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Ancora su Economist e Responsabilità Sociale: Vita riporta questa settimana l'opinione di Muzi Falco

15/02/2005
A proposito dell'Economist (6-02-05)
Ho sempre apprezzato l'Economist, il linguaggio stringato e caustico dei suoi giornalisti che non firmano mai e la modalità ‘goccia dopo goccia' con cui, senza mai urlare, conduce le sue tematizzazioni. Ricordo quella della nicotina che previene l'alzheimer, l'ostilità di principio alla criminalizzazione del fumo di sigaretta e dei suoi produttori, il favore esplicito alla liberalizzazione di tutte le droghe e, da un paio di anni, l'allarme per gli eccessi di political correctness delle imprese, soprattutto in materia di responsabilità sociale. Insomma, tutte campagne di stampo liberal, sicuramente impopolari e proprio per questo poste intelligentemente al riparo di un ombrello reputato universalmente come autorevole, per nulla compiacente e neppure compromissorio.Così è successo anche per quest'ultima puntata della campagna contro la sindrome csr… solo qualche settimana dopo avere, per la prima volta, concesso in un editoriale che la rendicontazione triple bottom line poteva essere cosa utilissima e fin troppo importante per essere lasciata nelle mani di consulenti improvvisati senza arte né parte! Forse c'è stato un dibattito interno, forse l'autore di quel leader (verosimilmente il direttore Bill Emmott, da sempre ammiratore degli imprenditori illuminati) è stato messo sotto tiro dai colleghi più vicini allo spirito animale del capitalismo, quasi avesse osato troppo. E' successo che non avevo fatto in tempo a rilevare con interesse quel cambiamento di tiro che, bum!, è arrivata una bordata di quelle che non si scordano facilmente….addirittura una intera sezione a cura di Clive Crook  (questa volta la firma c'è…) dedita a dimostrare, con dovizia di argomenti e di riflessioni (perfino al limite della paranoia), come:

la csr altro non è che buon management;
la filantropia la facciano pure i capitalisti con i soldi loro e non con quelli degli azionisti; 
è meglio lasciare la politica ai governi e ai parlamenti senza che le imprese si immischino negli affari interni e internazionali dei Paesi in cui operano.
Chi potrebbe obiettare?
Eppure anche una seconda lettura del testo sottolinea, per quel giornale, una insolita deriva ideologica.Secondo me l'uscita dell'Economist è però stata salutare perché, dall'alto della sua autorevolezza richiama gli spiriti bollenti dei tanti ‘buonisti' ad un sano realismo: 

è vero che la csr è buon management, nella misura in cui diviene vantaggio competitivo. In questo senso viene smentita la terza via alla csr, quella dell'impresa sussidiaria allo Stato e al welfare, che tanto piace a molti ben pensanti, e si riafferma il concetto sacrosanto che la csr non riguarda soltanto le imprese ma anche le amministrazioni pubbliche e le organizzazioni non profit;
fanno bene gli azionisti a stare attenti all'uso strumentale che il management fa di porzioni sempre più consistenti dei margini lordi per ricavarsi opportunità ‘buoniste' di visibilità personale in cerca di fama e -chissà?- di un posto ancora migliore e meglio retribuito. In questo il management viene sostenuto a spada tratta dai comunicatori di palazzo che si preoccupano, anch'essi a spese dell'azienda, più dell'immagine dei capi che non dell'impresa… sapendo bene che intanto se lasciano quelli, i primi a saltare e a trasmigrare -insieme all'autista e alla segretaria che hanno ascoltato troppi segreti dal cellulare- sono proprio loro, i comunicatori;
fanno bene le imprese a star lontano dalla politica politicante e fanno bene a investire, come fa oggi la Confindustria di Montezemolo, sui politici per migliorarne la qualità e l'efficacia, senza pretendere di sostituirli.
Dunque al fondo, sia pure con qualche asprezza e sottolineatura che fuoriescono dallo stile classico di un settimanale che da trent'anni mi aiuta da ogni venerdì ad ogni domenica a capire il mondo in cui vivo, anche questa volta l'Economist ha ragione.
Da Vita - Toni Muzi Falconi
 

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