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A proposito di diversità generazionale nella nostra professione

05/07/2005

Alcuni sassolini post-Trieste sulle sfide che aspettano Ferpi. Di Fabio Ventoruzzo

Il Festival alza le tende e punta la rotta verso il Brasile. Non senza qualche recriminazione e qualche stimolo di riflessione. Non voglio certo elencare virtù (molte) e vizi (parecchi, secondo me, più di forma che di sostanza) di questa seconda -e per il momento ultima- edizione italiana. Quello che emerge è tuttavia una comunità professionale in cui si stanno affacciando numerosi giovani professionisti e studiosi. Lasciatemi citare fra tutti il confronto tra l'inossidabile Grunig e il vulcanico portoghese Duarte.È in atto un primo seppur ancora debole e marginale confronto tra diversità generazionali. Portatrici di diverse prospettive e diverse aspettative. La situazione è particolarmente evidente in Italia dove, accanto ad un nutrito gruppo di comunicatori di spada - quelli cioè che hanno imparato e praticato la professione sul campo e che lamentano la scarsa preparazione dei neo professionisti - esiste una pattuglia in continua evoluzione di comunicatori di toga - quelli che viceversa stanno studiando/hanno studiato la disciplina sui banchi delle università e che rivendicano la possibilità di impratichirsi.Non voglio certo entrare nei meriti delle relative competenze. E nemmeno sulla legittimità di quella o questa posizione. Solo qualche riflessione per fare in modo che questa discrasia non si trasformi in arma a doppio taglio, con professionisti sempre più chiusi nelle loro posizioni di rigetto (i cui motivi, seppur comprensibili, non sono del tutto condivisibili e giustificati) e universitari che si affacciano nel mondo del lavoro con la puzza sotto il naso e spocchiosi (i cui motivi oltre ad essere non condivisibili sono anche di difficile comprensione).Le opportunità da cogliere sono molte per Ferpi. Alcune si inseriscono in un naturale processo di evoluzione professionale. Altre invece devono essere attentamente governate per non gettare alle ortiche la possibilità di un arricchimento per entrambe le parti in gioco che passa attraverso una comprensione delle reciproche diversità.Perché un comunicatore di spada deve mettere i bastoni tra le ruote ai giovani (magari tirocinanti o rientranti nel maremagnum dei co-co-pro, collaboratori costantemente provvisori) entusiasti di partecipare al Festival? Perché magari non incentivare la loro partecipazione con il 'ricatto' di fungere da moltiplicatori dei contenuti appresi durante l'evento?E d'altra parte: perché non partecipare al festival per non dimenticarsi che la formazione continua anche dopo l'università? Perché da studenti si partecipava? Con la scusa di appioppare qualche curriculum?Ecco quindi che uno dei compiti spettanti alla nuova Ferpi (a proposito, in bocca al lupo a Prandi e alla sua squadra) è quello di continuare a far dialogare università e professione. L'invito è quello di utilizzare (legittimandoli ad operare nella maniera più completa ed autonoma) e anzi potenziare (ascoltando le aspettative dei nostri stakeholder attivi, relatori pubblici e non) gli strumenti di dialogo creati nei mandati precedenti (la Consulta Education e Uniferpi) per arrivare ad una sorta di giuramento della pallacorda, tanto per riprendere un gergo da revolution française, dove mondo del lavoro, studenti e studiosi, insomma la nostra comunità, si stringano la mano e lavorino assieme per il futuro della professione in Italia. E perché no, diventare un modello da esportare.
Fabio Ventoruzzo

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