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La comunicazione come relazione

16/01/2009

Il valore della comunicazione, la reciprocità, la fiducia: alcuni degli ingredienti che Giampietro Vecchiato, Vice Presidente FERPI, inserisce nella ricetta del buon relatore pubblico per sfruttare le potenzialità della comunicazione e dei suoi strumenti.

1. Se il fine ultimo del “fare” relazioni pubbliche è quello di costruire relazioni (ponti) tra le persone e/o tra le organizzazioni, gli strumenti utilizzati e il relativo metodo di lavoro non possono essere neutri ma devono essere coerenti con l’obiettivo di costruire, appunto, relazioni. Direi che il compito ultimo è quello della governance delle relazioni, perché non solo costruire, ma anche sviluppare, consolidare, governare, potenziare, migliorare…


2. Non tutti gli strumenti di comunicazione, anche se opportunamente mixati e indirizzati, ci permettono infatti di raggiungere questo obiettivo.


3. Per “costruire relazioni” è necessario cercare una sintesi tra la cultura dello scambio (il tradizionale do ut des che caratterizza i rapporti economici ma molto spesso anche i rapporti interpersonali) e la cultura del dono (il cui valore è strettamente legato al donatore e che da vita ad un legame tra persone che va oltre il puro scambio economico). Io parlerei di relazioni di scambio (exchange relationship) (Grunig et Hon, 1999) – dove una parte cerca di concedere benefici all’altra solo nella prospettiva in cui anche l’altra parte abbia già dato benefici in passato o si aspetta che ne possa accordare in un futuro – e di communal relationship (Grunig et Hon, 1999) dove, viceversa, entrambe le parti concedono benefici all’altra nella convinzione che essi miglioreranno l’altrui benessere, indipendentemente dal ritorno eventuale di benefici. Per molte attività di relazioni pubbliche, lo sviluppare relazioni di questo tipo con dei pubblici influenti è molto più importante che sviluppare delle semplici relazioni di scambio.


4. Ogni azione comunicativa presuppone quindi un “patto” – libero e responsabile – tra le persone coinvolte.


5. A un patto ci si può arrivare in due modi: per accordo o per consenso.
Nel primo caso (accordo), il patto si esplicita in un contratto, tipico delle transazioni economiche.
Nel secondo caso (consenso), il patto non è mai definitivo, va riscritto e aggiornato giorno dopo giorno e la sua manutenzione deve essere curata costantemente da entrambe le persone coinvolte.


6. Il valore della comunicazione emerge con grande chiarezza e forza quando sperimenta la relazionalità e il patto è costruito sul consenso (reciprocità).


7. Da un punto di vista etimologico comunicare significa mettere in comune, confrontarsi, condividere “una parte di noi stessi” con l’altro (“riconoscere il TU in vista del NOI” afferma Martin Buber).


8. Se invece prevale l’idea di comunicazione come trasmissione di messaggi tra due o più persone (oppure organizzazioni), non siamo in grado di cogliere il significato più profondo e autentico della relazione e ci allontaniamo dalla visione della comunicazione come relazione.


9. La relazione ha infatti bisogno di autorevolezza, responsabilità, reciprocità, pari opportunità, bidirezionalità e non di gerarchia. In caso contrario diventa “semplice” informazione, intesa come invio di un messaggio da A a B (si comunica-a e non si comunica-con).


10. Ma per costruire ponti tra le persone è necessario un altro ingrediente: la fiducia.


11. La fiducia è il collante che lega le persone: solo la fiducia reciproca permette di costruire relazioni chiare, trasparenti ed equilibrate. Fukuyama ha definito la fiducia come social glue, colla sociale.


12. La fiducia non è uno strumento di comunicazione. La fiducia è un valore che richiede al comunicatore/relatore pubblico di esporsi nel rapporto con l’altro, sia nella sua dimensione personale (i valori) che professionale (la competenza).


13. La fiducia nella relazione è infatti strettamente legata all’affidabilità (credere che l’altro esegua quello che dice di voler fare), alla competenza (credere che l’altro abbia le abilità per fare quello che dice di voler fare) e all’integrità (credere che l’altro sia onesto e leale) degli attori.


14. La fiducia permette di non dover esplicitare ex ante i vantaggi derivanti dalla relazione stessa (con il rischio di impegnarsi solamente in caso di certezza del risultato) ma di veder premiato ex post l’impegno profuso, con un conseguente aumento (nei due soggetti) della fiducia reciproca e un rafforzamento (nei singoli) della fiducia in sé e dell’autostima.


15. Il relatore pubblico non può quindi nascondersi dietro l’organizzazione (il “ponte” tra l’organizzazione e l’ambiente esterno è il comunicatore stesso), né può basare i propri comportamenti sulla logica del business is business.


16. Il relatore pubblico deve dotarsi di una visione etica della comunicazione (personale, professionale ed economica) limpida e trasparente, senza superiorità morale né autoreferenzialità.


17. Il buon comunicatore – afferma Maria Teresa Giannelli – non è chi compromette fin dall’origine il patto di fiducia su cui si costruiscono relazioni soddisfacenti ed equilibrate, vendendo un’immagine di sé che non corrisponde alla realtà o adoperando strategie manipolatorie per ottenere il consenso. Questo tipo di comunicatore è destinato a essere prima o poi smascherato o smentito nei fatti, con la conseguenza di perdere il consenso estorto e fallendo così nelle proprie relazioni (perdita di credibilità).


18. Il buon comunicatore è un professionista che basa il proprio successo comunicativo sull’autenticità e quindi sulla capacità di instaurare e mantenere relazioni basate sulla fiducia. E’ una persona sostenuta da un forte senso etico della vita e delle relazioni, a loro volta in grado di generare nuova e più profonda comunicazione.

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