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La Finanziaria 2006 e i tagli alla comunicazione: un commento di Nicoletta Levi

25/10/2005
La scorsa settimana abbiamo pubblicato un editoriale riferito al taglio del 50 per cento degli investimenti in comunicazione degli enti locali previsto dalla Finanziaria 2006. Ecco una riflessione in proposito di Nicoletta Levi, responsabile del progetto programmi di comunicazione a cura di Cantieri.
In una fase contraddistinta da una contrazione significativa delle risorse con una conseguente regressione dalla possibilità di soddisfare dei desideri alla necessità di garantire il soddisfacimento di bisogni primari, non stupisce che la comunicazione compaia fra le voci vittime della prossima Finanziaria. Non scandalizza ma un po' dovrebbe indignare perché il messaggio vero di questi tagli (il metamessaggio) scritto sull'etichetta del 50 per cento dei tagli alla comunicazione è che dei valori e degli effetti di cambiamento che la comunicazione produce dentro e fuori dalle organizzazioni pubbliche possiamo anche fare a meno. Almeno per la metà. 
E non parlo solo della comunicazione come trasparenza e tutela dei diritti (altrimenti mi tocca risalire a un sentire "costituzionale" che di questi tempi assomiglia a un "purismo vecchia maniera") ma anche (soprattutto) della comunicazione per sostenere (se volete nel senso dell'aiuto puro e semplice) la possibilità che decisioni pubbliche adottate per risolvere problemi di interesse generale (vocazione di un'amministrazione) non abbiano sufficiente impatto, non raggiungano gli obiettivi, cadano nel vuoto dell'incomprensione.
Ragionando in questi mesi di piano di comunicazione con le amministrazioni impegnate nel Cantiere di innovazione nazionale (iniziativa del Programma Cantieri del DFP in collaborazione con UrpdegliUrp) abbiamo messo a fuoco come e perché la comunicazione può essere virtuosa, perché può produrre valori e ricadute di innovazione e cambiamento dentro le amministrazioni e nelle relazioni con gli amministrati. A patto che, appunto, sia una comunicazione, ben orchestrata e ben gestita, in una parola pianificata.
Perché?Perché costringe a riflettere sul cosa, a chi e come comunicare a partire da un obiettivo strategico dell'organizzazione. Il che presuppone che l'obiettivo sia condiviso, almeno dentro l'organizzazione, e che non si siano ancora avviate le iniziative e i programmi per attuarli. E' in questo momento che la comunicazione, come altre leve, entra in scena per concorrere: sa da dove l'organizzazione parte, dove l'organizzazione vuole arrivare, cosa farà in quell'intervallo di tempo per arrivare dove vuole arrivare. Parliamo di condizioni minime per programmare interventi di comunicazione che non siano estemporanei bensì pensati e meditati, che non siano centrati sulle iniziative bensì sulle politiche, che non siano eterogenei, ovvero confezionate a seconda dei tempi e delle persone chiamate in causa di volta in volta, bensì integrati e coordinati per consentire di recepire un messaggio invece che ascoltare un rumore in mezzo agli altri.
Perché costringe a pensare che gli interlocutori non sono tutti uguali e che è a partire dalle caratteristiche degli interlocutori che la comunicazione si differenzia in molteplici prodotti e artefatti, utilizza diversi codici linguistici oppure utilizza un unico codice linguistico ma differenti canali di trasmissione.Perché, infine (ma si potrebbe proseguire), crea alcuni requisiti minimi per progettare anche un'ipotesi di valutazione che, a valle degli interventi, possa consentire un ragionamento (non una certezza) sull'efficacia della comunicazione in rapporto a se stessa e in rapporto all'obiettivo strategico per cui è stata prodotta ed è costata denaro pubblico.
Si tratta di ragionamenti ampiamente condivisi e ampiamente licenziati dalla letteratura e di questi ragionamenti abbiamo fatto patrimonio negli incontri con le amministrazioni iscritte e partecipanti al Cantiere di innovazione. Il 16 novembre a Roma tireremo le fila e magari saremo anche in grado di fare una prima valutazione su questo nostro lavoro.
Mi viene da dire, rispondendo a Toni e al come individuare le amministrazioni virtuose perché non finiscano tutte indistinte nel cestino della comunicazione spendacciona, che un primo importante criterio di virtuosità potrebbe essere proprio lo sforzo di pianificazione: costruire dei programmi di comunicazione (non ha neanche importanza partire necessariamente da piani annuali ma da pianificazioni intorno a un oggetto almeno sì) certo non basta a dire chi ha fatto bene e perché, ma almeno che le decisioni di comunicazione hanno seguito un ragionamento, una logica e un metodo che ha obbligato operatori della comunicazione e organizzazioni alle quali appartengono a non comunicare nel mucchio e fuori tempo massimo. Come purtroppo succede ancora.
Nicoletta Levi

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