Ferpi > News > La paura: una pandemia moderna, trasversale...e destinata a durare

La paura: una pandemia moderna, trasversale...e destinata a durare

28/07/2008

Toni Muzi Falconi affronta il tema della paura e dell'insicurezza sociale nelle implicazioni prodotte sulle Relazioni Pubbliche. Un invito alla riflessione rivolto a tutti...

La Repubblica pubblica un interessante analisi di Ilvo Diamanti sulla paura.


Anche a Londra, al Festival della Global Alliance, il Prof. Nabil Ayad, Direttore dell’Accademia Diplomatica di Londra della Westminster University, aveva individuato nella ‘geo-fear’ (paura globale) la variabile dominante delle politiche pubbliche dei prossimi dieci anni…una variabile che avrebbe fortemente condizionato e influenzato tutte le iniziative di diplomazia pubblica.


A Torino, al Festival Mondiale degli Architetti, nell’ambito del workshop promosso da Ferpi e Assorel (dedicato a al contributo che architetti e relatori pubblici possono dare per rallentare la progressiva transizione dal ‘nimby’ al ‘banana’ evitando quindi la paralisi della trasformazione del territorio senza se e senza ma) il nostro ottimo collega romeno Liviu Muresan, presidente della Fondazione Risc e consulente di comunicazione della sicurezza per i più importanti organismi internazionali, ha dipinto con considerazioni e dati mai ascoltati prima un quadro assai fosco di quel che ci aspetta nei prossimi anni in termini di crescita del caos metropolitano dovuto alla crescente insicurezza sociale, soprattutto nelle grandi megacittà che spuntano come funghi in ogni parte del mondo, soprattutto in Africa, Asia e America Latina.


Il tema è dunque ‘caldo’, trasversale e destinato a durare.


Conviene allora provare ad affrontarlo nelle implicazioni che produce sul nostro lavoro.


Per prima cosa conviene chiederci se, visto che le relazioni pubbliche si propongono la finalità di aiutare le organizzazioni a migliorare le relazioni con i loro pubblici influenti, questa pandemia di paura non segnala che il nostro lavoro abbia prodotto un gran bel risultato.
E’ evidente che migliori relazioni implicano armonia, dialogo, conversazione, comprensione, negoziato e crescita comune.
Sembrerebbe invece che il mondo stia andando proprio in un’altra direzione.


Allora – dirà qualcuno – non è poi così vero che il nostro lavoro sviluppa impatti forti come vado affermando?
Magari fosse così: la questione piuttosto è che troppo spesso il nostro lavoro, direttamente o indirettamente, non fa che alimentare il fenomeno.
E mi spiego:
l’incertezza, la paura, l’indecisione politica, economica, sociale inducono (nelle organizzazioni, come nella società) depressione, e aspirazione all’ordine, e quando l’ordine non arriva, violenza.
Naturalmente un soggetto responsabile che desideri responsabilmente tentare di governare il fenomeno, dovrebbe proporsi di evitare l’ultima, scongiurare la penultima e lenire la prima.


Partendo da questo assunto – e da quello parallelo che il lavoro del relatore pubblico contribuisce, più o meno consapevolmente, a orientare opinioni, comportamenti e decisioni dei pubblici influenti – il passo successivo per un relatore pubblico è di sottoporre l’intero bouquet delle sue attività in corso, o in fase di progettazione, ad una analisi focalizzata sulle conseguenze prevedibili delle sue azioni in chiave di quella variabile.


Un esempio:
se un contenuto è destinato ad alimentare la paura, non dico affatto che il relatore pubblico debba per questo censurarsi.
Dico solo che deve attentamente valutare le modalità migliori di trasferimento, particolarmente mirate per evitare inutili dispersioni che produrrebbero soltanto conseguenze negative.


Naturalmente se il relatore pubblico ha la scelta di alimentare gioia o paura, e se è propenso a usare quest’ultima soltanto perché il sistema dei media preferisce allarmismi a rassicurazioni, il discorso però cambia…
Anche qui, non invito ad andare forzosamente contro corrente sperando in un improvvisa conversione alla serenità da parte di un sistema dei media sempre più commercializzato, sempre più spinto ad alimentare tensioni sociali al fine di attirare l’attenzione.


L’ultimo esempio di questi giorni è rappresentato dai titoli e dai resoconti televisivi riferiti alla dichiarazione da parte del Governo dello stato di emergenza nazionale sulla questione dei migranti: ero a New York, ho sentito il titolo del TG1, sono trasecolato e ho dovuto aspettare la mattina dopo una notte insonne per capire che la questione era assai diversa..anche se, visti gli immediati precedenti del nostro Ministro degli Interni, comunque non rassicurante.


Invito invece ad essere assai più creativi nella progettazione e nella narrazione di contenuti sereni, al fine di attirare l’attenzione dei nostri pubblici… oltre e al di là del sistema dei media.


Mi chiedo, ad esempio, se sia soltanto confusione e pressapochismo (che ci assomigliano assai, che si sia di destra o di sinistra), o non piuttosto un disegno organico, quello per cui, da quando è insediato e dopo essersi ‘doverosamente’ occupato dei problemi del suo leader, il nuovo esecutivo (in poltica finanziaria, economica, industriale, educativa, culturale, nel lavoro, nella salute, nella amministrazione pubblica, così come nel territorio) alimenta costantemente paura negli italiani.
Che senso ha questa che non può non essere interpretata come linea diffusa?
Una idea me la sto facendo, ma forse do troppo credito all’intenzionalità e alla razionalità.


Voi che ne pensate?


Toni Muzi Falconi

COMMENTI

Eventi