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24/02/2011

Le relazioni con il potere decisionale pubblico sono un aspetto fondamentale della vita delle imprese. _Santo Primavera_ con questo testo ci guida nella comprensione dei Public Affairs e della figura del lobbista. Il libro si apre con la prefazione di _Francesco Tufarelli,_ che vi riproponiamo.

di Francesco Tufarelli
Quando Santo Primavera mi chiese di scrivere alcune righe che precedessero il suo secondo libro sul lobbying accettai con grande entusiasmo. Normalmente non amo introdurre o concludere libri non miei, ma in questo caso l’eccezione è giustificata sia dal rapporto con l’autore che dal giudizio nei confronti del libro.
Infatti già alcuni anni fa, nel corso di un master che vedeva Santo nelle vesti di studente e io in quelle di docente, se non altro per ragioni anagrafiche, ci trovammo a discutere in ordine a una materia che, oggi ancora come ieri, suscita in Italia una malcelata diffidenza. Sarà per un’errata interpretazione dell’attività, sarà per l’inesistenza di una regolamentazione, sarà per l’improvvisazione di tanti, ancora oggi sulla materia oggetto del volume, in Italia si brancola nel buio. È proprio per questo che leggendo il manoscritto di Santo Primavera ne ho apprezzato l’approccio analitico, ma semplice, che attraverso diversi esempi mette in luce in tutta la sua evidenza l’attività del lobbista in Italia così come all’estero.
Per diversi anni una difficoltà interpretativa, nel descrivere il ruolo del lobbista, ha favorito una ricostruzione delle funzioni ispirata più alle analogie con altre figure, già consolidate, che non la costruzione di una professionalità propria. Affogata nel mare delle relazioni esterne, diluita nella generica funzione di organizzare eventi, assimilata a un’attività sostanzialmente di intelligence, la figura del lobbista ne è uscita spesso sfuocata e mal definita, andando in sostanza a unire, in un’indistinta miscela, le peggiori caratteristiche delle tre figure da cui si tendeva a prendere spunto. L’attività inoltre, caratterizzata molto spesso più da eccezioni che da regole vere e proprie, fatica a trovare una collocazione in un ordinamento che, nonostante le svariate proposte di legge presentate, ne ignora l’esistenza e spesso in malafede non ne regola l’attività autorizzando, come è evidente, le peggiori devianze.
Tutto questo non ha certo impedito che si moltiplicassero le società destinate a tutelare i particolari interessi di aziende o di ordini professionali nei confronti di istituzioni locali, regionali o nazionali. Il problema è che il successo di alcune di tali esperienze è spesso meramente occasionale e perseguito nonostante l’assordante silenzio dell’ordinamento italiano al riguardo. in estrema sintesi un’attività che di per se tende a favorire la conoscenza da parte delle istituzioni, e che nel suo originale obiettivo si ripromette di fornire al decisore pubblico tutti gli elementi necessari per adottare le proprie scelte, viene spesso derubricata verso la semplice attività di “rubare” informazioni e tentare di modificare a proprio uso e consumo novelle legislative e provvedimenti amministrativi.
In realtà il primo difetto di comunicazione è già alla radice dell’attività. Il lobbista infatti, pur non essendo necessariamente un super tecnico della materia di cui si occupa, non è solamente un organizzatore di occasioni di incontro più o meno conviviali, dovrebbe bensì essere un soggetto che, titolare di un gran numero di informazioni sulla materia di cui si discute, si pone come una preziosa risorsa nei confronti del decisore pubblico chiamato a fare le scelte. Seppur infatti non si nega la finale mission del lobbista diretta a favorire il proprio cliente e i suoi interessi particolari, si deve riconoscere a questo, nell’originale impostazione, la maggior competenza possibile sull’argomento e il ruolo dunque di interlocutore privilegiato nei confronti del decisore pubblico.
La virtù del lobbista in sostanza non si misura sulla mera capacità di favorire occasionalmente e con interventi sporadici il suo committente, bensì nella capacità di istruire e mantenere un canale aperto con l’autorità decidente, che gli riconosca competenza e preparazione sugli argomenti trattati. da tale punto di vista è opportuno notare come elemento fondamentale di ogni trattativa venga ad essere la conoscenza della casistica comunitaria e internazionale sullo stesso argomento, in modo da poter evitare al decisore pubblico potenziali errori già fatti in altre realtà.
L’esistenza di un flusso informativo continuo e leale fra il lobbista e il suo referente politico o amministrativo è la migliore garanzia di un ordinato sistema di rapporti. Eventuali forzature o blitz occasionali che deroghino a una tale regola, pur non potendosi di principio escludere, tendono normalmente a ottenere solo risultati episodici e alla lunga rischiano seriamente di danneggiare il sistema dei rapporti. Se è vero come è vero che un punto di particolare difficoltà è costituito dalla diffidenza con cui il decisore pubblico guarda i rappresentanti di interessi individuali, è opportuno valutare che tale diffidenza trova le sue radici, da una parte nella totale mancanza di regolamentazione dall’altra, ma probabilmente è una conseguenza della prima, nella difficoltà del pubblico di individuare i reali referenti sulle singole questioni.
Infatti nell’attuale sistema l’accavallarsi, non sempre ordinato, di diverse figure interne o esterne all’azienda, che a vario titolo interpellano l’amministrazione, crea molto spesso imbarazzi e incomprensioni che rischiano di deflagrare in una poco produttiva interruzione dei rapporti. Ogni rapporto equilibrato per produrre risultati deve avere come ingrediente base la conoscenza fra loro degli interlocutori e il corretto utilizzo delle diverse armi negoziali a disposizione dell’uno o dell’altro. Il lobbista in sostanza non è solo colui a cui è delegata l’organizzazione degli incontri, a lui dovrebbe essere in realtà delegata anche la “road map” sulla base della quale tali incontri si debbano svolgere, ivi compresa la predisposizione di soluzioni auspicate dall’azienda e diverse da quelle paventate dal decisore pubblico. Pur tuttavia, se in alcuni casi non può essere negata una mission destruens del lobbista nei confronti di una eventuale novella ritenuta odiosa per il proprio assistito, dall’altra questa deve essere sempre preceduta da una fase costruens relativa a possibili soluzioni alternative. Tale regola vale a maggior ragione quando la norma o il provvedimento, di cui si auspica la modifica, rechi rilevanti entrate economiche all’autorità che si propone di adottarla. In tal caso la predisposizione di una norma di abrogazione, ove non venga prevista una diversa copertura finanziaria, è facilmente destinata all’insuccesso.
Da quanto premesso emerge con una certa evidenza la necessità che la struttura di lobbying, al netto di tutte le qualità richieste per una buona attività di pubbliche relazioni, dovrà anche essere in possesso di un significativo bagaglio di informazioni e di una più che buona capacità tecnica nell’intervenire sull’impianto normativo locale e nazionale. Ed è proprio su tale punto che l’attività del lobbista si allontana dall’attività del responsabile delle relazioni esterne o dell’organizzazione degli eventi, andando ad assumere una sua particolare conformazione che in casi estremi, e sottolineiamo estremi, potrà anche comprendere il discreto utilizzo della stampa scritta, radiofonica e televisiva.
Nel suo contributo Santo Primavera compie un ulteriore sforzo rispetto alla ordinaria saggistica sul tema, infatti alla sensibilità dello studioso unisce l’esperienza pratica dell’amministratore locale.
Nel libro infatti è fortemente presente la doppia visione dell’autore, la cui personalità è sospesa fra il potenziale lobbista e il quotidiano “lobbato”. In estrema sintesi l’approccio pragmatico nasce spontaneamente nell’autore che nel quotidiano ha modo di valutare l’oggetto del suo studio.
Avendo personalmente un’esperienza simile, sospesa fra impegni nel Governo nazionale e responsabilità in aziende private, non posso non guardare con simpatia a un simile prodotto, la cui fruibilità esce dai rigidi confini degli “addetti ai lavori” per andarsi a collocare presso una più ampia platea. Dobbiamo dunque rilevare che ancora una volta nell’esperienza nazionale la pratica vola anni luce avanti alla legislazione, andando a disegnare codici, comportamenti, e nuove figure professionali il cui inquadramento normativo appare ancora una chimera. Mentre questo libro va in stampa e la commissione europea si interroga sulla necessità di modificare la normativa concernente le lobby, il legislatore italiano, al contrario essendo di una tale normativa carente, assiste apparentemente disinteressato alle acrobazie degli ormai dilaganti gruppi di interesse e di pressione, nella speranza che essi stessi come nella giungla trovino le ragioni e le modalità di una pacifica convivenza. Se da un lato il libro di Santo Primavera ci apre una ampia e documentata finestra sul fenomeno dall’altra non può non essere considerato come un monito al legislatore che ad essere indulgenti possiamo considerare ancora… distratto.

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Connessioni di potere
S. Primavera
Bonanno Editore, 2009
pp. 128, € 10,00

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