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Il vero “bunga bunga” è mediatico

12/11/2010

Si sta affermando una nuova prassi mediatica nelle strategie di comunicazione finalizzata ad uso strumentale dei media, più che per fare informazione per influenzare l’opinione pubblica. Rischiosa sia per chi la gestisce che per i media stessi.

di Giancarlo Panico
Nei giorni scorsi abbiamo preso confidenza con una nuova espressione, bunga bunga, che in poche ore, da “quasi” sconosciuta è entrata di prepotenza nel vocabolario quotidiano, valicando anche i confini nazionali, da dove il quotidiano La Repubblica l’aveva presa in prestito. Qui non mi voglio soffermare, ovviamente, sui fatti recenti che hanno coinvolto il Presidente del Consiglio e da cui ha preso il via il nuovo refrain mediatico né, tantomeno, sul significato del termine ormai noto a tutti. Ma sulla nuova centralità che i media tradizionali stanno assumendo nelle strategie di comunicazione e, ancor di più, sul loro uso strumentale in barba a tutti i requiem che continuano a dare per spacciati quotidiani, giornali e tv tradizionali. Un uso, in verità, molto discutibile che sta provocando danni irreparabili al sistema dei media. Utilizzare, infatti, i media strumentalmente come “voce di parte” è veramente pericoloso, per tutti: giornalisti, relatori pubblici, investitori pubblicitari.
Ma fin qui niente di nuovo. Da che esistono, giornali, tv, radio e più recentemente portali o blog sono sempre stati utilizzati “strumentalmente”. La questione nuova che si sta prospettando all’orizzonte è molto più complessa e delicata perché si sta estendendo al web, con derive poco rassicuranti, almeno per chi fa il nostro lavoro. La novità sta nel fatto di utilizzare i media come mezzi diretti della strategia e non come strumenti di informazione. E in tutto questo i media si prestano al “gioco”!
Alcune recenti ricerche, tra l’altro, confermano che oltre il 70% dei contenuti veicolati da social network e social media provengono dai _mainstream media. _ La questione è allo stesso tempo interessante e molto delicata. Senza dubbio un indicatore chiaro di dove stiamo andando e di come sta cambiando la funzione della comunicazione: da mezzo utilizzato a valle di scelte e decisioni, di organizzazioni sia private che pubbliche ma anche di uomini politici, manager, personaggi dello sport e del mondo dello spettacolo per raggiungere i propri stakeholder ed orientarne i comportamenti o le idee, a strumento di governance dell’opinione pubblica. Il fatto nuovo, rispetto al passato, che è uno degli effetti più devastanti dell’uso strumentale dei media è che l’opinione pubblica è sempre più estemporanea e frammentata.
Il nuovo modello mediatico lo ha ben sintetizzato Orione, uno degli editorialisti di The Frontpage, il blog di Claudio Velardi e Fabrizio Rondolino: “il copione è sempre lo stesso, rodato, delle campagne di comunicazione virale: il messaggio-choc, sparato dall’ammiraglia liberal italiana con un format che ne supporta adeguatamente il carattere di “scoop” (le ‘dieci domande’ l’altra volta, la doppia paginata di D’Avanzo questa), in poche ore deborda in Rete, invade radio e tv, intasa sms e chiacchiere, raggiunge le testate estere che erigono, a loro volta, totem festanti del nuovo sputtanamento di stato. Il bunga bunga, oltre che il classico tormentone su Facebook, è un nuovo pezzo di Elio e Le Storie Tese e un bolognese ha già registrato il dominio web (www.bungabunga.it), ma come al solito i cinesi sono più avanti e Apple Daily, il quotidiano di Hong Kong, ne ha tratto una clip in 3D.
Dunque il vero “bunga bunga” è mediatico. Ed è il nuovo strumento, la modalità, con cui si svolge la battaglia tra parti opposte siano essere politiche (i casi più frequenti), economiche, sociali, dello star system e così via. Il nuovo obiettivo è – consentitemi il termine – lo sputtanamento mediatico. Questa volta il successo è stato maggiore grazie alla trovata di un’espressione che ne è divenuta subito claim : bunga bunga, appunto. Ma ormai è prassi quotidiana lavorare al “massacro mediatico” attraverso una studiata, accurata e reiterata strategia di comunicazione. Quelle black pr che una volta agivano dietro le quinte oggi sono utilizzate alla luce del sole, spesso anche malamente (vedi il caso Arpisella), contro il competitor di turno. Sono ancora freschi nella nostra memoria i casi che negli ultimi mesi hanno coinvolto prima Gianfranco Fini e poi Arpisella, l’ex portavoce della Marcegaglia. Queste vicende sono solo la punta di un iceberg che affonda le sue radici nel sistema di relazioni e di intrecci di potere tra aziende, politica e media: da un lato i media sono diventati sempre più aziende, dall’altro l’intreccio tra politica e affari è divenuto insostenibile ma necessario. In mezzo sta la comunicazione, verso elemento strategico della governance. Oggi le relazioni pubbliche, che della comunicazione in un sistema siffatto sono la funzione centrale, sono fortemente orientate verso le aziende e non verso i media come era nel passato, e quindi c’è uno sbilanciamento del nuovo ruolo della comunicazione che ha originato un cortocircuito tra poteri. Una situazione davvero complessa che sta diffondendosi a macchia d’olio tanto da diventare prassi comune: c’è qualcosa o qualcuno che ci ostacola, che non riesco a contrastare, che bisogna far cadere? Ecco che parte il “bunga bunga” mediatico. C’è un antidoto? Penso proprio di no. E, allora, come fare? Affidarsi sempre meno all’improvvisazione e sempre di più a professionisti della comunicazione preparati e soprattutto avere come bussola per orientarsi l’etica. Comportamenti poco trasparenti o non eticamente sostenibili, in una società della comunicazione dove siamo “always on” e tutti interconnessi, si ritorcono facilmente contro.

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