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L’Aquila: non una condanna alla scienza

24/10/2012

La recente sentenza che ha visto condannati gli scienziati italiani della Commissione Grandi Rischi, non ha voluto mettere in discussione la competenza scientifica dei tecnici ma l’assenza di capacità di comunicazione che avrebbe potuto ridurre il numero di vittime del terremoto. La riflessione di _Corrado Poli_ su un tema che aveva già visto protagonista Ferpi con il progetto _Volontari della Comunicazione._

di Corrado Poli
I giudizi sulla sentenza dell’Aquila come sempre sono frettolosi e superficiali. Prevale una strumentalizzazione acritica da parte delle corporazioni tecnico scientifico-politiche più potenti. Domina il luogo comune.
Anche alla lettura di quanto riportato dai giornali, risulta che la Commissione Grandi Rischi non sia stata condannata per “non avere previsto il terremoto” o per avere messo in dubbio la scienza. Né per avere criticato la competenza dei tecnici. La condanna è stata comminata per avere fornito notizie “inesatte, incomplete e contraddittorie” e avere rassicurato la popolazione dicendo che il terremoto era improbabile. La ragione per cui i membri della Commissione sono stati condannati è quindi di avere fornito una cattiva e pericolosa informazione e non di non essere stati capaci di prevedere il sisma. La competenza scientifica non è stata posta in discussione.
Si dirà: sono scienziati e la comunicazione non è il loro mestiere. Appunto! Perché nella Commissione non è stato inserito almeno un membro esperto di comunicazione del rischio, con una formazione umanistica? Gli scienziati sanno fare il loro mestiere, ma se si assumono compiti in cui sono incompetenti, se ne devono assumere le responsabilità. Le loro risposte ai giornalisti in questi giorni hanno dimostrato una penosa e – evidentemente – pericolosa ignoranza, non sulla tettonica a placche o la geologia o l’ingegneria, ma nella capacità di comunicare e di comprendere la ragione per cui sono stati condannati.
I politici che fanno le nomine avrebbero dovuto infrangere il corporativismo che domina nelle comunità scientifiche. L’ignoranza della classe dirigente ha consentito nomine inadeguate dal punto di vista della composizione professionale necessaria ad affrontare il problema della prevenzione e la gestione del rischio. Allo stesso tempo gli scienziati hanno dimostrato di non “sapere di non sapere” cose essenziali. E hanno preferito posti di potere alla vera conoscenza. Naturalmente, gran parte dei media, anche stranieri, hanno chiesto il parere sulla vicenda a scienziati. Costoro – da ogni parte del mondo – senza sapere di cosa stavano parlando, l’hanno criticata severamente per due ragioni:
perché incapaci di comprendere l’errore commesso e la sua gravità;
perché paurosi di perdere un potere e un prestigio sedimentato, lasciando ad altri alcune competenze che svolgono abusivamente, per l’appunto la comunicazione.
Essendomi occupato professionalmente di rischio ambientale e comunicazione del rischio, avevo rilevato in vari articoli questa superficialità già al momento della catastrofe. La mia opinione è confortata dal blog dell’autorevole Scientific American che in più casi ha dimostrato sensibilità per i problemi epistemologici relativi alla comunicazione del rischio. Sembrerebbe un problema di facile soluzione: inseriamo un comunicatore nell’equipe. Ma non è affatto facile perché si tratta di costruire un nuovo discorso su scienza e verità e di rompere corporazioni forti e strutturate impermeabili all’autocritica almeno quanto l’Inquisizione di Bellarmino ai tempi di Galileo!

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