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Quando la comunicazione pubblica chiede tutto, ma riconosce pochissimo

02/02/2026

Federica Zar, Consigliera Nazionale con delega alla Comunicazione

Un appello alla responsabilità nei bandi per la comunicazione

 

C’è un problema strutturale nel modo in cui la comunicazione viene pensata, richiesta e valorizzata nel settore pubblico italiano. Non riguarda solo le risorse economiche, ma una questione più profonda: la consapevolezza – o meglio, la mancanza di consapevolezza – del ruolo strategico che la comunicazione svolge per le istituzioni. Alcuni bandi recenti per posizioni in ambito ufficio stampa e comunicazione rappresentano un caso emblematico di questa distorsione.

 

In uno di questi bandi, relativo a una nota azienda pubblica di servizi alle persone anziane che opera da decenni su tutto il territorio nazionale, si cerca per una sede provinciale una figura che, di fatto, svolga il ruolo di responsabile della comunicazione e dell’ufficio stampa. L’elenco delle attività richieste è ampio e dettagliato, e copre praticamente ogni ambito della comunicazione istituzionale contemporanea. 

 

All’incaricato – che deve essere iscritto all’Ordine dei Giornalisti e poter dimostrare almeno 3 anni di esperienza – si chiede di concordare e redigere un piano di comunicazione di massima; di scrivere e diffondere comunicati stampa, articoli, servizi e testi informativi; di garantire la presenza online dell’ente quando necessario; di supportare direttamente il Presidente, i Consiglieri e la Direzione nella divulgazione delle iniziative; di rendersi disponibile anche in occasioni straordinarie; di gestire le relazioni con i media, comprese stampa, radio e televisioni; di organizzare conferenze stampa ed eventi; di progettare e realizzare campagne informative; di ideare e coordinare materiali grafici; di gestire la comunicazione sui social network, inclusa la produzione di contenuti audiovisivi, riprese, montaggio e diffusione. A tutto questo si aggiunge una richiesta di disponibilità operativa non marginale: reperibilità dal lunedì al venerdì, disponibilità immediata e presenza fisica presso la sede dell’ente per almeno due ore settimanali, oltre a tutte le occasioni in cui l’attività lo richieda.

 

Non si tratta, quindi, di una collaborazione occasionale o di una consulenza limitata nel tempo. Si tratta di un ruolo continuativo, centrale, che incide direttamente sulla reputazione, sulla trasparenza e sull’efficacia comunicativa dell’istituzione. Un ruolo che, nella pratica, concentra in una sola persona funzioni che, nelle organizzazioni strutturate, sono spesso distribuite tra più figure professionali.

 

Eppure, a fronte di questo carico di responsabilità, il compenso previsto è di 5.000 euro annui, IVA compresa.

 

È qui che emerge il cortocircuito. Perché non siamo semplicemente di fronte a un compenso basso: siamo di fronte a una cifra che, se rapportata realisticamente al tempo, alle competenze richieste e alla continuità dell’incarico, assume un valore puramente simbolico. Tradotto in termini mensili, significa poco più di 400 euro lordi; in termini orari, una remunerazione che fatica a essere compatibile con qualsiasi definizione di lavoro qualificato.

 

Il punto, però, non è solo economico. Il punto è culturale. Bandi di questo tipo trasmettono un messaggio preciso: la comunicazione è considerata una funzione accessoria, comprimibile, qualcosa che “serve”, ma che non merita un investimento adeguato. Come se bastasse “saper scrivere” o “stare sui social” per presidiare un ambito che, oggi più che mai, richiede competenze strategiche, capacità di analisi, gestione del rischio reputazionale e conoscenza profonda dei media.

 

Nel caso della comunicazione pubblica – e ancor più in ambito sociale – questa sottovalutazione è particolarmente grave. Comunicare significa informare correttamente i cittadini, garantire trasparenza, prevenire la disinformazione, gestire momenti di criticità o emergenza, costruire fiducia. Tutte attività che hanno un impatto diretto sulla percezione dell’ente e sulla qualità del rapporto con la comunità di riferimento.

 

Pensare di affidare tutto questo a condizioni economiche simboliche non è solo ingiusto nei confronti dei professionisti: è inefficiente per le istituzioni stesse. Perché bandi così strutturati difficilmente attireranno figure realmente qualificate e con esperienza. E quando lo fanno, spesso è a costo di una forte svalutazione del lavoro o di un carico insostenibile, che si traduce in comunicazione frammentata, reattiva, priva di visione strategica.

 

C’è poi un effetto sistemico, spesso ignorato. Bandi di questo tipo contribuiscono ad abbassare l’asticella per l’intero settore. Normalizzano l’idea che sia accettabile chiedere molto e riconoscere poco. Alimentano una competizione al ribasso che penalizza i professionisti più strutturati e manda un messaggio distorto a chi si affaccia alla professione: che lavorare nella comunicazione significhi accettare condizioni precarie in nome della “passione” o della “visibilità”.

 

Ma la comunicazione non è un hobby. È una professione. E come tale dovrebbe essere trattata.

 

Per questo, il problema non può essere liquidato come un singolo bando “scritto male” o come un’eccezione. È un sintomo di un approccio che va ripensato. Serve un’assunzione di responsabilità da parte degli enti pubblici, che dovrebbero interrogarsi non solo su quanto spendono, ma su cosa chiedono e su quali risultati si aspettano di ottenere.

 

Serve anche una responsabilità collettiva della filiera della comunicazione: professionisti, associazioni di categoria, ordini, sindacati. Continuare ad accettare bandi palesemente svilenti significa legittimarli. Rifiutarli, segnalarli, discuterli pubblicamente è il primo passo per cambiare le cose.

 

Una comunicazione pubblica efficace richiede investimenti adeguati, chiarezza nei ruoli, obiettivi realistici e un riconoscimento economico coerente con le competenze richieste. Non è una questione di privilegio, ma di qualità del servizio offerto ai cittadini. Se davvero crediamo che la comunicazione sia un asset strategico – e non solo uno slogan – allora è il momento di dimostrarlo anche nei bandi. Perché chiedere tutto e riconoscere pochissimo non è sobrietà: è svalutazione. E alla lunga, il prezzo lo pagano tutti.



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