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Perché Internet e i blog stanno allungando la vita a gossip e false dicerie

09/06/2010

In un mondo in cui la tecnologia consente di diffondere informazioni ad una velocità impensabile fino a pochi anni fa, spesso si finisce con l’essere circondati da un flusso di dati difficilmente verificabili. _Alfonso Berardinelli_ commenta il libro di Sunstein, _Voci, gossip e false dicerie_ e lancia una provocazione: e se l’informatica e Internet portassero male al genere umano?

di Alfonso Berardinellli
Consiglio assolutamente di leggere questo breve libro di Cass R. Sunstein, Voci, gossip e false dicerie, appena uscito da Feltrinelli (pp. 106, euro 14). L’autore insegna diritto alla Harvard Law School e ha precedentemente insegnato Scienza politica all’Università di Chicago. A parte le poche notizie che leggo sul risvolto di copertina, non so niente di questo autore. Ma (inutile dirlo) l’argomento del saggio, oltre a essere in se stesso attraente, è sempre più diventato di un interesse imperioso. È bene riflettere sulle false dicerie, su come si diffondono, sul perché le prendiamo per buone e su come, oggi, sia possibile difendersene: si tratta da un lato della salvaguardia della privacy e, dall’altro, dei limiti che la vita pubblica impone a questa salvaguardia. La privacy di un personaggio che eserciti un grande potere pubblico non è equiparabile alla privacy di un qualunque privato cittadino. Scrive Sunstein: “In alcune sentenze viene affermato che in sostanza i personaggi pubblici perdono la possibilità di proteggersi dalla rivelazione di fatti riguardanti la loro vita privata. Se un blogger o un giornale rivela qualche notizia imbarazzante o anche umiliante su un governatore o un senatore, la Costituzione protegge il suo diritto di farlo” (pp. 90-91).
Gli argomenti di Sunstein possono essere discussi, ma vale anzitutto la pena di tenerli presenti. Ecco subito, per chiarezza, come viene posto il problema all’inizio del libro: “I rumors, le dicerie, sono vecchi quanto la storia dell’uomo. Ma con la nascita di Internet sono diventati onnipresenti. Ne siamo sommersi. Le voci false e infondate sono particolarmente moleste, provocano un danno morale a individui e istituzioni e spesso sono refrattarie alle correzioni. Possono minacciare carriere, programmi politici, funzionari pubblici e a volte la democrazia stessa. Le dicerie che hanno pi ampia diffusione riguardano spesso personaggi famosi della politica e dello spettacolo. Altre colpiscono aziende grandi o piccole. Ma capita anche che coinvolgano comuni e ignoti cittadini. Tutti siamo vittime potenziali delle dicerie, anche di quelle false e maligne” (p.11).
Quando la comunicazione e l’informazione viaggiano attraverso mezzi tecnologici straordinariamente potenziati, il mondo finisce per essere costantemente avvolto da una rete e da un flusso ininterrotto di “si dice” difficilmente controllabili. Il fatto che qualcuno dica qualcosa diventa un fatto : anche se la cosa è inventata, infondata, non dimostrata o perfino non dimostrabile. E questa “attualità” delle dicerie si rafforza enormemente quando viene costruita una notizia che si diffonde, viene creduta, colpisce l’immaginazione, serve gli interessi di qualcuno, individui o gruppi, danneggia gli interessi di qualcun altro, fa rumore, eccita la curiosità, diventa merce informativa. Si crea in questo modo una realtà parallela alla realtà, che spesso la impregna, ne cambia o ne crea i connotati. Le accuse diventano fatti, spesso fatti spettacolari. Non si distingue più fra realtà e irrealtà, precisione e deformazione, critica e diffamazione, libertà di parola e stravolgimento ossessivo di ciò che è. In economia il potere delle voci crea realtà ancora più velocemente e irrimediabilmente che in altri campi: “Quando si sparge la voce che una società è sull’orlo del fallimento (…) gli azionisti, presi dal panico, possono vendere le loro azioni, compromettendo gravemente l’azienda.” Le voci, di qualunque tipo, influenzano notoriamente il mercato azionario. Per questo, ad esempio, nello stato di New York è reato la diffusione di voci false sulle condizioni finanziarie delle banche. Si potrebbe filosofare su questo e affermare che il falso, anche perché percepito parzialmente come falso, risulta più attraente del vero: risveglia il sadismo del pubblico perché fa teatro costringendo la vittima a dimostrarsi innocente, piuttosto che l’accusatore a dimostrarne la colpevolezza: “Nell’era di Internet è molto facile far circolare voci false o calunniose su chiunque (…) tutti sono vulnerabili di fronte a un’accusa infondata che può avere un effetto doloroso, nocivo o addirittura devastante. Se su Internet compare un’accusa di comportamento riprovevole, chi cerca su Google il nome in questione ne verrà immediatamente a conoscenza. L’accusa contribuirà a definire la persona. (Potrebbe addirittura finire su Wikipedia almeno per un certo tempo). La diceria può colpire non solo gli individui, ma anche organizzazioni – la Central Intelligence Agency, la General Motors, la Bank of America, i boy scout, la chiesa cattolica. Il materiale che finisce in Internet ha una considerevole longevità. Ciò significa che una falsa diceria pu avere un effetto durevole nel tempo.” (p. 12).
A questo punto che dire? La discussione è aperta. Ma io vorrei diffondere la diceria (falsa? vera?) che l’informatica e Internet portano male al genere umano in generale, nonché al cervello dei singoli. Questa diceria negativa per non si diffonderà mai via Internet, perché l’utenza mondiale della rete farà prima a diffamare me come un superstizioso oscurantista, un primitivo, un nemico del progresso. Per fortuna, io non faccio notizia.
Tratto da Il Foglio

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