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Il ritorno del '68 in versione 2.0

01/03/2013

Alcuni elementi dell’attuale fase storica ricordano molto da vicino le condizioni che crearono i cambiamenti epocali del 1968 e i nuovi nuovi cyber-utopisti vedono nel web uno spazio dove realizzare l’ideale di una cittadinanza partecipe e trasparente. Ma questa situazione è esente da rischi? La riflessione di _Andrea Ferrazzi._

di Andrea Ferrazzi
Sostiene lo storico Tony Judt: «Il 1968 è un anno cruciale, perché stava emergendo una nuova generazione alla quale tutti i vecchi insegnamenti sembravano irrilevanti. Proprio perché i liberali avevano vinto, i loro figli non erano in grado di capire quale fosse stata inizialmente la posta in gioco». E aggiunge: «Ciò che rendeva l’Occidente un luogo migliore erano le sue forme di governo, di giustizia, di assunzione delle decisioni, di regolamentazione o di istruzione. Nell’insieme, con il passare del tempo, tali forme costituirono un patto implicito tra società e Stato. La prima avrebbe permesso un certo livello di intervento dello Stato, limitato dalla legge e dalla consuetudine; lo Stato, a sua volta, avrebbe concesso alla società ampi margini di autonomia, vincolata dal rispetto delle istituzioni dello Stato stesso». Nel Sessantotto quel patto implicito entrò in crisi, insieme e in conseguenza del crescente sentimento di insoddisfazione verso le istituzioni. Come ricorda Jan-Werner Muller, si diffuse la convinzione che bisognasse andare oltre «una democrazia molto prudente e limitata, a cui le élite europee avevano dato il loro appoggio dopo il 1945», per arrivare a una democrazia diretta che permettesse ai cittadini di partecipare e non solo di essere rappresentati. Non a caso, uno degli obiettivi principali erano i parlamenti, considerati – per dirla ancora con le parole di Jan-Werner Muller – «semplici palcoscenici di facciata, dietro ai quali il vero potere veniva negoziato in corridoi dove regnava il più puro spirito corporativo, e sempre con lo stesso cast di attori».
Vi sembrano considerazioni estremamente attuali? In effetti, la crisi della rappresentanza, lo scetticismo verso le istituzioni, le richieste di superamento degli attuali modelli di democrazia e di maggiore partecipazione sono elementi che caratterizzano anche la fase storica che stiamo vivendo. E non è un caso, se è vero – come sostiene Andrew Keen nel suo libro Vertigine digitale appena pubblicato da Egea – che la generazione sessantottina si è trasferita online. «Molti tra i maggiori sostenitori e architetti dell’interconnessione e del comunitarismo digitali sono i prodotti bohémien di quella controcultura che prese piede negli Stati Uniti sul finire degli anni Sessanta, compresi gli eccentrici visionari della rete J.C.R. Linklider e Douglas Englebart, l’animatore del Whole Earth Catalog e di The WELL, Stewart Brand, il co-fondatore della rivista Wired, Kevin Kelly, i fondatori della Apple, Steve Jobs e Steve Wozniak, il paroliere dei Greteful Dead e co-fondatore della Electronic Frontier Foundation, John Perry Barlow». «Questi pionieri – aggiunge Keen – importarono il libertarismo dirompente degli anni Sessanta, il suo rifiuto per ogni gerarchia e autorità, l’infatuazione con la condivisione e la trasparenza e l’autenticità individuale, e il comunitarismo globale, nella cultura di quel che si sarebbe affermato come cyberspazio». Si sta diffondendo, insomma, «l’ideale del fuori-casta, del ribelle che sfida l’autorità costituita», tanto che esso è diventato «uno dei beni di consumo più preziosi di questo inizio del XXI secolo».
I nuovi cyber-utopisti, tra i quali vale la pena ricordare anche Manuel Castells, vedono nel web uno spazio dove è possibile riunire l’intera umanità in un unico villaggio globale, dove la cultura è creata da tutti e non solo da un’élite, dove si può realizzare l’ideale di una cittadinanza partecipe e trasparente a se stessa.
Purtroppo, però, si va definendo una realtà profondamente diversa, e più preoccupante, di quella delineata da questi nuovi «comunardi digitali», profeti di un’ortodossia dell’anticonformismo ed eredi di quell’ideologia sessantottina che provocò, tra l’altro, l’abbattimento delle barriere ideologiche tra il pubblico e il privato, favorendo un’esperienza quotidiana esplicitamente politica. Un aspetto, questo, che oggi si ripropone nel segno di una «cultura partecipativa» che riflette una trasparenza indesiderata su tutta la nostra vita, minando alla radice il nostro diritto alla privacy. Come sottolinea ancora Andrew Keen, viviamo in «un mondo interconnesso definito da milioni di dispositivi “intelligenti”, da linciaggi online in diretta, da decine di migliaia di persone che rilanciano i dettagli della vita sessuale di un estraneo, dalla burocratizzazione dell’amicizia, dal pensiero di gruppo dei Piccoli Fratelli, dall’eliminazione della solitudine, dalla trasformazione della nostra stessa vita in un volontario Truman Show».
Il rischio è «un’amnesia collettiva di ciò che significa essere umani», una rinuncia volontaria alla privacy e allo sviluppo e alla libertà individuali, nel nome di un’ideologia che, in quanto tale, rappresenta sempre una minaccia per la convivenza civile e la democrazia.
Fonte: Spinning Politics

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