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PM e giornalisti: carriere separate

23/04/2015

Giovanni Landolfi

Una “mini-rassegna stampa” sulla tempesta mediatico-giudiziaria intorno alle intercettazioni. A tutt’oggi una questione a due, tra magistratura e stampa, che esclude (per fortuna? per irrilevanza?) i professionisti delle relazioni pubbliche. L’analisi di Giovanni Landolfi.



Weekend caldo per il dibattito sulle intercettazioni. Rubo il titolo a un giro di tweet dei colleghi Piero Vecchiato (@pierovecchiato) e Spazio disponibile (che naturalmente è un avatar: @sdisponibile) sull’articolo di Francesco Damato su Formiche.it, che auspicava una curiosa separazione delle carriere tra magistrati e cronisti giudiziari: “almeno di quelli abituati a raccogliere e diffondere come oro colato tutto ciò che esce dalle Procure e ad imbastire contro indagati e imputati processi mediatici immediati”. Damato cita anche l’illuminante confessione di Vittorio Feltri, che, nello svalutare la fiction di Sky “1992” (“un programma digestivo”), non può trattenersi dal raccontare di quando si fece “trombettiere di Mani pulite”, pur di salvare il suo Indipendente.




La riflessione di Damato a sua volta prende di mira un articolo di Liana Milella su Repubblica che critica i procuratori di Milano e Roma, Bruti Liberati e Pignatone, secondo i quali si potrebbero rendere pubblicabili soltanto le ordinanze di custodia cautelare, tenendo riservato il grosso degli atti giudiziari.

Tutta colpa dei “soggetti forti”


Sale, quindi, la tensione tra giornalisti e magistrati (anche Il Fatto lamenta il rischio-bavaglio all’informazione), ma anche tra giornalisti e giornalisti (Il Foglio dedica alla Milella un titolo esplicito: “Scrivere con le manette”) e vi si aggiunge quella tra magistrati e magistrati: a Bruti e Pignatone risponde Giancarlo Caselli, sempre via Milella su Repubblica, parlando di un giro di vite che viene “riproposto ciclicamente quando emergono vicende che riguardano personaggi di una certa notorietà, soggetti “forti”, che hanno voce politica e/o mediatica”.

Su quest’ultimo punto forse potrebbero essere tutti d’accordo. Se infatti qualcuno si va a leggere “Io non avevo l’avvocato”, storia giudiziaria di un ex manager di Fastweb quando la società finì in un’inchiesta per frode in cui non c’entrava nulla, scopre che è proprio così: se nel tritacarne ci finisce uno sconosciuto indifeso – per esempio, l’autore del libro, tale Mario Rossetti – il problema non si pone. Salvo per quel dettaglio che anche in questa breve rassegna stampa nessuno cita mai: la presunzione di innocenza (un diritto perduto: non compariva neppure nell’articolo di un “avvocato esperto in diritto dell’informazione” come Caterina Malavenda sul Corriere).

Resta un’ultima domanda che tocca le RP (e le Litigation PR): i comunicatori oggi sono fuori da questo bailamme: non hanno rilevanza o non hanno titolo a parlarne? E, nel caso, farebbero bene a farlo?

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