che queste e analoghe politiche si vadano sviluppando nelle aziende di informatica, anche come correzione alla precedente e rigida cultura sistemistica: proprio loro infatti vendono sempre meno hardware e sempre di più beni immateriali e conoscenza, e questa si crea e si coltiva al meglio in ambienti che siano molto differenziati per clima, varietà e "biodiversità". In parallelo con la diversità sociale anche il software ormai vive di una continua tensione tra standard e diversità: gli standard sono importanti per garantire l'interoperabilità di macchine e applicazioni diverse e senza di loro sarebbe un mondo frammentato e incomunicante, ma se questa spinta alla standardizzazione portasse viceversa a un mondo di "software unico", la stessa innovazione ne risulterebbe frenata. Anche in questo caso gli standard fanno da humus, e gli applicativi, meglio se diversi, sono le piante, magari in concorrenza tra di loro per far rendere al meglio il territoriofc@totem.toFranco Carlini

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