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Stanno uccidendo la tv

14/09/2011

Da quasi sessant’anni la televisione “abita” nelle case degli italiani, con un successo che, negli ultimi tempi, sembra progressivamente incrinarsi. Ma quale il suo stato di salute? La televisione sta morendo? _Vanni Codeluppi_ ne stila la diagnosi nel suo ultimo libro di cui vi presentiamo la “sigla iniziale”.

Dallo sbarco sulla Luna al crollo delle Torri gemelle, dal trionfo ai mondiali di calcio di Berlino alle risse nella casa del Grande Fratello, la televisione ha testimoniato con le sue immagini oltre mezzo secolo di storia e di evoluzione dei costumi. Oggi sta attraversando però una fase di crisi. La moltiplicazione dei canali, l’assedio delle nuove tecnologie veicolate da Internet, la cattiva gestione della tv pubblica e generalista in balia della politica e del conflitto di interessi hanno provocato un progressivo impoverimento della qualità dei programmi e l’allontanamento del pubblico più giovane da un mezzo che non permette interazione e partecipazione attiva.
Di chi è la colpa di questo declino? La risposta di Vanni Codeluppi, docente di Sociologia dei consumi e Comunicazione pubblicitaria all’Università di Modena e Reggio Emilia, è diretta e impietosa: responsabile è la politica odierna, che usa la televisione non per fini culturali ma come strumento per costruire consenso cercando di manipolare le coscienze.
di Vanni Codeluppi
Sono in molti oggi a chiedersi se la televisione sia sul punto di morire. In effetti, è lecito domandarselo perché il suo apparecchio di trasmissione – il televisore – si è progressivamente rimpicciolito ed è probabile che tra qualche anno si trasformi in una sottile membrana applicabile ovunque. Ma sono soprattutto i contenuti trasmessi da tale apparecchio che, nonostante la loro crescita vertiginosa sul piano quantitativo, sembrano avere una specificità sempre più debole e una minore influenza sulla cultura sociale. Sembrano cioè essere sul punto di perdere quelle originali caratteristiche che facevano della televisione un mezzo di comunicazione unico nel panorama mediatico per la sua capacità di radunare e coinvolgere una grande parte della popolazione.
Ciò è vero soprattutto in Italia, dove la televisione sta attraversando una crisi profonda. Pensare, come si tende a fare, che tale crisi sia dovuta alla comparsa di nuove tecnologie di comunicazione e in particolare all’arrivo di Internet rappresenta però una verità soltanto parziale. La responsabilità di quello che sta succedendo alla televisione italiana è da addebitare principalmente all’uso che di tale mezzo è stato fatto negli ultimi anni. La televisione, infatti, è uno strumento di comunicazione e in quanto tale può essere impiegata secondo varie modalità. Per quanto riguarda l’Italia, in oltre mezzo secolo di storia la televisione pubblica ha messo a punto una particolare proposta – a un tempo informativa, spettacolare e pedagogica – che ha svolto una funzione fondamentale per lo sviluppo e la maturazione della società. Ma negli ultimi anni tale proposta è andata via via indebolendosi, e questo soprattutto a causa dell’utilizzo strumentale che l’intero mondo politico ha fatto della televisione per perseguire i propri obiettivi di influenza sull’opinione pubblica.
Obiettivi che hanno progressivamente snaturato l’identità di tale strumento, privandolo di molte delle caratteristiche che ne avevano de terminato il grande successo. Nel tempo ciò ha comportato una riduzione degli spettatori e ha paradossalmente diminuito anche l’influenza che la televisione è in grado di esercitare sull’opinione pubblica.
Il processo che abbiamo sommariamente descritto non appare in modo palese perché tende a essere coperto dal predominio di una retorica populista. Una retorica secondo la quale oggi la televisione, come tutti i media più avanzati, stimola lo sviluppo di un contributo attivo da parte del suo pubblico. In realtà ciò che avviene è esattamente il contrario: la televisione italiana degli ultimi anni cerca di non fare partecipare le persone, mantenendole nell’ignoranza e riservando ad esse un ruolo passivo e subordinato.
La tesi che si intende dimostrare in questo volume è che sia invece possibile pensare a un modello diverso di televisione, dove a prevalere sia principalmente la sua natura di strumento di acculturazione e di emancipazione, nel solco dei molti esempi che in passato sono stati forniti dalle televisioni pubbliche di vari paesi, Italia compresa. E con la speranza che tale modello non sia destinato a essere un sogno puramente nostalgico.
D’altronde, oggi la televisione è tutt’altro che defunta. In Italia, i telegiornali delle ore 20 raccolgono tutti insieme circa 20 milioni di contatti e se guardiamo agli Stati Uniti, il paese notoriamente più avanzato dal punto di vista dell’utilizzo di Internet e dell’adozione delle nuove tecnologie di comunicazione, risulta evidente che la televisione, nonostante la crisi che sta attraversando, è ancora ben viva. I dati a disposizione mostrano infatti che «gli americani dedicano più tempo a guardare la televisione di quello che dedicano complessivamente a svolgere operazioni come navigare in Internet, spedire e-mail, guardare film in DVD, giocare con videogiochi, leggere giornali e parlare al telefono cellulare». Vale dunque la pena cercare di capire come la televisione possa uscire dalla sua crisi attuale. Lo faremo in particolare nel terzo e conclusivo capitolo di questo libro, dopo aver considerato l’evoluzione che il mezzo televisivo ha avuto in Italia e le caratteristiche che sono alla base del suo funzionamento. Dopo avere cioè visto come la televisione sia arrivata a sviluppare l’identità che la caratterizza e come tale identità le abbia consentito di esercitare una potente influenza sulla società.

Stanno uccidendo la tv
V. Codeluppi
Bollati Boringhieri, 2011
pp.110, 13,00 €

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