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L’attività di lobbying in Italia: ancora nessuna regolamentazione

20/05/2010

L’attività di lobbying va regolamentata. Dopo i tentativi falliti nelle ultime legislature arriva un nuovo Disegno di Legge sulla rappresentanza di interessi. Lo ha presentato la senatrice _Mariapia Garavaglia_ che ne parla in un’esclusiva intervista che ci ha rilasciato.

Sempre più si va affermando la necessità di un impegno affinché l’attività lobbistica sia trattata col rispetto e la dignità che spetta a una professione seria e complessa, in Italia ancora vista piuttosto negativamente. Spesso il termine lobby è sinonimo di poteri occulti, inafferrabili, pervasivi e ramificati che alterano il funzionamento del processo decisionale democratico. Patrizia Sterpetti intervista la senatrice Mariapia Garavaglia, in merito al ddl da poco presentato in Parlamento per regolamentare la lobbying. Leggi qui il testo del ddl e la relazione introduttiva.
di Patrizia Sterpetti
In Italia l’assenza di una disciplina che delinei i margini legittimi di una possibile relazione tra il pubblico e il privato contribuisce ad alimentare l’idea che si tratti di un rapporto censurabile dal punto di vista morale, costruito al confine con l’illegalità ed il mercimonio.
A partire dall’ VIII Legislatura sono state presentate numerose proposte di legge volte a riconoscere e disciplinare il fenomeno, anche con il coinvolgimento di Ferpi. Nessuna è mai approdata in Aula.
Ne abbiamo parlato con la Senatrice Mariapia Garavaglia che nel corso di questa legislatura ha presentato una disegno di legge in materia.
Qual è l’obiettivo che il testo si propone di raggiungere il suo disegno di legge?
Un alto grado di trasparenza nelle relazioni fra l’opinione pubblica, gli interessi privati, e la politica che rappresenta gli interessi generali. Non v’è dubbio che ci sono molti settori che hanno argomenti anche sofisticati, argomenti in fieri, modificazioni di situazioni, per cui chi ne è portatore come conoscenza e come interesse ha il diritto di rendere edotti i parlamentari così come i consiglieri regionali. Il nostro disegno di legge riguarda il Parlamento. Ma non è detto che ogni sede nella quale si legifera, si fanno norme che riguardano settori di attività, siano presenti esperti della materia, per cui si crea una specie di “consulenza” tra coloro che sono conoscitori dei farmaci, conoscitori dei cibi, conoscitori dell’applicazione di una norma, conoscitori dell’applicazione di una tassa, e i parlamentari. Coloro che sono portatori di “suggerimenti" ai parlamentari, devono poter essere riconosciuti con dignità, non come questuanti o come clienti bensì come professionisti, e così vogliamo che siano. Il parlamentare, a sua volta, ha diritto a relazionarsi con persone che abbiano la conoscenza approfondita, abbiano la competenza, abbiano un ruolo riconosciuto. Quindi noi vogliamo che il consulente in Relazioni Istituzionali, alla fine, sia riconoscibile anche attraverso un Albo, una lista positiva, per così dire, perché non sia un “pericolo”, è un rischio per il parlamentare, che incontra un “chiunque”. Ci si può trovare con le fotografie sui giornali con l’accusa di aver rappresentato qualche interesse non perfettamente legittimo. Una legge salvaguarda tre dignità: la dignità dell’interesse rappresentato e della persona che lo porta a conoscenza, del parlamentare che non viene aggirato da conoscenze non precise, e l’opinione pubblica che potrebbe avere a disposizione norme e leggi, che sono state ben costruite, perché c’è stata la collaborazione reciproca fra il legislatore e coloro che spiegano l’applicazione delle leggi. Qualche volta infatti noi approviamo leggi perfette ma di difficile applicazione che creano, l’alibi per non rispettarle.
Quindi un codice deontologico dei professionisti e una normativa che regolamenti sia l’attività del consulente in Relazioni istituzionali che quella del decisore pubblico?
Si, un codice è necessario. Credo che la normativa proposta vada in questa doppia direzione. Speriamo venga messa all’ordine del giorno. Forse ci vuole un po’ di “lobbismo” sia dei parlamentari che di coloro che credono all’utilità della legge, sui vertici di Camera e Senato. Una volta che ciò accade, penso che l’accreditamento di tutti coloro che hanno rappresentanza presso le istituzioni contribuisca a dare una garanzia.
Un registro sulla base del modello europeo?
Esatto. Basterebbe recepire il modello europeo, però, nel rispetto dell’ autorevolezza degli Stati e della loro sovranità. Per cui una direttiva può essere poi scritta anche adeguandola alla cultura, alla modalità organizzativa, alle relazioni che ci sono nel nostro Paese. Purché fosse garantita questa trasparenza di relazioni rinuncerei alla legge a condizione che venga recepita quella europea tempestivamente. Altrimenti prego il governo, se non vuole che sia un’iniziativa parlamentare, di provvedere con un regolamento.
Lei cosa pensa del fenomeno del revolving doors, espressamente vietato in America, che permette ad alti dirigenti, ex parlamentari, di avere un accesso privilegiato alle sedi istituzionali?
Mi dispiacerebbe se, dopo aver fatto il Senatore, non potessi più frequentare le sedi che ho sempre frequentato. Ma c’è modo e modo. Anche in questo caso spesso gli ex parlamentari, gli ex politici di vari livelli, conclusa la loro attività, anche a seguito del fatto che hanno acquisito competenze, vengono ingaggiati come consulenti. Nulla osterebbe che anche loro si iscrivessero al registro. Saranno dei consulenti particolarmente preparati. Ma non mescolino la loro esperienza con quella di chi, invece, esercita la professione.
Lei ha anche presentato un’interrogazione il mese di febbraio, chiedendo quali misure il Governo intendesse adottare per moralizzare le Istituzioni. Ora più che mai si parla di un ddl anticorruzione. Lei pensa che dovrebbe essere regolamentato anche il finanziamento delle lobby ai partiti?
La trasparenza non nuoce mai a nessuno. Io sono convinta che se le lobby finanziassero i partiti all’americana non crederemo che siano perciò stesso comperati . Una lobby è interessata a far funzionare il paese. Se il Paese funziona anche gli interessi vengono tutelati e possono essere rappresentati. Da noi si pensa che se si finanzia un partito si è amici di quel partito. Le lobby devono poter avere la libertà di finanziare i partiti o , anche, un partito senza che venga loro accreditato o addebitato un tifo per quel partito di modo che poi perdano di credibilità o siano tenuti alla larga da coloro che militano in un altro partito. Questa è la libertà che va conquistata.
*Lei è membro del comitato etico della recente Public Affairs Association il cui presidente è il Senatore Tomassini. Pensa possa essere un modo di avvicinare la filiera salute al cittadino e che possa contribuire a rendere il processo decisionale inclusivo?
Sarebbe la finalità propria. Posso dire con non falsa modestia che quando ero Ministro avevo fatto di tutto affinché avvenisse con trasparenza questo rapporto. Io stessa cercavo di spiegare ai cittadini, ogni volta che avevo contatti con loro, come dovesse essere il rapporto tra tutti gli strumenti della salute, il cittadino ed il medico. E’ un ponte importante questo e del resto sia il presidente Tomassini che io abbiamo una lunga esperienza nel settore della sanità pubblica. Speriamo che anche la nostra esperienza serva a dare un’accelerazione, un’impronta molto particolare affinché si ottenga qualche risultato. So che sono impegni di lunga lena, ma proprio perché abbiamo questa consapevolezza, occorre che ci dedichiamo.
Pensa che l’avvento dei social media abbia influenzato il processo decisionale pubblico?
E’ uno degli strumenti a cui vent’anni fa non avremmo dato tanta importanza. Oggi è solo per certe fasce di popolazione. Ricordiamoci che sono ancora minoritarie le fasce che accedono ed usano i social media, perché la gran parte della nostra opinione pubblica non è così provvista per poterne usufruire positivamente. Si può essere anche condizionati non positivamente dai social media e dall’intero social network, in senso lato. Va posta molta attenzione al social network in quanto tale, non solo ai social media. Potrebbe essere uno di quegli ambiti nei quali si fanno più danni che cose positive (penso in particolare alla doverosa tutela da riservare ai minori).

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