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La professione nella crisi

26/07/2012

Il periodo negativo che stiamo attraversando ha messo in cattiva luce, come mai prima d'ora, la figura del consulente, specialmente di coloro che si occupano di comunicazione nell'ambito pubblico. La proposta di _Mario Rodriguez_ all'approssimarsi delle elezioni per la prossima legislatura.

di Mario Rodriguez
Non c’è stato periodo nella storia recente del nostro Paese in cui la parola “consulente” fosse così associata a valenze negative. Non parliamo poi di quelli tra noi che sono consulenti di comunicazione e per di più specializzati nell’ambito pubblico! Lontanissimi i tempi in cui i consulenti erano soggetti dell’innovazione, attori della modernizzazione. Oggi sono considerati un’appendice della casta, sinonimo di spreco se non di corruzione.
La cosa interessante è però che la comunità professionale non sembra reagire. Né quella specifica dei consulenti per la pubblica amministrazione né quella più generale. Credo che questo avvenga perché la coda di paglia è lunga se non lunghissima. Credo che la comunità professionale dei consulenti sa di essere parte del sistema, è consapevole di averne accettato, subìto, a volte sfruttato, gli aspetti più critici e negativi. Quelli che appunto hanno contribuito a portare l’Italia dove oggi è: un drammatico default culturale prima ancora che economico e politico.
L’enorme deficit pubblico è quello che si vede, quello che emerge, la punta dell’iceberg. Sono i valori, le credenze, le visioni che hanno ispirato i comportamenti degli ultimi decenni ad essere arrivati al capolinea.
Il default italiano non è solo economico. O meglio al default economico ci siamo arrivati perché i nostri comportamenti, le visioni, le credenze, la cultura insomma, che li hanno ispirati erano tali da portare a quegli esiti. Per questo mi convince il Presidente del consiglio Monti quando afferma che i problemi da risolvere nel nostro Paese per uscire dalla crisi e mettersi al passo con gli altri sistemi economico-politici sono culturali.
Ma se accettiamo questo punto di vista di sistema, dobbiamo riconoscere il fatto che tutte le sue componenti, seppur con ruoli differenti, sono corresponsabili di come ci siamo ridotti. E bisognerebbe reagire. In primo luogo riconoscendo il problema. Solo così può nascere una reazione che rilanci il ruolo insostituibile dei consulenti come soggetti dell’innovazione. Soprattutto in organizzazioni grandi e burocratizzate. L’innovazione non nasce da processi evolutivi lineari, ma da crisi, svolte repentine e, a memoria d’uomo, si è sempre trattato di “innesti”, salti, rotture.
Sarebbe bello se a settembre, alla ripresa dell’anno lavorativo, in vista del grande dibattito che accompagnerà il Paese alle elezioni politiche che cambieranno l’Italia, i professionisti della consulenza si riunissero per produrre un proprio “manifesto di valori e di comportamenti” coerente con gli sforzi immani che si dovranno fare e che cambieranno a fondo la nostra vita di tutti i giorni.
Personalmente ne avanzerei (almeno) uno: l’albo pubblico (web) dei fornitori della PA con specificate competenze, esperienze, tariffe e fatturati, in modo che tutti (anche la finanza e la Corte dei Conti) possano conoscere chi è, cosa fa e cosa ha fatturato il consulente che un amministratore sceglie. E a questo punto glielo lascerei anche scegliere, assumendosene direttamente la responsabilità, a incarico fiduciario e diretto per intenderci, senza quelle gare formalmente corrette e spesso truffaldine che abbiamo tutti conosciuto.

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