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Il bar è chiuso per turno (elettorale)

24/02/2010

Con l’approssimarsi delle votazioni regionali, è argomento estremamente attuale il modo in cui gestire i dibattiti politici all’interno dei palinsesti televisivi per non violare la legge sulla par condicio. Marco Mazzoni e Gianfrancesco Rizzuti affrontano il problema da una prospettiva nuova e colgono nel segno mostrando una situazione paradossale: quello che viene eliminato dagli appositi spazi, normalmente deputati all’informazione politica, finisce nei contenitori domenicali. In beffa alle leggi e a scapito della qualità dell’informazione.

Marco Mazzoni e Gianfrancesco Rizzuti
C’è una questione. E vorremmo sottoporla all’attenzione di quel dibattito che si è creato subito dopo l’approvazione da parte della commissione di Vigilanza Rai del regolamento sulla par condicio in vista delle prossime elezioni regionali. Non entriamo nel merito se sia più o meno giusto che alcuni programmi di approfondimento politico possano continuare ad andare in onda regolarmente negli orari di sempre e con i soliti palinsesti. Il nostro intento è un altro, ossia sottolineare che quando si parla di informazione politica ci si è sempre dimenticati di considerare un particolare genere televisivo.
Andiamo nel dettaglio. Nella delibera che disciplina la par condicio, pubblicata nel sito dell’Agcom, all’art. 5 comma 2 si legge: “Nel periodo di vigenza della presente delibera, tenuto conto del servizio di interesse generale dell’attività di informazione radiotelevisiva, i notiziari diffusi dalle emittenti televisive e radiofoniche nazionali e tutti gli altri programmi a contenuto informativo, riconducibili alla responsabilità di una specifica testata registrata ai sensi di legge, si conformano con particolare rigore ai principi di tutela del pluralismo, della imparzialità, dell’indipendenza, della obiettività e della apertura alle diverse forze politiche”. Innanzitutto, dalla delibera si evince, come evidenziato anche da Antonio Di Bella nella sua intervista rilasciata al Corriere del 20 febbraio, che tutti i programmi che non possono essere ricondotti a una direzione di Tg non sono toccati da tale regolamento sulla par condicio. Il direttore di Raitre, per esplicitare bene di quali programmi televisivi sta parlando, fa l’esempio di Che tempo che fa condotto da Fabio Fazio.
Riteniamo che ci sia un altro punto che emerge dal regolamento approvato. Che non è stato preso in considerazione dalla politica, nemmeno negli anni scorsi, ma che invece inizia ad essere indagato (almeno) da parte del mondo accademico. Ci spieghiamo. Il nuovo regolamento stabilisce che i programmi di approfondimento possono scegliere. O ospitare nei loro spazi le tribune politiche, oppure andare in onda in orari e fasce diverse. Dipenderà da Vespa, da Floris, da Santoro, cioè dai responsabili delle trasmissioni.
Il fatto è che in questo modo si giungerà ad un contesto in cui gli unici spazi (televisivi), dove si potrà parlare di questioni a rilevanza generale, oltre al programma di Fazio, saranno i programmi di intrattenimento come Domenica in, La vita in diretta, Domenica Cinque, ecc., programmi che mettono a disposizione dei loro (milioni di) telespettatori (solitamente scarsamente interessati alla politica) informazioni di carattere politico su quelle questioni (immigrazioni e sicurezza, lavoro, crisi economica, ecc.) che sono e non potrebbero che essere al centro dell’attuale campagna elettorale.
Prendiamo spunto dalla ormai ampia letteratura sull’infotainment, recentemente definita politica pop, e – last but not least – su quella che noi qui definiamo “inn-fo”, vale a dire tutta quella informazione che viene diffusa soprattutto sui canali televisivi attraverso contenitori generalisti con la possibile partecipazione di esponenti politici, ma anche di celebrity non necessariamente – anzi quasi mai – portatori di una expertise centrata sull’oggetto del dibattito. E che, come nelle locande, le “inn”, appunto, vede coinvolti, a diverso titolo, soggetti di diversa provenienza, cultura, forse anche appartenenza politica. Proprio come accade al bar sotto casa, quando non nella piazza virtuale che lo sta soppiantando. Volete un esempio? Eccolo, lo prendiamo dal recente passato. 20 aprile 2008: una settimana prima di un importante ballottaggio (e quindi in un periodo di par condicio), per la poltrona di sindaco di Roma. Quella domenica alle ore 14 sia Domenica in, sia il suo competitor Buona Domenica, incentrano la puntata prendendo spunto dai due casi stupro, sulla criminalità legata all’eccessiva presenza di romeni nel territorio italiano. Ovviamente, per via della par condicio, nessun politico è in studio, ma gli ospiti presenti (giornalisti, showgirl, massmediologi, il pubblico in studio ecc.) hanno avuto la possibilità di dire qualsiasi cosa sul tema dibattuto. Insomma, sette giorni prima del ballottaggio, i due principali varietà della domenica, che insieme raccolgono un’audience che si aggira intorno ai 10 milioni, hanno trattato un tema centrale per le successive elezioni locali.
Il punto saliente a nostro avviso è allora il seguente: si può incidere su programmi come quelli, tra gli altri, di Annunziata, Floris, Santoro, Vespa, La Rosa, Vianello mentre molte delle informazioni “politiche” il telespettatore continuerebbe a reperirle nei contenitori di intrattenimento “puro”? Insomma, non rischia di “rientrare” dalla finestra del bar quell’informazione politica fatta “uscire” dalla Porta di Vespa?
Siccome per l’oggetto discusso programmi televisivi di genere diverso possono somigliarsi negli effetti, e concorrere alla formazione di un’"idea politica” con un peso che spesso non conosce le distinzioni tra informazione e intrattenimento, un approccio “integrale” (integralista?) sulla par condicio potrebbe arrivare a estendere i suoi effetti fino all’intrattenimento puro. E’ evidente che lo scontro tra una versione “supply side” – dal lato della libertà di confezionamento dell’offerta – e quella di tutela di un’informazione equilibrata dal lato della domanda del telespettatore, rischierebbe di trasformarsi in una empasse, facendo pagare un conto forse troppo salato al telespettatore-elettore. Però il problema si pone, e qualcuno prima o poi potrebbe chiedere al bar di chiudere per turno.

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