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Ottant’anni dopo. Il voto alle donne e quel pantano da cui non siamo ancora uscite

01/06/2026

Daniela Ballarini

Ottant’anni fa le donne italiane votarono per la prima volta, era il 1946.

 

Un passaggio storico raccontato spesso come una conquista definitiva, quasi una linea retta verso il progresso.

Ma la verità è più complessa.

 

Perché se guardiamo meglio a questi ottant’anni, scopriamo che molte donne continuano ancora oggi a muoversi dentro un "pantano culturale" fatto di disparità economiche, linguaggi discriminatori, violenza e ostacoli quotidiani.

Le leggi sono cambiate, la mentalità molto meno.

 

Vale la pena ricordare che nel 1946 il voto, per milioni di donne, significò entrare ufficialmente nello spazio pubblico dopo secoli di esclusione dai processi decisionali, non si trattò solo di votare.

 

Furono 21 le donne elette all'Assemblea Costituente, poche rispetto ai 556 componenti complessivi, ma sufficienti per lasciare un'impronta profonda nella scrittura della Costituzione repubblicana.

 

Quelle donne contribuirono a introdurre principi che oggi consideriamo acquisiti, partecipando alla scrittura delle regole del Paese.

 

Se le conquiste giuridiche si misurano nelle leggi emanate e le conquiste culturali si misurano nei linguaggi usati, la partita è ancora più che aperta, perché il modo in cui una società racconta le donne contribuisce a definirne il ruolo, il riconoscimento e lo spazio pubblico.

 

Il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, contribuisce a costruirla, definisce chi ha voce, chi conquista credibilità e chi viene riconosciuto come autorevole. Ogni società si racconta attraverso le parole, rendendo visibili alcuni soggetti e lasciandone altri ai margini.

 

Il diritto di voto ha aperto una porta istituzionale, ma non ha eliminato automaticamente gli squilibri di potere, né il modo in cui il mondo continua a raccontare le donne.

 

Per anni noi donne siamo state raccontate come complemento, presenza decorativa, eccezione o categoria da spiegare.

 

Ancora oggi, troppo spesso, una donna che occupa uno spazio pubblico viene definita attraverso il tono della voce, l’età, l’aspetto fisico o la vita privata prima ancora che per le sue competenze, e nell’epoca della sovraesposizione digitale il problema non è superato, anzi.

 

I social network "tanto democratici", da una parte hanno amplificato la voce delle donne, contemporaneamente hanno amplificato odio, delegittimazione e violenza verbale.

 

Questo riguarda anche il mondo delle professioni, delle imprese e delle relazioni pubbliche.

 

Costruire reputazione oggi impone, tra le altre, di interrogarci su quali modelli culturali continuiamo a rafforzare attraverso linguaggi, immagini e narrazioni.

E i numeri raccontano una realtà che dovrebbe far riflettere.

 

Secondo il Rendiconto di Genere INPS 2025, nel 2024 le donne hanno utilizzato oltre 15 milioni di giornate di congedo parentale, contro meno di 3 milioni degli uomini. È la fotografia di un sistema che continua ad attribuire il lavoro di cura prevalentemente alle donne, con effetti diretti sulle carriere, sulle opportunità e sulla libertà economica presente e futura.

 

Nel lavoro dipendente privato "le pensioni di vecchiaia delle donne risultano mediamente inferiori del 44,2% rispetto a quelle degli uomini", effetto diretto di carriere più discontinue, salari più bassi e maggiore incidenza del lavoro di cura non retribuito.

 

Non è una differenza che nasce alla fine della vita lavorativa, bensì la somma di decenni di salari più bassi, carriere discontinue e lavoro invisibile.

 

Le donne lavorano, guidano aziende, associazioni, territori, costruiscono reti, tengono insieme comunità professionali e relazionali.

 

Eppure continuano ad abitare sistemi che chiedono loro di dimostrare più degli altri, di esporsi meno degli altri, di sbagliare meno degli altri.

 

Serve uno sguardo onesto e il coraggio di dire che la parità non è compiuta, che molte conquiste sono fragili, e che i diritti rischiano anche di essere persi.

 

Ottant’anni dopo, il diritto di voto è stato solo l’inizio.

 

 

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