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Il palo, la frasca e il cinismo

19/08/2026

Beniamino Buonocore

Dal pensiero laterale all’intelligenza artificiale, una riflessione sulla capacità di esplorare senza perdere il filo, sul valore delle deviazioni e su ciò che accade quando smettiamo di chiederci perché facciamo le cose.

 

Quanto mi piace saltare di palo in frasca.

Mi rilassa, mi protegge dai loop in cui a volte entro, mi aiuta a ricomporre i pensieri. Soprattutto mi diverte giocare con le persone lanciando improvvisamente una frase che non c'entra nulla con quello che stiamo dicendo.

Alcune ridono, altre mi prendono per matto.

Che poi la cosa può anche essere seria.

 

Saltare di palo in frasca attiene al concetto di inatteso, utilissimo come tecnica narrativa, ma anche per ridestare le persone che ti ascoltano. Un salto che ti costringe ad azzerare i pensieri per capire cos'è quell'informazione che arriva quando meno te l'aspetti.

 

Si usa anche nella costruzione dei dialoghi di una storia. Perché due persone che parlano non sono un argomento che evolve, ma due umanità che si confrontano.

E qui ci starebbe bene una birra, un po' perché fa caldo, un po' perché fa compagnia.

Che poi ci sono diversi tipi di birra, per me non devono essere troppo forti.

Saltare di palo in frasca, e la cosa non sembra, non è casuale.

 

Poi c’è un’altra questione: è personale, ma la sensazione è che possa essere riconosciuta da tanti. Mentre salto, da qualche parte sento una voce che mi dice che sto perdendo tempo. Che è roba da chi non sa stare sul pezzo. Da stupido, diciamolo. L'ho pensato di me e l'ho pensato degli altri, in riunione, guardando qualcuno allontanarsi dall'ordine del giorno. Quella voce non me la sono data da solo, però l'ho tenuta, e mi fa comodo.

 

Quei salti che nessuno vede

Quando salti da un argomento all'altro, la mente non sta andando a caso, non lo fa mai (o quasi). Solo che quei salti li fai in silenzio. Chi ti ascolta vede il primo e l'ultimo, e in mezzo trova un buco: legge caso dove c'è una successione. La cosa più interessante è che quel buco spesso resta invisibile anche a noi. Se proviamo a ricostruire come ci siamo arrivati, l'unica cosa che possiamo fare è reinventarci a posteriori il tragitto cercando una spiegazione ragionevole. Con la razionalità che spesso non è la via giusta.

 

Perché una regola c'è, ed è la salienza. Saltiamo verso ciò che in quel momento ci attira di più: una memoria, un'immagine, una cosa non chiusa, a volte anche solo una parola che suona come un'altra. Le associazioni umane sono cariche. Hanno un peso affettivo e biografico che nel discorso non compare mai, e che però lo governa da sotto.

 

Noi però siamo addestrati a fare il contrario. Riportiamo al punto, recuperiamo l'agenda, ringraziamo e proseguiamo. Buttiamo via il dato migliore che ci è stato offerto in tutta la riunione.

 

La differenza sta nel ritorno

C’è un altro elemento che intriga: il fatto che chi divaga e chi fa una scoperta compiono lo stesso movimento: prendono un elemento da un contesto e lo depositano in un altro, dove nessuno lo aspettava. Il salto non distingue il confuso dal creativo. Sono uguali in partenza.

 

La differenza sta nel ritorno. Chi salta di palo in frasca resta sulla frasca, e da lì salta ancora, e ancora, e il discorso si sfilaccia. Chi fa pensiero laterale salta e poi torna al palo, portandosi dietro qualcosa che sul palo non c'era. Il valore lo produce il rientro, non la partenza. Il che significa che l'intelligenza richiesta non è quella associativa. Associare è gratis, la testa lo fa da sola, non puoi nemmeno impedirtelo. L'intelligenza sta nel rientro: sapere qual era la domanda di partenza mentre sei da tutt'altra parte. Tenere il filo teso mentre ti allontani. È memoria di scopo, più che fantasia.

E per tornare a un palo, bisogna averne uno.

 

Il palo lo pianta qualcuno

Qui la faccenda incrocia anche con il lavoro che tutti noi stiamo facendo con le intelligenze artificiali generative, in un punto di cui mi pare si ragioni poco.

 

I modelli generativi saltano benissimo. Le associazioni remote sono il loro meccanismo: mettono in relazione cose lontane con una disinvoltura che a noi costa fatica. Su quel piano non c'è partita, e non è nemmeno interessante discuterne.

 

Quello che non hanno è un palo. La conversazione parte dal punto in cui la metti tu, e finisce quando decidi tu, e il criterio per capire se il viaggio valeva la pena lo porti tu. E qui sta il punto: avere una posta in gioco significa poterci rimettere qualcosa.

 

Significa che se sbagli direzione, la sbagli tu e le conseguenze le senti. Invece, un modello non ha niente da perdere, e per questo può permettersi di associare all'infinito senza mai dover scegliere.

 

Sono due topografie diverse dello stesso spazio. Nella sua, due cose sono vicine perché ricorrono insieme nei testi. Nella nostra, perché ricorrono insieme in noi. La prima è prossimità statistica, la seconda è prossimità biografica, e producono metodi opposti: il modello procede per espansione, apre e apre ancora, perché non ha un criterio interno per decidere quando basta. Tu procedi per ritorni, e ogni ritorno seleziona.

 

Nessuno dei due funziona da solo. L'espansione senza rientro produce quantità indifferente, montagne di materiale che sembra buono e non decide niente. Il rientro senza espansione produce la ripetizione ordinata di quello che già sapevi. Il lavoro serio nasce dall'incontro dei due, e in quell'incontro la parte che resta nostra è una sola: piantare il palo e riconoscere quale divagazione vale il viaggio di ritorno.

 

Il salto che non facciamo

Vogliamo dire che abbiamo perso questa capacità e che una volta si sapeva pensare e adesso no. Sarebbe una comoda e inutile divagazione.

 

Il salto non si è perso. È automatico, ce l'abbiamo tutti, funziona anche adesso mentre leggi. Quello che si è perso è il luogo. Abbiamo costruito un ambiente di lavoro in cui ogni scambio deve produrre un risultato, e in un ambiente così l'associazione è per definizione uno scarto di lavorazione.

 

Ma quello scarto di lavorazione è la cosa più preziosa che abbiamo: la creatività. Che ha bisogno di divagare, di esplorare, di saltare da un palo a una frasca e magari anche oltre, per vedere cosa c'è.

 

Ci concentriamo sul fatto che una sessione di lavoro deve creare un risultato e che senza risultato è stato tempo perso. Se invece esci con un risultato, qualcosa che puoi descrivere, allora ti sembra che le cose siano andate bene.

 

La tragedia, e la chiamo così perché è tale, è che abbiamo tirato fuori qualcosa di giusto, ma probabilmente (non lo sapremo mai) non il meglio che potevamo.

 

C'è anche da considerare che questa situazione ci sta comoda

La linearità dà prestigio: chi arriva con una struttura ordinata sembra competente, chi si permette di divagare sembra impreparato. Le regole ci fanno fare una gran figura davanti a clienti e colleghi, e in cambio chiedono soltanto di lasciare l'estro fuori dalla porta. Sembra uno scambio conveniente. Sembra, ma io non credo che lo sia.

 

Che poi le mie potrebbero anche essere considerazioni facili da provare, se pensiamo a quante volte, magari in macchina, a cena, davanti a una birra, capiamo di un progetto cose che in sei riunioni non erano emerse. Dovrebbe farci sospettare qualcosa: se il pensiero migliore su un lavoro accade sistematicamente fuori dai luoghi deputati a produrlo, ci sta che il problema sia in come viviamo il nostro lavoro.

Così per dire.

 

E c'è la coincidenza temporale che dovrebbe farci riflettere

Proprio adesso la parte lineare del nostro mestiere (ordinare, sintetizzare, strutturare, portare da A a B) è quella che le macchine fanno bene e a costo quasi zero. Se continuiamo a organizzare il lavoro umano intorno a quella, stiamo allenando le persone esattamente sulla competenza che non serve più difendere. Ne ho scritto altrove chiamandola deflazione della competenza: quando lo strumento diventa accessibile, il valore percepito del saper fare si abbassa. Quello che resta a distinguere è l'avere una posizione, e non più il saper fare.

 

Dove finisce il romanticismo, comincia il cinismo

Racconto un piccolo aneddoto personale: mentre mettevo insieme questo ragionamento, mi sono sorpreso a scrivere «meno romantico, ma più praticabile». L'ho scritta di riflesso, come si scrive una cosa che non si pensa. Ed è il tic professionale per eccellenza: mettere un'idea al riparo dall'accusa di ingenuità sacrificandone il fondamento.

 

Perché nell'accezione che conta il romanticismo è una posizione conoscitiva, non un sentimento. È l'idea che il particolare, il vissuto, il soggetto siano vie d'accesso alla conoscenza e non disturbi da correggere. Che poi è esattamente il palo di cui stiamo parlando: la posizione biografica da cui salti e a cui torni. Senza quella premessa il ritorno non ha nemmeno motivo di avvenire, perché tornare costa, e si torna solo se qualcosa vale.

 

Quando il romanticismo si abbassa, sale il cinismo. E il cinico, nella nostra professione, è quello che ha smesso di avere una posta in gioco pur continuando a parlare, non quello che pensa male degli altri. Salta ancora, benissimo, con più agilità di tutti, perché nessuna convinzione gli fa attrito. Solo che non torna, perché non ha più niente a cui tornare.

 

Se guardi la struttura, è precisamente la condizione della macchina. Associazioni senza posizione, lucidità senza esposizione, competenza senza responsabilità.

 

Non è l'intelligenza artificiale a renderci macchine. È il disinvestimento.

Un professionista cinico e un modello generativo hanno la stessa architettura, e differiscono solo perché uno ci è arrivato per scelta, o più spesso per stanchezza, per delusione, per una serie di progetti in cui aveva ragione e non è servito a niente. Il cinismo conviene, a breve: non rischi nulla, non puoi essere smentito, e ha l'aspetto esteriore dell'intelligenza. Sembra profondità. È soltanto assenza di esposizione.

 

È un rischio che corriamo tutti, ed è invisibile se non decidiamo di osservarlo. La prova l'ho appena raccontata: quella frase sul romanticismo l'ho scritta io, senza accorgermene, e stavo scrivendo proprio di questo.

 

Potremmo anche pensarlo come un modello applicato del paradosso del gatto di Schrödinger: finché nessuno guarda, il professionista cinico è vivo e morto insieme, lucidissimo e assente nello stesso momento. Poi arriva qualcosa che lo costringe a esporsi, e uno dei due stati deve sparire.

Il filo cambia di mano

 

Torniamo al proverbio

«Saltare di palo in frasca», lo usiamo presupponendo che il filo si sia perso. Il filo non si perde mai. Cambia di mano: passa da quello del discorso a quello di chi sta parlando. Chi ascolta bene lo sa, e invece di riportare la conversazione al punto si chiede perché sia andata proprio lì.

 

Resta quella voce che sento quando salto, quella che mi dice che sto perdendo tempo. Non credo che se ne andrà. Però adesso so cosa risponderle: che il tempo lo perdo davvero solo se non torno indietro, e che il ritorno è l'unica parte del lavoro che non posso delegare a nessuno.

 

È anche la prima che lascio andare quando sono stanco.

 

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