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Il Papa sbarca su Twitter

13/12/2012

Anche il pontefice, dal 12 dicembre, cinguetta sul noto social network. Cosa significa e quali saranno le conseguenze. Ha senso parlare di una Chiesa 2.0 oppure, come anche nel caso del Dalai Lama, le più importanti autorità religiose dovrebbero essere realmente pronte a mettere in discussione il loro stile comunicativo?

di Ferdinando Marino
“Ha mai pensato al fatto che Gesù è morto su una croce di legno e che suo padre era l’unico falegname in città?”. “Se ti mando un po’ di casse d’acqua, mi rimandi indietro i boccioni di vino?”. “Santo Padre, ma è lei ad essere responsabile dell’evoluzione di Terence Hill da Trinità a Don Matteo?”. “Si mette mai sui condotti d’aria per imitare Marilyn Monroe?”. Se vi piace gironzolare su Twitter sapete che questi che vi stanno facendo ridere sono tutti quesiti che i cinguettanti della rete hanno rivolto a @Pontifex tramite l’hashtag #faiunadomandalpapa.
Ormai da qualche giorno la Santa Sede ha lanciato l’account ufficiale del Papa su Twitter. O meglio, gli 8 account del Papa: inglese, italiano, spagnolo, francese, portoghese, tedesco, polacco e arabo. Insomma, i social network stanno arrivando in alto, molto in alto, decisamente in alto. Fino a qualche anno fa quanti si sarebbero immaginati di poter rivolgere, anche solo virtualmente, una domanda direttamente al Papa? E mentre anche la Camera dei Deputati sta per aprire un suo account su Twitter, sulla scia della linea tracciata da @Palazzo_Chigi, la creazione di @Pontifex indica sicuramente una sensibilità diffusa verso i social network che ormai tocca anche il Vaticano.
Ma una riflessione sull’utilizzo del mezzo è d’obbligo. I social media, Twitter probabilmente più di tutti, nascono per la condivisione di informazioni, per ascoltare gli altri e per dire la propria. Aziende ed istituzioni lo utilizzano ormai, in maniera più o meno professionale, come strumento di comunicazione quotidiana, di valutazione della propria reputazione e di analisi delle esigenze e dei feedback dei propri target rispetto a beni e servizi erogati. Questa rappresenta non solo la migliore modalità di utilizzo dei social network, ma la loro stessa ragione di vita: non avrebbero senso in un contesto socio-comunicativo autoreferenziale, non aperto verso l’esterno. Ormai anche le autorità istituzionali lo hanno capito: questo “luogo” non è totalmente “controllabile”. Senza il confronto e il coinvolgimento dei follower la presenza sui social network può diventare un grande, incredibile e clamoroso boomerang comunicativo… e non mancano gli esempi in questo senso.
Ecco quindi che la notizia della creazione di un account del Papa fa, di per sé, arricciare il naso. Passi la sensibilità verso le nuove tecnologie manifestata dalla Santa Sede. Passi la necessità di andare dove la gente vive per diffondere “la parola”. Passi pure l’utilizzo dei social network come strumento di proselitismo, esattamente come avviene per i brand. Ma appare abbastanza difficile conciliare lo spirito “social” sul quale si fondano questi strumenti con la natura stessa della religione, che spesso è portatrice di verità assolute, difficilmente discutibili o negoziabili.
Fa quindi un po’ strano che un’istituzione che non è abituata, né intende, (magari lo farà in futuro) mettere in discussione alcuni dei propri principi sia disposta ad entrare in un contesto che fa proprio della discussione la ragione stessa della sua esistenza. Non vogliamo dire che sia giusto discutere i dogmi della religione cattolica, non spetta a noi, ma quantomeno è singolare che @Pontifex utilizzi Twitter a metà, solo per diffondere il proprio messaggio, senza ascoltare gli altri, dato che non “followa” nessuno se non i suoi stessi account nelle diverse lingue. E non fossilizziamoci a criticare la Santa Sede, rivangando costatazioni centenarie sulla chiusura della Chiesa cattolica verso l’esterno. Perché non solo il Papa, ma anche @dalailama, che da tempo utilizza i cinguettii per comunicare ai propri fedeli, non segue nessun altro account. La questione è più sottile: parliamo di(in)compatibilità tra linguaggi comunicativi e strumenti, dell’utilizzo di codici appropriati sui mezzi giusti. Insomma, se il Papa e il Dalai Lama vogliono utilizzare Twitter dovrebbero essere pronti a mettere in discussione il loro stile comunicativo, a ridiscutere come le autorità religiose comunicano con i propri fedeli.
Ragionando in termini di social media strategy, invece, sarebbe curioso capire come mai, pur non volendo seguire attori terzi, @Pontifex abbia deciso di non avere tra i suoi following le tante comunità cattoliche che esistono nel mondo. Quelle organizzazioni che in lui vedono una guida spirituale e organizzativa, che moltiplicherebbero le loro forze nel duro lavoro di tutti i giorni se solo trovassero tra le loro notifiche di Twitter il messaggio @Pontifex ti ha ritwittato. Sempre perché l’ABC del buon social media strategist insegna che il “fan” bisogna ascoltarlo, ingaggiarlo e premiarlo.
E se questo non avviene, la Rete se ne accorge. Se entri in un luogo in cui tutti sono allo stesso livello ma tu vuoi sembrare più in alto degli altri, quello che succede, soprattutto in una società come quella italiana, è che vieni preso in giro. E proprio questo sembra essere l’errore di @Pontifex: se scegli di utilizzare uno strumento devi essere disposto ad integrarti ed applicare le dinamiche che lo governano, ad adattare il tuo stile comunicativo a quello del contesto in cui ti trovi. Non stupisce, quindi, che, esattamente come accaduto in casi più “terreni” (vedi l’hashtag #meetfs di Trenitalia), #faiunadomandaalpapa rappresenta il canale in cui gli utenti scimmiottano il tentativo di approcciare un nuovo mezzo senza volerne accettare le regole. Come quelle feste di 18 anni dove il genitore di turno tenta di risultare simpatico agli amici del figlio/a ballando il “Gangnam style” come se si trattasse del “Ballo di Simone”.
E poi c’è chi si chiede: “ho questa domanda che mi tortura: ma lei, esattamente, che fa tutto il giorno?”
Fonte: Kapusons

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