Micol Burighel e Sergio Vazzoler
Con Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV non invita a frenare l’intelligenza artificiale, ma a sottrarla alla logica del dominio, della polarizzazione e della comunicazione armata.
“Neemia ascolta il grido di una città ferita, porta quel dolore nella preghiera, discerne davanti a Dio, chiede aiuto, ottiene il permesso di partire, organizza il lavoro, affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme. In lui riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto. Come Neemia, anche noi siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere”.
È nelle battute finali di Magnifica Humanitas che si ritrova questo appello capace di scuoterci e scrollarci dal nostro torpore da comunicatori in crisi d’identità: quanti concetti su cui da tempo ci confrontiamo, ci impegniamo e il più delle volte scivoliamo in così poche righe!
Il Pontefice sceglie il Profeta ricostruttore di Gerusalemme come simbolo di ascolto, collaborazione, consenso, spirito di comunità e gestione del conflitto per invitarci a uno scatto di responsabilità e coraggio. E non a caso richiama il concetto di frattura. Perché anche la rivoluzione dell’AI ci pone davanti a una fessura profonda che in qualche modo dobbiamo attraversare.
Sì, perché c’è un equivoco ricorrente, quando parliamo di intelligenza artificiale: raccontarla come se fosse una forza esterna, autonoma, quasi naturale. Qualcosa che avanza e a cui possiamo soltanto adattarci.
La nuova enciclica si muove in un’altra direzione. L’AI non è un fenomeno neutro che accade nel vuoto. È un prodotto umano. Porta con sé interessi, priorità, modelli economici, visioni del lavoro, rapporti di potere. Per questo non basta dire che deve essere “al servizio dell’uomo”, formula giusta ma ormai consumata dall’uso. Bisogna capire quale idea di persona, di società e di convivenza stiamo incorporando nelle macchine che imparano, selezionano, suggeriscono, classificano.
La tecnica diventa problematica quando smette di essere uno strumento e comincia a funzionare come misura delle cose. È qui che l’enciclica intercetta una delle tensioni più forti del nostro tempo: il rischio che il potere tecnologico si presenti come competenza neutrale, mentre orienta decisioni che hanno conseguenze sociali, economiche e politiche.
La competenza tecnica è indispensabile. Il problema nasce quando ciò che è tecnicamente possibile viene considerato automaticamente desiderabile. Se si può fare, allora si farà. Se riduce i costi, allora conviene. Se aumenta la produttività, allora viene presentato come progresso. Ma una società non può essere guidata solo da questa sequenza.
Governare l’intelligenza artificiale non significa rallentarla per principio. Significa darle una direzione. E quella direzione non può essere decisa soltanto nei luoghi dove si concentrano capitale, dati e capacità computazionale. Deve passare anche dal lavoro, dai servizi, dalle comunità, dalla scuola, dalla comunicazione pubblica, dalle istituzioni.
Senza questi luoghi di confronto, la governance dell’AI viene decisa altrove: nei modelli proprietari, nelle piattaforme, nelle catene di fornitura invisibili, nei sistemi che valutano, raccomandano, selezionano, escludono. A quel punto non siamo più davanti a innovazione responsabile, ma a un adattamento progressivo a decisioni prese da altri.
Uno dei passaggi più attuali dell’enciclica riguarda la comunicazione. Papa Leone XIV lega intelligenza artificiale, verità e democrazia perché sa che senza una base condivisa di realtà diventa impossibile decidere insieme.
L’AI entra in un ambiente informativo già fragile. Non aumenta soltanto la quantità di contenuti disponibili. Aumenta anche la capacità di deformarli, moltiplicarli, personalizzarli, renderli plausibili anche quando non sono affidabili.
Non parliamo solo di deepfake o di manipolazioni evidenti. Il rischio più profondo riguarda la progressiva confusione tra vero, verosimile, conveniente e virale. Quando tutto può essere prodotto rapidamente e con un’apparenza credibile, la fiducia non si perde solo davanti alla menzogna. Si consuma anche nella saturazione, nell’opacità, nella fatica di distinguere.
Per chi si occupa di comunicazione, questo è un richiamo molto concreto. Non basta produrre più contenuti. Non basta presidiare più canali. Non basta usare strumenti più sofisticati.
Serve una comunicazione più verificabile, più sobria, più trasparente sui propri limiti. Una comunicazione che non occupi soltanto spazio, ma contribuisca a ricostruire fiducia. E che lo faccia nell’AI, nonostante l’AI, cioè trovando modelli per adattarsi e rompere il sistema “da dentro”.
L’espressione “disarmare le parole” è tra le più forti dell’enciclica. Non riguarda la buona educazione né il tono gentile del dibattito pubblico. Riguarda il fatto che le parole producono conseguenze. Possono aprire spazi o chiuderli. Possono costruire fiducia o alimentare sospetto. Possono aiutare a comprendere o preparare il terreno allo scontro.
Oggi, però, le parole non viaggiano più da sole. Circolano dentro piattaforme, algoritmi di raccomandazione, sistemi generativi, metriche di engagement, modelli di business fondati sull’attenzione. Se il linguaggio pubblico è già polarizzato, l’AI può diventarne un acceleratore potente.
La polarizzazione è il terreno su cui questi rischi si fanno più evidenti. Ogni tema complesso sembra destinato a diventare una guerra di posizione: pro o contro l’AI, pro o contro la sostenibilità, pro o contro la transizione, pro o contro l’impresa, pro o contro la tecnologia.
È una dinamica che conosciamo bene. L’abbiamo vista con l’ESG, con il clima, con le rinnovabili, con la rendicontazione di sostenibilità. Prima si semplifica, poi si polarizza, infine si delegittima. A quel punto non si discute più di come governare le contraddizioni. Si cerca solo di capire quale schieramento prevarrà.
Ma le contraddizioni restano. E l’AI può renderle ancora più difficili da affrontare se viene usata soltanto per produrre più testi, più immagini, più report, più simulazioni, più argomenti da distribuire in modo efficiente. Se tutto questo aumenta la distanza tra organizzazioni e comunità, abbiamo solo reso più rapido il problema.
La parte più interessante di Magnifica Humanitas non è, dunque, l’allarme sulla tecnologia. È l’invito alla responsabilità. Una responsabilità non generica, ma operativa: progettare, misurare, rendere conto, educare, ascoltare, correggere.
Per imprese, istituzioni, comunicatori e consulenti, la questione è molto concreta. L’intelligenza artificiale che stiamo adottando aumenta la qualità delle relazioni o solo la quantità degli output? Rafforza la fiducia o produce contenuti sempre più credibili e sempre meno verificabili? Libera tempo per pensare, ascoltare e decidere meglio, oppure libera soltanto budget?
In un tempo in cui le parole possono essere generate, replicate e armate con facilità impressionante, la trasparenza non è più solo una virtù reputazionale. È un’infrastruttura democratica.
Disarmare le parole (e disarmare l’AI) significa non confondere la velocità con la direzione, né la potenza tecnica con il progresso umano. Per riuscirci, però, ci vogliono responsabilità e coraggio.