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Storie, racconti, libri, e comunicazione. Scritti con le AI.

22/10/2026

Beniamino Buonocore

Le intelligenze artificiali sanno scrivere storie, ma la qualità del risultato dipende anche da ciò che sappiamo insegnare loro. Tra esperienza, creatività e costruzione di contesti, una riflessione sul ruolo delle competenze umane nella scrittura con le AI.

 

Lo so, nel titolo ci sono almeno due anomalie: la prima frase non ha un verbo, e c’è una virgola prima della congiunzione. Qualcuno può storcere il naso, qualcun altro potrebbe dire che si può fare. Io l’ho fatto, un’AI è molto probabile che rivedrebbe la frase.

 

Ma non è questo il punto, o almeno non proprio. Facciamoci una domanda: le AI sanno scrivere un racconto, un libro? Sanno comunicare? Per andare dritti al punto, la risposta è sì. Lo sanno fare e con diversi livelli di complessità. E qui la virgola prima della congiunzione non l’ho messa.

 

Il livello di complessità con cui lo fanno è la variabile. Ovvero, per una volta, la questione non ce la sbrighiamo con un «dipende». Proviamo a dire da cosa.

 

Partiamo dalla situazione più complessa. Scrivere una storia, un racconto.

 

Secondo una massima attribuita a Hemingway, la scrittura nasce dall’esperienza (Write what you know). Possiamo prenderla alla lettera, e allora serve necessariamente aver vissuto l’esatto evento fisico, ma possiamo pensarla anche come regola creativa per cui è importante avere esperienza della verità emotiva di ciò che si descrive. Le cose si fanno anche più complicate se accettiamo il modello (affascinante) di Haruki Murakami che, in estrema sintesi, dice che raccontare, prima di scrivere, è la capacità di sognare a occhi aperti; di fabbricare sogni.

 

Tra Hemingway e Murakami le differenze sembrerebbero rilevanti, se non fosse che per entrambi tutto attiene alla capacità dei nostri pensieri di trovare percorsi alternativi, fatti di schemi e di possibilità che non necessariamente devono essere veri; è sufficiente che siano verosimili. Tra vero e verosimile c’è una complessità semantica importante, che evitiamo di affrontare qui. Diamola per scontata. Quello che qui ci importa, e importa alle storie, è che verosimile vuol dire che quello che accade è possibile. Le storie, i racconti, vivono sempre di ciò che è possibile e che è conosciuto. Per scriverlo e per riconoscerlo. Il senso, semplice, ma complesso da spiegare, è che le cose che abbiamo in mente sono parte del possibile: di ciò che la mente ha vissuto o che fa parte di una predizione del possibile. Avete presente gli incubi? Cose incredibili, terribili, impossibili nel reale vigile, ma così reali quando le viviamo, anche se in sogno.

 

C’è un aspetto delle storie che a volte è visto diversamente da quello che è. Sulle storie, sui racconti, ma anche sulla narrazione d’impresa, che è comunque un momento narrativo, pesa un sovradimensionamento: pensiamo che il tema sia lo stile di scrittura, ma dimentichiamo che le storie funzionano per la capacità di portarti in mondi possibili in cui ti immedesimi, in cui paragoni le tue esperienze, in cui dici «io avrei fatto così». Lo stile poi aggiunge valore, è utile per la comprensione. Ma se non hai qualcosa da condividere, la tua storia non funziona. E anche questo è tema di AI. Se ci limitiamo alla scrittura come stile, ci perdiamo la parte importante dello scrivere storie.

 

Ritorniamo alle AI, anche se non ce ne siamo mai dimenticati. Le AI sanno le cose, e le sanno descrivere. Le sanno per aggregazione statistica, vero. Ma in estrema sintesi usano la stessa compilazione linguistica che usiamo noi, nel linguaggio umano. Una complicata e organizzata convenzione di simboli e suoni.

 

Poi certo, non hanno le emozioni o, potremmo dire, il nostro modo di interpretare il mondo. Però due cose vanno dette: primo, per la neuroscienziata Lisa Feldman Barrett è il cervello a costruire comportamenti che poi noi verbalizziamo come emozioni; secondo, quando si parla di storie e racconti vale ciò che mostri, come sai mostrare quell’emozione e quel momento che vuoi rappresentare nel racconto. Cose che un’AI può imparare.

 

Imparare. Qui sta il punto. Fondamentale. Le AI imparano, ed è la cosa migliore che sanno fare. Quello che devi fare è insegnarglielo.

 

Sappiamo insegnare a un’AI? C’è un aspetto tecnico: è la nuova frontiera nell’uso delle AI, si chiama «Harness Engineering» che, in super semplificazione, è un modello di uso, di gestione e di controllo, ovvero la costruzione di un contesto all’interno del quale le AI si muovono. È l’esperienza, ma anche il luogo dei sogni, a cui si riferiscono Hemingway e Murakami, solo che le connessioni non sono chimiche, ma algoritmiche. È questo mondo parallelo che permette alle AI di scrivere storie, racconti, di riflettere secondo alcuni elementi e non altri. Sono informazioni: un apprendimento secondario, rispetto all’addestramento di partenza, che però primeggia e fa la differenza fra un pensiero e un altro. E semmai vi va di stupirvi, la differenza tra una persona e un’altra. La tecnica è, più o meno, semplice. La complessità sta nell’accettare di applicarla. Qui si apre un mondo di ragionamenti che lasciamo per un’altra volta. Comunque entriamo nell’ambito umano. Dell’unicità.

 

Saper creare un contesto è una cosa; decidere cosa inserire in quel contesto è un’altra. La prima è una nozione e si apprende, la seconda è una scelta che devi fare.

 

Vale per una storia intera, e vale per la scelta più piccola che ho sotto mano: la virgola del titolo. Ci torno un attimo, solo perché lì si vede meglio. Un’AI la rivedrebbe, a meno che io non le abbia insegnato perché l’ho messa. In un racconto le scelte sono più grandi, e sono dello stesso tipo: il mondo possibile in cui porti chi legge, quello che hai da condividere, quello che decidi di mostrare. È la scelta di insegnare che fa la differenza. E che dà complessità a quello che scrive un’AI. Devi sapere, devi scegliere, devi saperlo spiegare.

 

Se glielo insegni, lo fa. Struttura una storia, te la racconta, rispetta universo narrativo, plot, costruzione dei personaggi. Scrive come tu le dici di farlo. Impara. Lo fa nella misura in cui sa essere chiara: sa aiutarti a tenere in fila i pensieri, sa cosa vuol dire coerenza nello scrivere. Poi magari è complicato farle capire la differenza tra descrivere e mostrare, perché le storie mostrano e non descrivono, e lo stesso fa la comunicazione d’impresa. Ancora una volta, può impararlo: a fatica (e lo dico per esperienza personale), ma ci va molto vicino. Siamo onesti: rispetto a tanta fetenzia che leggiamo o che incrociamo nei nostri studi, ciò che le AI ci propongono, spessissimo, è molto avanti.

 

La facile convinzione è che le AI sfornino tutte lo stesso modello di idee e di scrittura, il che non è propriamente vero nel momento in cui porti il ragionamento in altri luoghi, quelli che hai costruito tu. Dicono che se ci mettono poco a farlo, allora ciò che producono vale poco. Ma starei attento a non confondere il tempo che ha impiegato l’AI con il tempo che è servito a te per costruire le competenze che le fanno fare quel lavoro velocemente. E attenzione, qui il racconto dell’idraulico che chiese cento euro per dare una martellata è validissimo.

 

Direi che potremmo tornare alle nostre storie, e ai tanti e diversi scritti che possiamo fare con le AI. Magari senza credere che sia possibile, ma facendoci incuriosire dalla possibilità. Io credo che potremmo convincerci che le AI ci danno l’occasione per esprimere un po’ di unicità, portarci in una nuova realtà di equilibrio e di spazio creativo. E, come dicono i guru della persuasione, potremmo dire che è un’occasione da non perdere.

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