Ferpi > News > La complessità del nostro ambiente professionale

La complessità del nostro ambiente professionale

26/01/2009

"Ho seguito il suggerimento di Fabio Ventoruzzo ed ho letto la lezione di Riotta e devo dire che non mi è piaciuta affatto"... Continua il dibattito sulla presunta morte dell'opinione pubblica con un contributo di Mario Rodriguez.

Ho seguito il suggerimento di Fabio Ventoruzzo ed ho letto la lezione di Riotta e devo dire che non mi è piaciuta affatto.


Anzi, la ritengo un paradigma negativo. Qualcosa su cui ragionare come Ferpi. Insieme. Perché ci aiuta a mettere a fuoco la complessità del nostro ambiente professionale e le cose che dobbiamo chiarire.


Così per attizzare la discussione dico la mia senza alcuna mediazione.


Parto da titolo e occhiello: “L’idea di una società illuminata che governa la politica attraverso il confronto razionale non funziona più.”
Ma quando ne è esistita una?


Penso: Riotta farà uno sforzo per definire la “società illuminata” e il “confronto razionale”. Ma comincio a sospettare che potrei arrabbiarmi: dal titolo balena l’ipotesi che internet sia la causa di tutto per la sua natura manipolatoria. E perché mai? Perché “moltiplica la verità all’infinito”. Mamma mia quando sento parlare di verità mi preoccupo. Comincio a leggere con circospezione. E mi dico se Fabio, citando Toni, invita a leggere Riotta devo farlo.
Ma le cose non proseguono bene. L’incipit è forte, spettacolare, proprio di quelli emotivi che non spingono al ragionamento approfondito. Dice Riotta: “Il bene e il male del mestiere di informare ai tempi di Internet sono indicati in due versetti del Vangelo di San Giovanni.” Miihh, Giovanni quello dell’Apocalisse! … perché solo ai tempi di internet? Mah? Proseguiamo.
Ora, sono convinto che proprio gli evangelisti siano il più efficace esempio al quale ricorrere ogni qual volta si voglia far capire che noi ragioniamo sulla interpretazione dei fatti “resa pubblica” e non sui fatti stessi. Ma mi sembra che citare i versetti del Vangelo sia sparare cannonate ai passeri. Anzi, qualcosa tra la violenza e la velleità.


Giovanni dice «Voi conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi».
Comincio a chiedermi ma di che verità parla Riotta? Qui la verità è il messaggio di Cristo, la libertà dalla finitezza della vita. Non è la verità giornalistica, la verità fattuale, verificabile empiricamente con prove e testimonianze. Ma Riotta insiste con un’altra citazione (per fortuna un po’ più recente) «L’oppressione si basa sulla deformazione del vero: senza una menzogna di base nessun sistema totalitario sopravvive». Poi Riotta si scatena: Aristotele, Tarski, Rorty. Di nuovo cannonate ai passeri con un filo di arroganza: ma l’essere un importante giornalista attribuisce la “legittimità” (soprattutto in una lezione ai futuri simili) di affrontare con tale leggerezza il dibattito filosofico più importante del novecento?


E poi il punto centrale della riflessione: la colpa di tutto è il fatto che ci siano sulla terra 6 miliardi di blog, ognuno scritto e letto solo dal proprio autore. E questo segna il tramonto dei mass media. Ed ecco il pezzo forte, il lamento per la morte della civiltà: “Che resterà dell’opinione pubblica, tramontati i mass media? Che resterà della democrazia senza opinione pubblica critica? D’altronde cominciando con l’Apocalisse!
Che c’azzecca?


Ma di che verità parla Riotta? E perché i blog distruggerebbero i mass media? Perché fanno calare la vendita dei giornali o l’audience tv? Ma quante sono le persone che possono informarsi attraverso la rete in maniera del tutto nuova in qualità e quantità? E perché la rete e i blog non possono rappresentare una modalità di rendere pubblica un’opinione critica? Non varrebbe la pena articolare la riflessione. Ma no. Riotta torna alla “verità”.
E qui le cose si chiariscono e si complicano perché Riotta cita esempi di casi espliciti di falsità, di menzogne, di bufale. Ah, ma allora Gianni parla della verità fattuale. Non centra niente la verità di Giovanni, quella delle risposte alle domande ultime sulla vita e sul dopo vita. Sono due livelli non raffrontabili.
Per me questa confusione è molto grave.


Invece di maramaldeggiare su Rorty meglio leggere il Giardino delle idee di Veca, il bel libretto sulla filosofia spiegata alla nipote Camilla! Almeno non si farebbe confusione tra la verità di Giovanni Evangelista e quella di Gianni il giornalista. È brutto pasticciare tra la verità della filosofia e della religione e la verità fattuale ri-prodotta dall’industria dell’informazione.
Riotta parlando di falsità acclarate cita il film di Michael Moore sull’11 settembre e si chiede: “Perché la bugia diventa realtà?”
Ma questo non c’entra con la verità degli evangelisti e fare questi pasticci danneggia la comprensione dei problemi veri. Appunto che la realtà sociale è costruita dalla comunicazione e il sistema dei media è la fabbrica della realtà. Una fabbrica che risponde come tutte le cose del nostro tempo sempre più alle regole del mercato. Non c’è, nella mia affermazione, alcuna intenzione anti capitalistica ma solo la necessità di comprendere il contesto del sistema competitivo del mercato dell’attenzione. È in questo specifico contesto che appare il nuovo soggetto delle “conversazioni” che si sviluppano sulla rete. Diventerà questa una nuova sfera pubblica mediatizzata capace di modificare i sistemi di influenza che presidiano e determinano le decisioni pubbliche e private? Questo è il tema. Ma allora parliamo di questo.
Invece Riotta ce l’ha con Rorty e lo accusa (mi pare) di contribuire alla sparizione della opinione pubblica perché è relativista.
Scusate, ma anche su questo vale la pena essere pignoli.


Si ricomincia con la seconda citazione di Giovanni Evangelista: “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”. Giovanni è quello dell’Apocalisse, non dimentichiamolo. E Riotta prosegue: “è dura la strada della verità verso la libertà? Meglio rifugiarsi nelle tenebre, rallegrate da YouTube, dai megapixel, da lobby prodighe. Perché cercare la verità, dopo la delusione delle ideologie, se la tenebra di una mezza bugia rassicura noi e i nostri amici in tinelli, cantine e siti?”
E poi: “L’opinione pubblica non è in crisi per le nuove tecnologie. Cade perché l’idea di una società illuminata che governa la politica attraverso il dibattito razionale – cara a Bentham e Habermas- non funziona più. Finito il dibattito critico, finita l’opinione pubblica, quale democrazia avremo?”
Il problema di quale democrazia e quale qualità della democrazia è un problema aperto in parallelo con l’esistenza stessa dei mass media. Problemi di democrazia ci sono stati anche nell’epoca d’oro dei mass media. Gli stessi mass media sono un problema per la democrazia, o un problema di democrazia, di qualità della democrazia. E i mass media come la democrazia non sono stati sempre la stessa cosa negli ultimi duecento anni. Riotta non se ne era accorto?


L’opinione pubblica – soprattutto se si cita Habermas – è l’opinione resa pubblica dai “media”, dalle gazzette, dal nascente sistema dell’informazione. Appunto da soggetti che mediano la realtà, la interpretano e la costruiscono. E fanno nascere la sfera pubblica. I media non sono l’opinione della gente, la vox populi, il comune sentire. Altrimenti sarebbe sempre esistita. Non ci sarebbe bisogno di segnare una novità con un nuovo concetto. E se un operatore dei media si vive come un alfiere della verità “ontologica” quindi come espressione di quello che pensa la gente è preoccupante. Opinione pubblica – soprattutto se si cita Habermas di “storia e critica dell’opinione pubblica” – è l’opinione (di alcuni) resa pubblica (da altri) quindi mediazione e interpretazione della realtà che è cosa molto lontana certamente dalla verità ontologica ma anche dalla verità fattuale.
Questa funzione di rendere pubblica l’opinione della classe (borghese) esclusa dal potere assoluto è stata la storia di successo dei media e della democrazia! Dalle Gazzette alla stampa quotidiana, alla tv. L’opinione è pubblica perché è resa pubblica dagli strumenti di mediazione. Ma come cambiano le condizioni della lotta per il potere prima e dopo la rivoluzione industriale così cambiano i gradi di autonomia dei media e la loro forza “rivoluzionaria”. Comprendere e adattarsi al cambiamento è quello che ci tocca fare.


Continuare a far credere che il sistema dei media sia tutt’uno con quello che pensa la gente senza affrontare il problema della interpretazione (mediazione) della realtà è proprio il contrario di quello di cui abbiamo bisogno.
Dimenticavo il Gianni Riotta del TG1 ispirato dal Giovanni dell’Apocalisse finisce così: “L’alternativa sono le tenebre, sia pure on line!”
Dopo tutto il tempo impegnato a chiosare Riotta mi rendo conto che la sua lezione è una lettura che non avrei consigliato se non come indicatore del grande lavoro culturale ancora da fare. Anzi, non ancora avviato.


Mario Rodriguez

COMMENTI

Eventi