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Troppa iper connessione e poca disconnessione: il problema dello smart working

#Ferpi2Be

05/05/2021

Alessandra Romanello

Il 2020, insieme al 2021 è stato un anno di profondi cambiamenti sociali. La nostra visione del mondo si è trasformata e se prima eravamo spesso iperconnessi, ora lo siamo sempre. Proprio per questo, si rende necessario un nuovo tipo di intervento che tuteli chi lavora: il diritto alla disconnessione. Ma di che si tratta? Funziona veramente? Ce ne parla Alessandra Romanello per #Ferpi2Be.

Molti sono stati i cambiamenti digitali a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno. Pensate solo a tutte quelle forme di attività online che hanno preso il sopravvento su quelle in presenza: didattica a distanza per scuole e università fino all’approdo di nuove modalità di smart working nei settori pubblici e privati. La crisi pandemica ha reso ben nota l’accelerazione di nuovi sistemi lavorativi digitali, creando in tale contesto una cultura sempre più connessa e online. Ovviamente, la nostra visione del mondo si è trasformata in senso lato e se prima eravamo spesso iperconnessi, beh… ora lo siamo sempre. Proprio per questo, si rende necessario un nuovo tipo di intervento che tuteli la persona lavoratrice: il diritto alla disconnessione. Ma di che si tratta? Funziona veramente? Lo scopriremo a breve.

Il 2020, assieme al 2021 è stato un anno di profondi cambiamenti sociali. Siamo entrati nell’era della digitalizzazione, dove ogni mezzo di comunicazione fa la sua parte, inserendosi nella vita personale e lavorativa delle persone. Partendo dal primo concetto che due psicologi canadesi hanno coniato, si può definire l'iper connessione come la continua disponibilità dell'individuo nell’essere costantemente raggiunto in qualsiasi luogo, momento e modo: e-mail, telefonate, messaggi e richieste di ogni genere che arrivano ad ogni ora del giorno senza sosta e senza più distinzione tra vita privata e impiego lavorativo.

La prima istituzione ad intervenire a tal proposito, è stata la Corte di giustizia dell’Unione Europea, la quale ha sottolineato la necessità di tenere separato orario di lavoro e tempo di riposo del singolo dipendente. Proprio per questo motivo, in data 21 gennaio 2021, il Parlamento UE, su raccomandazione della Commissione, ha emanato la Direttiva sull’entrata in vigore del diritto alla disconnessione, ed ecco che qui vi rientra il secondo concetto esposto: che cosa si intende con diritto alla disconnessione? Si tratta di un diritto sociale (nonché umano) fondamentale, in quanto strettamente collegato al benessere e salute fisica e mentale dei lavoratori. In pratica, il lavoratore finito l’orario di servizio può tranquillamente spegnere il cellulare e il computer o decidere di non rispondere a telefonate e-mail professionali, senza che subisca ripercussioni disciplinari o retributive.

Le cause che potrebbero derivare in assenza di tale principio, oltre all’allungamento della giornata lavorativa, possono essere di natura psico-fisica che sfociano in esaurimento, ansia e burnout. Infatti, è dimostrato che un ritmo troppo eccessivo può portare ad un overworking, un superlavoro e quindi un maggiore rischio da stress correlato, quale malessere fisico o psicologico causato dal fatto che le persone non si sentono in grado di superare i gap rispetto alle richieste o alle attese nei loro confronti. Altre ripercussioni che potrebbero derivare dalla non applicazione del diritto alla disconnessione, potrebbero compromettere la carriera del lavoratore come ad esempio un dimensionamento, un licenziamento illegittimo o un’invasione della vita privata.

Il vero problema come sostiene la giuslavorista Rosita Zucaro, che da oltre dieci anni si occupa di smart working e di conciliazione vita-lavoro, potrebbe derivare dall’accelerazione normativa vigente, data dall'urgenza sanitaria. Anche l’Italia non è esente e la disconnessione nel nostro Paese non è pienamente garantita e configurata come diritto, anzi; non è chiaro, infatti, se le pause dell’orario lavorativo vadano o meno contate nelle ore di tempo libero. Inoltre, la norma non si riferisce a tutti i lavoratori, ma solo a quelli subordinati che svolgono la prestazione in modalità agile.

Una soluzione che potrebbe essere applicata contro l’eccessivo uso dello smart working potrebbe essere l’ascolto da parte dei manager verso i propri collaboratori aziendali. Già in uso da tempo dalla nota società di consulenza organizzativa di HR leader in Italia, Great Place to Work, è proprio l’ascolto, che contribuisce al benessere aziendale di ciascuna azienda, migliorando soprattutto l’ambiente di lavoro. Infatti, quando si lavora in un ambiente dove presiede rispetto e fiducia nelle relazioni tra le persone, vengono alimentati processi sani che portano ad un naturale aumento della motivazione, della partecipazione e dell’orgoglio nell’essere parte dell’azienda. Solo così si potrà raggiungere risultati aziendali soddisfacenti, alimentando il proprio business.

È inutile negarlo: la tecnologia ha cambiato la nostra vita e il nostro modo di lavorare e di pensare. La pandemia ha portato con necessità e urgenza le aziende italiane a introdurre nuove forme ibride di lavoro che consentissero alle persone di svolgere al meglio le proprie attività al di fuori dall’ufficio. Tuttavia, fornire strumenti per lavorare da casa non è sufficiente per rendere il lavoro più smart. Sarà necessario improntare (se non lo è già stato fatto) una nuova cultura lavorativa, improntata sulla fiducia e comprensione del rapporto vita-lavoro di ciascun dipendente, sostenendolo soprattutto nelle situazioni di difficoltà. Nessuno è escluso, nemmeno i giovani che si sono affacciati al mondo del lavoro di recente. Lo smart working è tutto ciò che conoscono.

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