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L’antidoto alla crisi è la fiducia nella democrazia

25/10/2011

Continua il dibattito sul tema della rappresentanza di interessi e sul volume di _Fabio Bistoncini,_ "Vent’anni da sporco lobbista”. “Il lobbismo è tra gli ingredienti di una democrazia avanzata” ma perché sia una professione e non mero affarismo, “il contenuto deve prevalere sulla relazione”. Lo afferma _Beppe Facchetti,_ presidente Assorel, nel suo commento al libro.

di Beppe Facchetti
Esce nel momento giusto il libro di Fabio Bistoncini sulla lobby (Vent’anni da sporco lobbista, Guerini Associati, 2011, con prefazione di Oscar Giannino), perché il dibattito sulla lobby è più intenso e suggestivo che mai, nell’Italia confusa e disastrata di questa fase di transizione infinita.
Di lobby si parla infatti molto, il più delle volte a sproposito, mescolando piani diversi e replicando per l’ennesima volta il giudizio moralistico sulla convergenza tra lobbismo e malaffare.
C’è anzi da preoccuparsi, se persino un addetto ai lavori come Aldo Grasso, ancora il 23 ottobre 2011, sulla prima pagina del Corriere della Sera, alla ricerca di una definizione per Lavitola, lo descrive come “solo un lobbista, briccone come tanti altri”.
L’esatto contrario degli intenti del libro di Bistoncini, che iscrivono giustamente il lobbismo tra gli ingredienti di una democrazia avanzata.
Il titolo stesso del libro cerca di esorcizzare questa distorsione, perchè il mestiere è ancora demonizzato, per non dire disprezzato.
Difficile, comunque, definire in poche parole questo agile “quasi tascabile” di 188 pagine. Dovremmo usare tutta una serie di veltroniani “ma anche”. E’ infatti un manuale, perché in larghe parti, si sofferma ad insegnare i fondamentali del mestiere, ma è anche un “diario”, con toni autobiografici che tuttavia non si esauriscono in sé ma sono utili a far meglio capire le indicazioni di taglio didattico. Certo è un ritratto particolareggiato della vita del lobbista, ma la metodicità che emerge come regola ferrea da rispettare, riesce anche a conciliarsi con più intime e problematiche riflessioni personali, e magari anche vizi caratteriali. Quelli stessi che – dai due lati – caratterizzano il dialogo amore/odio dell’autore con Toni Muzi Falconi nei commenti del sito Ferpi.
Certamente, il libro è la concreta testimonianza di una grande passione professionale, e questo è un primo punto rilevante che emerge dalla lettura. Tutti i mestieri diventano intollerabili se non c’è passione, ma più di tutti diventerebbe davvero “sporco” e inaccettabile un mestiere come quello lobbistico. Perché in questo lavoro i protagonisti sono altri, sono i decisori che stanno sulla scena, e il lobbista – qui sta il punto – non deve mai essere un burattinaio che li muove, ma semplicemente – usiamo la parola più adatta – il consulente delle loro libere scelte.
Accanto alla passione, quindi, conta in modo determinante la competenza. Nel libro, Bistoncini ne fa giustamente l’asse portante di questa difficile professione, con l’ossessione della documentazione e della ricerca – preliminare a tutto – dell’interesse collettivo da conciliare con quello di parte.
Sta qui, by definition, l’essenza del lobbismo, per cui – è la terza osservazione che emerge – il contenuto prevale sulla relazione. E’ un passaggio essenziale dell’argomentazione dell’autore, che il lettore interessato a capire cosa sia davvero il vero lobbismo deve aver ben presente. Stiamo parlando della pre-condizione professionale e proprio di quella distinzione tra affarismo e lobbismo che commentatori intellettualmente pigri si scordano di evidenziare, tutti presi nel raccontare le gesta dei Tarantini e dei Bisignani.
Nel pensiero comune, purtroppo anche nell’approccio del cliente che chiede consulenza, viene data normalmente prevalenza alla relazione sul contenuto. Ma un lobbista non resiste vent’anni sul mercato – con un’azienda specializzata come è il caso dell’autore – se non costruisce le relazioni attraverso la capacità di far vincere i contenuti.
Le relazioni sono fondamentali, è indiscutibile, ma la reputazione – che nelle Rp è tutto – non si costruisce solo con un portafoglio gonfio di numeri di telefono possibilmente cellulari, ma soprattutto con la credibilità delle buone pratiche e dei risultati che restano nel tempo (e il libro ne offre anche una interessante casistica nazionale e internazionale).
Nella prefazione di Oscar Giannino, in realtà, si va addirittura molto oltre gli orizzonti che Bistoncini si pone come professionista e come imprenditore.
Giannino, schierandosi a difesa del lobbismo come antidoto alla distorta prevalenza acritica, comunque e ovunque, degli interessi pubblici (intesi come forma di statalismo), arriva a definire il lobbista come un “eroe al contrario”, un vendicatore di Voltaire contro Rousseau.
In questa ottica, il lobbista “è spesso l’unico difensore di diritti che neanche il giudice può tutelare, perché è la norma vigente a non riconoscerli come tali”.
Ma appunto lo stesso Bistoncini non arriva a tanto, anche perché – nel descrivere il mestiere – sta ben lontano da pretese, che diventerebbero donchisciottesche, di supplenza rispetto al legislatore.
La distinzione dei ruoli deve essere sempre ben chiara, e c’è una soglia che il lobbista non deve superare, ogni volta che “rappresenta” gli interessi di una parte cercando il consenso del decisore, che è comunque un libero consenso, tanto più efficace e forte quanto più sarà convintamente profondo.
Nell’Italia così come è oggi, in cui la politica ha perso (totalmente) autorevolezza e nella quale quindi è meno, non più, probabile la prevalenza degli interessi che Giannino definisce “politologici”, il ruolo del lobbista è sì in lato senso politico, ma è innanzitutto professionale, e qui si torna al fattore consulenza come la vocazione-chiave di questo professionista.
La crisi (economica e istituzionale al tempo stesso) ha reso ancor più difficile il suo mestiere, perché la relazione con le istituzioni diventa talvolta persino frustrante. Nel libro, Bistoncini evidenzia certamente la necessità di adattarsi alle evoluzioni del sistema politico, ma se mai sottovaluta la più profonda delle rivoluzioni intervenute in questo quasi ventennio di psuedo maggioritario, e cioè lo svuotamento del ruolo del Parlamento, pur formalmente restato al centro del sistema. La legislazione è oggi tutta nelle mani del Governo (e quando un Governo è impotente, come in questa fase, diventa infatti una non legislazione) e il dibattito parlamentare è sistematicamente vanificato dal ricorso ai voti di fiducia, che stroncano per loro natura il fine tuning degli emendamenti, togliendo l’acqua dentro la quale nuota il lobbista.
E tutto questo, oltretutto, rafforza poteri sostitutivi che premono sul Governo con la forza della quantità e non della qualità. L’Italia corporativa è più forte che mai. E’ l’Italia delle grandi lobby che – attenzione – fanno a meno del lavoro dei lobbisti, quelle stesse non a caso che per decenni hanno vanificato i tentativi di regolamentare e riconoscere questa attività professionale.
Questo aspetto del problema, che ha portato Francesco Giavazzi a chiedere la chiusura contemporanea di Confindustria e Sindacati, denunciando l’abbraccio della reciproca convenienza a sopravvivere (a danno, a suo parere, della democrazia, degli industriali e dei lavoratori), è forse la questione più urgente su cui soffermarsi, magari rilanciando proprio la necessità della regolamentazione del rapporto tra Istituzioni e interessi.
Ma il libro di Bistoncini ha il merito di segnalare l’antidoto alla decadenza del sistema, e cioè la fiducia nella democrazia e la passione per la vera politica. Due dati di fatto che emergono insistentemente nelle conclusioni del libro. Le istituzioni hanno tutto da temere dai cinismo dei tanti interessi di parte, ma se la qualità democratica è alta è possibile riassorbire dialetticamente qualunque spinta.
E un piccolo dettaglio lo conferma. La citazione, nella bibliografia-chiave del libro, di un documento molto maltrattato e poco letto, la Costituzione italiana.

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