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Una laurea per diventare Influencer: siamo pronti?

#Ferpi2Be

21/10/2019

Mattia Necchio

Nei giorni scorsi si è diffusa la notizia che un'università telematica ha istituito una nuova  laurea triennale per diventare "influencer". Ma è davvero così? Ha senso avere un percorso di studi apposito? La riflessione di Mattia Necchio per la rubrica #Ferpi2Be.

È di qualche giorno fa la notizia di un nuovo corso di laurea per diventare “Influencer”.

Una notizia che ha rapidamente fatto il giro del web tra articoli e social network, scatenando le più svariate opinioni e l’indignazione del popolo della rete. Definire “professioni” queste nuove forme di guadagno associate agli opinion leader del web, sembra inaccettabile.

Che a scaldare gli animi sia il riferimento al verbo influenzare, semanticamente associato ad un qualcosa di negativo, o l’incapacità di accogliere questo cambiamento di paradigma, guadagnare attraverso la condivisione di prodotti e contenuti alla propria community online è realtà e come tale deve essere considerata.

Ma un corso per diventare influencer a tavolino può essere considerato “eticamente corretto” nei confronti del consumatore? Ha davvero senso?

Pensano di si a "E-Campus", università telematica con sede in diverse città italiane, che ha proposto tra le novità della propria offerta formativa questo nuovo indirizzo sotto l'ala del corso in Comunicazione.

Andando però ad approfondire l’offerta formativa non si trova nessun strampalato e discutibile corso di occulta persuasione ma un corso di laurea in linea con l’offerta formativa di moltissime università. Giusto un paio sono i corsi con esplicito riferimento al campo della moda che potrebbero comunque avere la loro ragion d’essere nel campo del luxury.

Possiamo quindi vederla come un’operazione di marketing che ha vestito di un cappotto provocatorio un corso di laurea più classico, ottenendo la risonanza e l’effetto probabilmente sperato. Un’operazione quasi banale nella sua semplicità, che ha raccolto le indicazioni di un mercato in continuo divenire e che richiede nuove professionalità.

Quasi lo stesso clamore negativo e scetticismo mediatico è stato riservato qualche tempo fa alla “fabbrica degli influencer”, nata a Treviso sotto il nome di JustX Srl. In quel caso si trattava di un gruppo di giovani imprenditori pronti a cavalcare il mercato degli influencer, offrendo alle aziende un albo dal quale poter ricavare la figura più in linea col loro prodotto e con l’audience più in target. Iniziativa coraggiosa e perfettamente inserita nel mercato che invece ha ricevuto una pioggia di critiche e anche qualche imbarazzante “gufata”.

A questo punto mi sento di fare una breve considerazione personale.

Il web è da sempre controverso e ha contribuito al cambiamento di precise dinamiche sociali e professionali, con diversi risvolti pratici. A far davvero pensare è il dover considerare provocatoria una nuova professione nata grazie ad internet.

Critiche che possono essere riassunte in “paura del nuovo”, un sentimento conservativo nei confronti di un fenomeno inevitabile che in tempi brevissimi ha portato grandi novità.

Oltre alla paura troviamo una forte invidia sociale, anacronistica in relazione al mondo 4.0 in cui siamo calati ma in linea con la democratizzazione delle possibilità data da internet. La rete ha dato a tutti le stesse possibilità ma non tutti sono riusciti a sfruttarle o hanno capito come farlo, alimentando la paura e trasformandola in critica.

Se ne ricava quindi un negazionismo funzionale verso le nuove professioni che scredita chi ha avuto la capacità di capitalizzare nuove forme di socialità.

Quindi viene piuttosto da chiedersi: siamo pronti ad un corso di laurea per diventare influencer?

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